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Quali Paesi hanno bombe atomiche e missili nucleari?

21 Maggio 2022 | Autore:
Quali Paesi hanno bombe atomiche e missili nucleari?

Russia e Usa guidano la classifica ma la vera incognita è la Cina: il suo potenziale e le sue intenzioni restano un mistero. In Italia, 90 ordigni della Nato.

Il dito indice pronto a premere il fatidico tasto. Il fungo che si disegna dalla terra verso il cielo, dopo l’esplosione dell’atomica sganciata dal bombardiere americano Enola Gay su Hiroshima durante la Seconda guerra mondiale. La bambina che, nuda, correva nelle strade di Saigon gravemente ustionata dal napalm usato negli ordigni utilizzati nella guerra del Vietnam. Scene stampate in bianco e nero nelle pagine più drammatiche della storia dell’umanità che, ora, qualcuno teme di rivedere a colori in qualsiasi angolo del mondo. La paura è frutto di un conflitto, iniziato qualche mese fa in Ucraina, che finirà chissà quando e chissà dove. Una guerra che sembra avere già scritto l’unico possibile finale: «Muoia il più debole, con qualsiasi mezzo». Compreso quello più devastante. In questo scenario, da chi bisogna aver paura? Quali Paesi hanno bombe atomiche e missili nucleari in grado di restituire definitivamente il mondo al Creatore?

I cinque Paesi con maggiore arsenale atomico

Nel cercare delle risposte a questa domanda, c’è qualche situazione paradossale e c’è qualche altra a dir poco preoccupante. Salta all’occhio, ad esempio, il fatto che i cinque Paesi con in mano il maggior numero di testate nucleari al mondo siano, né più né meno, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Quelli, cioè, che hanno diritto di veto su qualsiasi decisione strategica debba essere presa al Palazzo di Vetro (il «no» di uno blocca il «sì» degli altri quattro, per intenderci) e che dovrebbero garantire all’intero pianeta la pace e la sicurezza.

Si tratta, dunque, di:

  • Russia con 6.225 testate;
  • Stati Uniti con 5.550 testate;
  • Cina con 350 testate;
  • Francia con 290 testate;
  • Regno Unito con 215 testate.

La Russia di Vladimir Putin, quindi, è il Paese con l’arsenale nucleare più massiccio. Non è un segnale confortante, vista la situazione. Come non lo è nemmeno che gli Stati Uniti siano attrezzati così bene: nel caso uno dei due dovesse rispondere ad un attacco da oltreoceano, l’effetto sarebbe quello di un ago infilato in un palloncino. Si pensi che ai tempi di John F. Kennedy (primi anni ’60), il suo segretario alla Difesa, tale Robert McNamara, affermò che basterebbero 400 testate nucleari per far fuori un quarto della popolazione sovietica e la metà della sua capacità produttiva. L’attuale potenziale americano è 13 volte superiore rispetto a quello citato da McNamara. Anche se, sommando quello degli alleati (Francia e Regno Unito) non raggiungerebbe quello della Russia.

Ma non si tratta solo di quantità bensì di qualità delle bombe atomiche. Mosca vanta diversi tipi di testate nucleari, tra cui l’ordigno atomico più potente al mondo, il famoso Tsar o Zar, chiamato anche «big Ivan». Per rendere l’idea, ha una potenza nucleare di 3.125 volte superiore a Little Boy, la tristemente ricordata bomba atomica che devastò Hiroshima e che pesava quattro tonnellate.

Lo scomodo ruolo della Cina

Altro dato su cui riflettere ce lo fornisce il terzo gradino di questo delicato podio. Apparentemente, la Cina è lontana anni luce dal potenziale atomico di Russia e Usa ma, in realtà, nessuno sa con certezza quanto quel numero corrisponda alla verità. Si sa solo che, a quanto risulta dall’attività di spionaggio statunitense, Pechino starebbe costruendo oltre un centinaio di silos per missili intercontinentali nel deserto del Gobi e altrettanti nella provincia dello Xinjiang. La stima è che possa contare su un migliaio di testate entro il 2023. Da lanciare – aspetto tutt’altro che secondario – da terra, da mare e da aria.

Il fatto che la Cina non voglia partecipare ad alcun accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari ci dice che non ha intenzione di fermarsi. Il punto è: per utilizzare questo potenziale da solo, tanto per far capire al mondo che al ruolo di gregario preferisce quello di leader? O per schierarsi al fianco di uno dei principali contendenti?

Se è vero che tra due che litigano il terzo gode, il presidente della Repubblica popolare Xi Jinping, zitto zitto, lascia che Putin e Joe Biden vadano avanti a minacciarsi a vicenda e, nel frattempo, incrementa il proprio tesoretto di testate atomiche. Potrebbe essere questo il motivo principale per cui Jinping mantiene una certa distanza da entrambi i leader: come recita il proverbio latino, «amicus omnibus, amicus nemini». In italiano si dice: «Amico di tutti, amico di nessuno». In cinese, chi lo sa.

Gli altri Paesi con testate nucleari

Se la Cina, dunque, potrebbe essere tentata di ricoprire il ruolo di outsider in un eventuale conflitto nucleare seguendo la propria strategia senza schierarsi né con la Russia né con gli Stati Uniti, ci sono altri Paesi con un potenziale atomico molto inferiore e che, pertanto, dovrebbero per forza scegliere da che parte stare. Si tratta di:

  • Pakistan con 165 testate;
  • India con 156 testate;
  • Israele con 90 testate;
  • Corea del Nord con 40 testate.

Va da sé che, ad eccezione di Israele (enclave dell’Occidente nel mondo arabo), è piuttosto facile immaginare chi appoggerebbero gli altri tre, specialmente la Corea del Nord. Nessuno di questi Stati ha aderito al Trattato di non proliferazione nucleare, l’accordo entrato in vigore nel 1970 per fermare l’escalation atomica. Come nemmeno l’Iran, che da anni lavora all’arricchimento dell’uranio ufficialmente per produrre energia nucleare. Obiettivo questo che, ovviamente, non convince del tutto l’Occidente: il timore è che la Repubblica degli ayatollah voglia aggregarsi quanto prima al «club dell’atomica».

Non va dimenticato, infine, che di testate nucleari ce ne sono anche a casa nostra. Non di proprietà, però: l’Italia è «solo» custode di ben 90 bombe atomiche della Nato che si trovano in due basi militari: 50 ordigni sono ad Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, e le altre 40 a Ghedi Torre, in provincia di Brescia.

E l’Ucraina? Zero. Firmando il 5 dicembre 1994 il «Memorandum di Budapest», accettò di rinunciare alle armi nucleari ereditate dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Si trattava di 1.900 testate, più di quelle oggi in possesso a Cina, Francia e Regno Unito messe insieme. Le testate vennero smaltite in territorio ucraino in cambio di aiuti economici per garantire la sicurezza del Paese. L’Ucraina, insomma, era diventata a metà degli anni ’90 la terza potenza atomica mondiale. Chissà che cosa succederebbe oggi se lo fosse tuttora.



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