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Agente: è un lavoratore autonomo o subordinato?

23 Maggio 2022
Agente: è un lavoratore autonomo o subordinato?

Prestazioni ad alto contenuto intellettuale e subordinazione: è lavoratore dipendente chi svolge lavori sotto le costanti direttive del datore di lavoro.  

Non è una novità che dietro contratti di lavoro autonomo si nascondano invece, nella sostanza, vere e proprie subordinazioni. Una finzione questa che va a tutto discapito del dipendente il quale non gode di alcuna tutela: non ha una stabilità, non è garantito dai minimi sindacali, non ha ferie, permessi, Tfr e tutela in caso di risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro. Stabilire però quando, dietro un rapporto di lavoro apparentemente autonomo, si nasconde un rapporto di lavoro subordinato non è facile. Il giudice è chiamato a valutare caso per caso sulla base di una serie di indici forniti dalla Cassazione. 

Uno dei casi più ricorrenti e problematici è quello dell’agente con “monocommittenza” dietro la cui figura, non poche volte, si celano incarichi che di autonomo hanno ben poco. Proprio di recente alla Cassazione è stato chiesto se l’agente è un lavoratore autonomo o subordinato. E la Corte ha ricordato quali sono gli elementi sintomatici che, in generale, dovrebbero far capire di essere in presenza di un lavoratore dipendente. Ecco alcune questioni su cui soffermare la propria attenzione.

Lavoratore con prestazioni intellettuali: è un autonomo o un dipendente?

L’elemento caratterizzante di ogni lavoro dipendente è la «subordinazione» ossia la soggezione personale al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia ed inserimento nell’organizzazione aziendale. Questo elemento è facilmente riscontrabile in chi si limita a svolgere un’attività materiale sotto le direttive e le istruzioni, più o meno specifiche, dei propri superiori. In pratica, tutte le volte in cui il datore di lavoro impartisce al collaboratore ordini specifici e dettagliati, tanto da non lasciargli margini di manovra e di autonomia decisionale, si può parlare di lavoro subordinato.

Il problema diventa più complesso per coloro che svolgono prestazioni ad alto contenuto intellettuale per le quali è molto più difficile verificare se sussiste la soggezione al datore. E ciò perché l’attività intellettuale, a differenza di quella manuale, è meno meccanica, più creativa e personale: elementi questi nei quali l’ingerenza del vertice ha minor peso. Ma non per questo bisogna ritenere che un lavoro autonomo con carattere intellettivo non possa nascondere un lavoro subordinato se viene esercitato nell’ambito della cornice delle direttive dell’imprenditore, se c’è un vincolo di soggezione e se il lavoratore è inserito stabilmente nell’organizzazione del datore, è cioè un anello della catena di produzione, non ha alcuna autonomia funzionale e organizzativa. 

Nel caso deciso dalla Cassazione che qui commentiamo un agente era in realtà un direttore vendite, con piena integrazione nell’organico dell’impresa.

Quando un agente è un lavoratore autonomo o dipendente

Di qui il principio elaborato dalla Suprema Corte: in ordine alla qualificazione di un rapporto di lavoro come autonomo o subordinato, in presenza di una prestazione con un elevato contenuto intellettuale, è necessario verificare se il lavoratore possa ritenersi assoggettato, anche in forma lieve o attenuata: 

  • alle direttive, agli ordini e ai controlli del datore di lavoro;
  • al coordinamento dell’attività lavorativa in funzione dell’assetto organizzativo aziendale.

Se questi elementi non dovessero essere sufficienti per comprendere la natura del rapporto di lavoro, si può ricorrere altresì, in via sussidiaria, a elementi sintomatici della subordinazione quali: 

  • l’inserimento nell’organizzazione aziendale: si verifica quando il dipendente è parte dell’organigramma, risponde alle direttive dei superiori e/o controlla gli altri lavoratori sotto di lui; 
  • il vincolo di orario: il dipendente è costretto a rispettare orari prestabiliti dal datore, non potendosi mai assentare se non con il consenso del capo, vincoli questi che non conosce il lavoratore autonomo;
  • l’inerenza al ciclo produttivo: la prestazione del dipendente si inserisce in un’organizzazione dalla quale non può prescindere e di cui l’organizzazione stessa non può fare a meno. Al contrario, il lavoratore autonomo svolge un’attività esterna all’azienda, che non si inserisce in una “catena produttiva”;
  • l’intensità della prestazione: al dipendente non è dato interrompere la propria prestazione nel corso dell’orario assegnatogli, se non dietro specifica autorizzazione. Il lavoratore autonomo è libero di organizzare la propria giornata lavorativa per come meglio crede;
  • la retribuzione fissa a tempo: il dipendente riceve una busta paga sempre uguale, alla fine del mese, mentre il lavoratore autonomo viene retribuito in base alle prestazioni erogate, potendo il compenso variare sensibilmente nel corso dell’anno e in base alle attività prestate;
  • l’assenza di rischio di risultato: il dipendente viene pagato in base al tempo che presta in azienda e non in relazione ai risultati che riesce a portare a termine, come invece un lavoratore autonomo.

Se vuoi maggiori informazioni sull’interpretazione dei singoli elementi che fanno ritenere di essere in presenza di una subordinazione leggi l’articolo Differenze tra lavoro autonomo e lavoro subordinato.

Nel caso di specie, la Cassazione ha rilevato che la prestazione della lavoratrice – formalmente inquadrato come agente ed assunto con un contratto di collaborazione esterna – fosse riconducibile a quelle ad elevato contenuto intellettuale e che, pertanto, l’indagine sulla sussistenza della subordinazione dovesse necessariamente verificare da un lato l’assoggettamento della lavoratrice, anche in forma lieve o attenuata, alle direttive, agli ordini e ai controlli del datore di lavoro e che, dall’altra, nello svolgere tale indagine il giudice potesse ricorrere a elementi sussidiari e sintomatici della subordinazione (quali, ad es. «l’inserimento nell’organizzazione aziendale, il vincolo di orario, l’inerenza al ciclo produttivo, l’intensità della prestazione, la retribuzione fissa a tempo senza rischio di risultato»).

Il ricorso a tali indici è ancor più necessario, poi, con riferimento alla prestazione dirigenziale, caratterizzata da ampi margini di autonomia del lavoratore.

Con riferimento al caso in esame la Cassazione ha confermato che la Corte territoriale si è correttamente attenuta a tali principi, valorizzando la presenza di indici sussidiari consistenti appunto nell’inserimento della lavoratrice nella compagine organizzativa della società, nell’affidamento alla stessa dell’ulteriore compito di “area manager” che implica un rapporto di sovraordinazione rispetto ad altri dipendenti e nel fatto che sia prima che dopo il ruolo rivestito dalla lavoratrice veniva occupato da lavoratori dipendenti.


note

[1] Cass. Sez. Lav., 22 aprile 2022, n. 12919.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione Sezione Lavoro Civile Ordinanza 22 aprile 2022 n. 12919

Data udienza 9 febbraio 2022

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 36435-2018 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A., (OMISSIS) S.R.L., (nuova denominazione (OMISSIS) S.R.L.), in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, domiciliate in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentate e difese dall’avvocato (OMISSIS);

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 181/2018 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 27/08/2018 R.G.N. 58/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 09/02/2022 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PAGETTA.

RILEVATO

Che

1. con sentenza n. 181/2018 la Corte di appello di Trieste ha confermato la sentenza (non definitiva) con la quale in accoglimento della domanda di (OMISSIS) era stata accertata, con decorrenza dal gennaio 2005, la esistenza di un rapporto di lavoro subordinato alle dipendenze della convenute (in virtu’ di cessione del ramo di azienda con i connessi rapporti di agenzia), con mansioni riconducibili alla categoria quadri;

2. la Corte di merito ha ritenuto confermata alla stregua delle emergenze in atti la natura dipendente della collaborazione instaurata dalla (OMISSIS) che era risultata pienamente inserita nell’organico aziendale non come mero agente ma come direttore vendite;

3. per la cassazione della decisione hanno proposto ricorso (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.r.l. (gia’ (OMISSIS) s.r.l.) sulla base di due motivi; la parte intimata ha resistito con tempestivo controricorso;

4. entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’articolo 380- bis.1. c.p.c..

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo di ricorso parte ricorrente deduce violazione dei criteri generali di distinzione fra rapporto di lavoro subordinato e rapporto di agenzia; violazione o falsa applicazione degli articoli 2094 e 1742 c.c. nonche’ degli articoli 1, 5, 6 e 8 AEC Commercio 2002; violazione o falsa applicazione dell’articolo 2697 c.c. e dell’articolo 116 c.p.c. per errata valutazione delle prove documentali e testimoniali; la sentenza impugnata si era soffermata esclusivamente sull’inserimento della (OMISSIS) nell’organizzazione aziendale senza verificare l’assoggettamento al potere direttivo delle societa’, unico elemento destinato a qualificare in termini di subordinazione il rapporto in controversia;

2. con il secondo motivo di ricorso deduce violazione dell’articolo 112 c.p.c. per omessa pronunzia su due eccezioni proposte in prime cure e reiterate in appello, concernenti rispettivamente la violazione dell’articolo 33 c.c.n.l. in tema di requisiti per il riconoscimento della qualifica di quadro e dell’articolo 34 c.c.n.l. in relazione al livello di inquadramento in concreto attribuito;

3. il primo motivo e’ infondato;

3.1. in ordine alla qualificazione di un rapporto di lavoro come autonomo o subordinato, in presenza di prestazione con un elevato contenuto intellettuale – alla quale e’ riconducibile la attivita’ prestata dalla (OMISSIS) quale ricostruita in sentenza – questa Corte ha costantemente affermato che e’ necessario verificare se il lavoratore possa ritenersi assoggettato, anche in forma lieve o attenuata, alle direttive, agli ordini e ai controlli del datore di lavoro, nonche’ al coordinamento dell’attivita’ lavorativa in funzione dell’assetto organizzativo aziendale (cfr. Cass. n. 18414/2013, Cass. n. 7517/2012, Cass. n. 359472011), potendosi ricorrere altresi’, in via sussidiaria, a elementi sintomatici della situazione della subordinazione quali l’inserimento nell’organizzazione aziendale, il vincolo di orario, l’inerenza al ciclo produttivo, l’intensita’ della prestazione, la retribuzione fissa a tempo senza rischio di risultato; in particolare, ai fini della configurazione del lavoro dirigenziale – nel quale il lavoratore gode di ampi margini di autonomia ed il potere di direzione del datore di lavoro si manifesta non in ordini e controlli continui e pervasivi, ma essenzialmente nell’emanazione di indicazioni generali di carattere programmatico, coerenti con la natura ampiamente discrezionale dei poteri riferibili al dirigente – il giudice di merito deve valutare, quale requisito caratterizzante della prestazione, l’esistenza di una situazione di coordinamento funzionale della stessa con gli obiettivi dell’organizzazione aziendale, idonea a ricondurre ai tratti distintivi della subordinazione tecnico-giuridica, anche se nell’ambito di un contesto caratterizzato dalla c.d. subordinazione attenuata aziendale (Cass. n. 3640/2020, Cass. n. 9463/2016, Cass. n. 7517/2012);

3.2. la decisione di appello risulta coerente con tale impostazione sia laddove, rispetto alla qualificazione operata dalle parti, riconosce come prevalenti le concrete modalita’ di svolgimento della prestazione sia perche’ la valorizzazione dei cd. indici sussidiari e’ frutto della specifica considerazione delle caratteristiche dell’attivita’ dedotta la quale, per i suoi elevati contenuti intellettuali, non si prestava ad essere oggetto di penetranti poteri conformativi della parte datoriale; in tale contesto, la valorizzazione del pieno inserimento della (OMISSIS) nella compagine organizzativa della societa’ dell’affidamento alla stessa dell’ulteriore compito di cd area manager, implicante un rapporto di sovraordinazione in particolare con i dipendenti al settore commerciale, del fatto che sia prima che dopo il ruolo rivestito dalla (OMISSIS) veniva occupato da lavoratori dipendenti, sono elementi idonei alla luce del parametro normativo dell’articolo 2094 c.c. a giustificare la qualificazione del rapporto in controversia come di natura subordinata;

4. il secondo motivo di ricorso e’ fondato;

4.1. la specifica questione della riconducibilita’ dell’attivita’ prestata dalla (OMISSIS) alla qualifica di quadro cosi’ come quella del corretto livello di inquadramento in base alla classificazione collettiva, ritualmente devoluti alla Corte di merito dalla odierna ricorrente (v. in particolare, ricorso per cassazione, pag. 14), non sono stati in alcun modo trattati tramite specifico raffronto con la norma collettiva dal giudice di appello che ha incentrato il proprio accertamento esclusivamente sulla verifica della natura subordinata o meno del rapporto oggetto di causa;

4.2. tanto determina la necessita’ di cassazione in parte qua della decisione con rinvio alla Corte di appello di Trieste, in diversa composizione, per l’esame delle questioni omesse;

5. al giudice del rinvio e’ demandato il regolamento delle spese del giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo e accoglie il secondo. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte di appello di Trieste, cui demanda il regolamento delle spese del giudizio di legittimita’.


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