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Referendum 12 giugno sulla giustizia: cosa si vota?

23 Maggio 2022
Referendum 12 giugno sulla giustizia: cosa si vota?

Sono cinque i quesiti cui siamo chiamati a rispondere: la consultazione sarà valida solo se la maggioranza degli aventi diritto esprimerà il proprio voto.

Manca sempre meno al 12 giugno, data non solo di elezioni amministrative per 975 Comuni italiani, ma anche del poco conosciuto Referendum sulla giustizia. Nonostante il passare del tempo e l’avvicinarsi del giorno di apertura delle urne si sa e si parla davvero poco di questa consultazione.

Nello specifico, sono cinque i referendum sulla giustizia che dovremo votare: alcuni riguardano l’ordinamento giudiziario, mentre altri sono più specifici e relativi al processo penale e al contrasto alla corruzione. Un sesto referendum era stato ipotizzato in merito alla responsabilità civile dei magistrati, poi cassato poiché ritenuto inammissibile dalla Corte Costituzionale come quelli su cannabis e eutanasia legale.

Vediamo sinteticamente i cinque quesiti.

Separazione delle carriere

Oggi, ciascun magistrato ha la facoltà di scegliere se passare dalla carriera di pubblico ministero, ossia chi coordina le indagini e rappresenta l’accusa, a quella di giudice, cioè chi è chiamato a giudicare in modo imparziale in una determinata causa, e viceversa. Tale facoltà è concessa a ciascun magistrato fino a un massimo di quattro volte nell’arco della sua intera carriera.

Nel caso in cui vincesse il sì, non sarà più consentito al magistrato di passare da un ruolo all’altro ma fin da subito sarà chiamato a scegliere se improntare la propria carriera come parte giudicante o requirente. Con la vittoria del sì le due funzioni verrebbero nettamente separate all’inizio della carriera di ciascun magistrato per garantire una maggiore equità e indipendenza di giudizio e di processo.

Arresto in custodia cautelare

Oggi, in base all’art. 274 del Codice penale, ciascun giudice ha la facoltà di disporre l’arresto in custodia cautelare di un soggetto che, nonostante non sia ancora stato condannato secondo un regolare processo, si ritenga possa essere in qualche modo pericoloso. Tale facoltà viene attuata ad esempio nel caso in cui il soggetto possa fuggire durante le indagini, o inquinare le prove oppure reiterare il reato.

Con la vittoria del sì verrà limitata al giudice la possibilità di disporre l’arresto in custodia cautelare: non potrà più imporla per il rischio di reiterazione di reato per i reati meno gravi, eccezion fatta per quelli commessi «con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata o della stessa specie di quello per cui si procede».

Politici condannati: sospensione e incandidabilità

Oggi, grazie al Decreto Severino [1] è stabilito il divieto di ricoprire incarichi di governo, l’incandidabilità o l’ineleggibilità alle elezioni politiche e amministrative per tutti coloro che siano condannati in via definitiva per determinati reati (norma dalla misura retroattiva). Lo stesso decreto prevede, nel caso di condanne non definitive, la sospensione dalla carica ricoperta dal condannato in via automatica per un periodo di 18 mesi massimo.

Se vince il sì sarà consentito anche ai condannati in via definitiva di candidarsi oppure di continuare il proprio mandato senza sospensione dell’incarico e verrebbe eliminato l’automatismo della sospensione in caso di condanna non definitiva. Nessun automatismo e regola generica, dunque: spetterebbe ai giudici andare a valutare per ciascun caso concreto se sia o meno necessaria la sospensione dall’incarico o l’incandidabilità del politico.

Elezione dei membri togati del Csm

Oggi, i membri di diritto del Consiglio Superiore della Magistratura (l’organo di amministrazione della giurisdizione e di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati ordinari) come previsto dall’art. 104 della Costituzione sono: il Presidente della Repubblica, che lo presiede; il primo Presidente e il Procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri  componenti sono  eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un  terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di esercizio. Per potersi candidare ciascun magistrato deve presentare una lista di almeno 25 firme di colleghi disposti a sostenere la sua candidatura.

Con il sì verrebbe cancellato l’obbligo di firma, non sarebbe necessario alcun sostegno da parte di altri magistrati o l’appoggio politico delle «correnti interne» al Csm e ciascun magistrato potrebbe candidarsi semplicemente proponendosi al Consiglio.

Valutazione dei magistrati e consigli

Oggi, tutti i magistrati vengono valutati dal Csm ogni quattro anni in base a pareri elaborati dal Consiglio direttivo della Corte di Cassazione e dai Consigli giudiziari. Si tratta di organi a composizione mista, formati sia da magistrati che da membri detti laici, ossia senza toga, ma comunque esperti di diritto (avvocati e professori universitari di materie giuridiche). Questi ultimi, seppur membri attivi e partecipi dei Consigli, non hanno la facoltà di votare l’operato dei magistrati che servirà al Csm per procedere alla valutazione di ciascuno. Tale facoltà è infatti attribuita solo ad altri magistrati, che hanno il compito di giudicare i colleghi.

In caso di vittoria del sì questa distinzione sarebbe eliminata e qualunque membro del consiglio, togato e non, avrebbe la possibilità di esprimere un giudizio sul lavoro svolto dai magistrati.


note

[1] Cons. dei Min. d.lgs. 235/2012


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