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Come non pagare le accise in bolletta luce

24 Maggio 2022 | Autore:
Come non pagare le accise in bolletta luce

Chi ha diritto all’esenzione dal pagamento delle accise sui consumi di energia elettrica; come contestare la fattura che li riporta e chiedere il rimborso.

L’energia elettrica ha raggiunto un costo esorbitante, ma nell’importo totale della bolletta sono comprese numerose voci oltre a quella relativa ai consumi. Lo Stato, infatti, pretende la sua parte anche sulle prestazioni energetiche, ed applica una consistente quota di accise ed altre imposte, come l’Iva. Molti utenti hanno contestato la legittimità dell’applicazione di queste ulteriori componenti di costo, che il gestore energetico fattura ai consumatori per poi riversare il gettito allo Stato. Di recente, a seguito della pandemia di Covid-19, il Governo è intervenuto con alcuni provvedimenti per attenuare l’onere a carico delle famiglie. Vediamo, quindi, come non pagare le accise in bolletta luce se non sono dovute.

Cosa sono le accise?

Le accise sono una particolare categoria di imposte che si applicano sulla produzione o sulla vendita di determinati prodotti di largo consumo: carburanti, tabacchi lavorati, bevande alcoliche, anche l’energia elettrica ed il gas metano. I vari beni su cui si pagano le accise sono accomunati dal fatto di essere prodotti (o importati, come il petrolio e il gas) in maniera accentrata, da pochi soggetti: quindi, è piuttosto semplice per il Fisco accertare i quantitativi accumulati e distribuiti ai consumatori.

Le accise sono imposte indirette, che si applicano sui consumi e non sui redditi o sui patrimoni; ma, a differenza dell’Iva, colpiscono direttamente la quantità prodotta, e non l’incremento di valore dei beni commercializzati. L’accisa viene incorporata nel prezzo finale di vendita, e quindi grava sull’acquirente finale, anche se il soggetto tenuto a versarla all’Erario è il fornitore di energia.

A quanto ammontano le accise in bolletta elettrica?

L’accisa sull’energia elettrica è l’imposta di consumo applicata in bolletta. In base alla normativa sulla trasparenza stabilita dall’Arera (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente), la quota di accise deve essere evidenziata nella fattura emessa dal gestore in maniera distinta dalle altre voci (costo della componente energia, Iva, oneri di sistema, contatore, ecc.) per consentire al consumatore di controllarne l’importo e di verificarne l’esattezza.

L’accisa viene calcolata in base alla quantità di energia elettrica consumata: quindi, l’importo è indipendente dal prezzo al kWh (chilowatt/ora) che dipende, invece, dalle condizioni praticate dal fornitore. L’importo dell’accisa sull’energia elettrica è pari a:

  • 0,0227 euro al kWh per le utenze domestiche (comprese le “seconde case”, come quelle per le vacanze);
  • 0,0125 euro per le utenze industriali e commerciali con consumi fino a 200.000 kWh; oltre questa soglia l’importo scende a 0,0075 euro fino a 1.200.000 kWh e se i consumi eccedono questo limite si paga una cifra fissa pari a 4.820 euro mensili.

Chi non paga le accise sull’energia elettrica?

Le utenze domestiche residenziali godono dell’esenzione integrale dalle accise sull’energia elettrica se si verificano queste tre condizioni:

  • la fornitura è relativa all’abitazione di residenza principale (la cosiddetta “prima casa“);
  • il contatore installato ha una potenza non superiore a 3 kW;
  • i consumi non eccedono i 150 kWh al mese.

Inoltre, alcune categorie di grandi imprese, come quelle che esercitano linee ferroviarie o tramviarie di trasporto merci o passeggeri, le aziende di trasformazione chimica mediante processi elettrolitici e gli opifici industriali ad alto consumo energetico, hanno diritto all’esenzione dal pagamento delle accise sull’energia elettrica consumata. Per ottenere l’esonero queste imprese devono presentare al proprio gestore, al momento dell’attivazione della fornitura elettrica, una apposita dichiarazione, in forma di autocertificazione, attestante i requisiti di non applicabilità delle accise, che sarà trasmessa all’Agenzia delle Dogane [1].

Come contestare le accise in bolletta elettrica?

Di norma il gestore, nel momento in cui si stipula il contratto di fornitura di energia elettrica, viene messo dal cliente a conoscenza delle condizioni per l’eventuale spettanza dell’esenzione dal pagamento delle accise, che perciò non dovrebbero essere riportate in fattura. Se però leggendo la bolletta elettrica scopri che ti è stata indebitamente applicata una quota di accise che non sei tenuto a pagare, puoi contestare la bolletta al tuo fornitore di energia (leggi “Come controllare la bolletta elettrica“) chiedendo il conguaglio della cifra, che andrà a tuo credito nelle fatture successive.

La contestazione della bolletta, per errata applicazione delle accise o per altri motivi, può essere fatta al numero verde o sul sito del fornitore, ma è preferibile inviare una comunicazione scritta (mediante lettera raccomandata o posta elettronica certificata) al gestore, riportando i propri dati ed esponendo le ragioni per le quali si ritiene non corretto l’addebito della quota di accise sui consumi fatturati. In caso di rifiuto da parte della società (che deve rispondere entro 40 giorni), si dovrà attivare un tentativo di conciliazione obbligatorio compilando il form telematico sul sito dell’Arera e, se neanche così si riesce a risolvere la questione, occorre promuovere un’azione giudiziaria instaurando una causa civile per il recupero delle somme indebitamente fatturate e pagate.

Rimborso accise e addizionali: chi può chiederlo?

Nel 1988, fu introdotta un’addizionale sulle accise [2], con una quota ulteriore di tributo spettante alle Province ed ai Comuni, che hanno stabilito le proprie aliquote. I soggetti obbligati al pagamento erano i fornitori di energia elettrica, che scaricavano questa componente di costo sui consumatori finali. Nel 2012, l’addizionale sulle accise è stata abolita per incompatibilità con il diritto dell’Unione Europea [3]. Si è aperta, così, la questione dei rimborsi di chi aveva pagato questa componente di accise.

Il procedimento di rimborso per le accise (e per le relative addizionali) pagate indebitamente è disciplinato dalla legge [4]: il rimborso deve essere chiesto, a pena di decadenza, entro 2 anni dalla data in cui il pagamento non dovuto è stato effettuato e gli interessi, nella misura stabilita dall’art. 1284 del Codice civile, maturano dalla data di presentazione della richiesta di rimborso. Una nuova sentenza della Corte di Cassazione [5] ha chiarito che solo il fornitore è legittimato a chiedere il rimborso direttamente all’Amministrazione finanziaria (impersonata dall’Agenzia delle Dogane), mentre il consumatore finale deve a sua volta esercitare l’azione civile di “ripetizione di indebito” nei confronti del fornitore per farsi restituire quanto pagato in più. Solo eccezionalmente il consumatore può chiedere il rimborso al Fisco, se dimostra che l’azione esperibile nei confronti del fornitore è «oltremodo gravosa».


note

[1] D.Lgs. n. 26/2007 e Circ. Agenzia Dogane n.17/D/2007.

[2] Art. 6 D.L. n. 511/1998.

[3] Art. 4, co.10, D.L. n.16/2012 e Dir. 2008/118/CE del 16.12.2008.

[4] Art. 14 D.Lgs. n. 504/1995 (T.U. sulle accise).

[5] Cass. sent. n. 15138 del 12.05.2022.


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