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L’Inps non può richiedere contributi derivanti da accertamenti tributari in corso

7 Ottobre 2014 | Autore:
L’Inps non può richiedere contributi derivanti da accertamenti tributari in corso

La Cassazione blocca una illegittima pratica volta a pretendere somme dai contribuenti anche in presenza di contestazione del credito.

A partire dalla fine del 2013, a seguito della errata interpretazione di una norma di legge [1], l’INPS sta emettendo avvisi di addebito contenenti gli importi dei contributi originati dagli accertamenti fiscali per i quali è pendente il ricorso davanti alle Commissioni Tributarie. Ma vediamo meglio di cosa si tratta e come difendersi.

L’INPS emette, nei confronti dei contribuenti che hanno ricevuto avvisi di accertamento portanti maggiori redditi d’impresa, degli avvisi di addebito [1].Gli avvisi sono emessi per l’importo della contribuzione a percentuale “INPS – gestione commercianti”, presuntivamente dovuta in base alla rettifica tributaria contenuta nell’avviso di accertamento.

Negli avvisi di addebito, che sono considerati titoli esecutivi [2] da pagare entro 60 giorni dalla notifica, l’INPS precisa che il contribuente può proporre opposizione entro 40 giorni [3], unicamente al Giudice del Lavoro competente per il territorio in cui ricade la sede INPS che ha emesso l’avviso.

Negli avvisi di addebito si prevede anche la possibilità di inoltrare alla sede INPS competente, domande, supportate da documentazione, a chiarimento ed a verifica dei debiti indicati nell’avviso.

Tuttavia, all’atto pratico, le domande presentate dal contribuente vengono tutte respinte dall’INPS, con la motivazione che l’importo richiesto origina da un accertamento emesso da altro Ente (Agenzia delle Entrate). A nulla vale la considerazione che, contro l’accertamento, penda ricorso davanti alla Commissione Tributaria e che i valori in esso indicati siano “presunti”: secondo l’INPS, infatti, le norme di legge [4] non consentono la sospensione dell’esecuzione dell’avviso.

L’INPS replica che l’esecuzione può essere sospesa solo se l’Agenzia delle Entrate produce su richiesta del contribuente una attestazione di sgravio, totale o parziale, dell’importo oggetto di addebito [5].

La sede centrale INPS, inoltre, comunica alle sedi locali di non procedere alla sospensione fino a quando non vi sia una sentenza definitiva emessa dagli organi giudicanti (Commissioni Tributarie).

In queste condizioni anche il ricorso al Giudice del Lavoro diviene impossibile, potendo accedere il contribuente alla tutela giurisdizionale solo sulla base di documentazione altrettanto certa, come la sentenza passata in giudicato, che ovviamente è indisponibile in caso di ricorso pendente.

Ad ulteriore aggravamento della pretesa contributiva l’INPS iscrive a debito il 100% dei contributi previdenziali presunti in base all’accertamento, invece del 50% previsto dalla norma [6].

Interviene ora in materia la Corte di Cassazione [7] a respingere l’interpretazione errata dell’INPS [8], spezzando così una lanciain favore del contribuente.

Nella sentenza di cui sopra, la Cassazione stabilisce che l’INPS può iscrivere a ruolo il contributo a percentuale dovuto dal contribuente solo dopo la decisione definitiva emessa dal Giudice Tributario [9].


note

[1] D. Lgs. 46/1999 art. 24 co. 3

[2] D. L. 78/2010 art. 30 co. 1

[3]  D. Lgs. 46/1999 art. 24 co. 5

[4]  L. 228/2012 (Legge di stabilità 2013)

[5]  Messaggio Inps n. 3891/2007

[6]  D. Lgs. 462/1972 art. 4

[7]  Cass. sent. n. 8379 del 9.04.2014.

[8]  C. App. Firenze sent. dell’8.03.2011

[9]  D Lgs. 46/1999 artt. 24 co. , 25 e 29


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