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Se il matrimonio dura poco spetta il mantenimento?

25 Maggio 2022 | Autore:
Se il matrimonio dura poco spetta il mantenimento?

Se l’unione coniugale è stata di breve durata va riconosciuto l’assegno divorzile? In caso positivo, come si quantifica l’importo? La fase di convivenza prematrimoniale conta?

È stata una fiammata d’amore apparente che ha convinto due giovani a sposarsi pronunciando il fatidico sì, ma alla prova dei fatti l’intesa di coppia non ha resistito e l’unione è naufragata nel peggiore dei modi. Così, qualche tempo dopo la luna di miele, è inevitabile la separazione e si arriva al divorzio. Un matrimonio si può sciogliere in fretta, specialmente se gli ex coniugi raggiungono un’intesa fra loro sulle condizioni e non sono costretti a rivolgersi al giudice avviando una lunga causa per stabilire questi aspetti; ma le conseguenze economiche possono essere pesanti e durare a lungo.

In casi del genere, specialmente quando uno degli ex coniugi pretende qualcosa dall’altro, ci si chiede: se il matrimonio è durato poco spetta il mantenimento? In effetti, il «fattore tempo» è importante per determinare la cifra dell’assegno da versare all’ex. Quando una coppia ha convissuto per decenni, di solito i due coniugi hanno fatto parecchi sacrifici reciproci per contribuire al benessere familiare e all’atto della cessazione del vincolo ci deve essere una compensazione economica per tutto questo. Ma se l’unione è durata soltanto qualche anno, o addirittura pochi mesi, le cose cambiano.

A volte, chi vanta il diritto all’assegno cerca di far valere anche il periodo di convivenza prematrimoniale, in modo da estendere la durata complessiva dell’unione; ma questo espediente di solito non funziona. La giurisprudenza respinge questi tentativi, come è accaduto in una vicenda recentemente decisa dalla Corte di Cassazione [1], che ha escluso l’assegno di mantenimento ad una ex moglie perché mancava la prova del contributo fornito al mènage familiare e alla formazione di un patrimonio comune. E, si badi, nel caso deciso il matrimonio era durato sei anni: dunque, non pochissimo.

Come si determina l’importo del mantenimento?

L’assegno di mantenimento – che dopo il divorzio prende il nome di assegno divorzile – serve a compensare economicamente l’ex coniuge più debole che non dispone di entrate sufficienti per mantenersi autonomamente e non è in grado di procurarsi le risorse necessarie lavorando: ad esempio, per l’età avanzata o per le condizioni di salute che precludono la possibilità di trovare un’occupazione. L’assegno non spetta a chi ha ricevuto l’addebito della separazione per aver violato uno dei doveri derivanti dal matrimonio, come l’obbligo di fedeltà, di coabitazione e di assistenza morale e materiale verso l’altro coniuge.

Per stabilire l’importo dell’assegno di mantenimento, in mancanza di un accordo preso tra i coniugi nell’ambito della separazione e del divorzio consensuale, il giudice considera una serie di parametri, ciascuno dei quali non ha un valore assoluto ed un “peso” specifico, ma va contemperato con gli altri. Gli elementi che vengono presi in considerazione sono l’età dei coniugi, le capacità lavorative, l’assegnazione della casa coniugale a chi, pur non essendone proprietario, la abiterà con i figli minori, le spese da sostenere ed anche la durata che ha avuto il matrimonio.

Durata del matrimonio: quanto incide sul mantenimento?

Ai fini del riconoscimento dell’assegno di mantenimento divorzile e della sua quantificazione, la durata del matrimonio non va considerata in modo isolato, ma va incrociata con altri fattori. La legge sul divorzio [2] dispone che: «Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive».

Da questa formulazione normativa emerge un dato evidente: come abbiamo accennato nell’introduzione, il fattore fondamentale per riconoscere il mantenimento all’ex coniuge è il contributo che egli, o ella, ha fornito nel corso degli anni di matrimonio alla vita di coppia e all’andamento familiare. Può trattarsi, a seconda dei casi, di un apporto personale, come quello fornito dalla moglie casalinga che ha consentito lo sviluppo della carriera lavorativa del marito, o direttamente economico, come quando un coniuge ha fatto confluire i redditi della sua attività nelle casse familiari per fronteggiare tutte le spese, ed anche per risparmiare ed acquistare beni di lunga durata, come gli immobili.

Ecco perché il tempo incide parecchio su questa valutazione: se il periodo di convivenza matrimoniale è stato breve, anche tenendo conto dell’eventuale fase precedente in cui la coppia ha convissuto, l’apporto del partner risulterà per forza di cose ridotto, di entità esigua, e dunque insufficiente a garantire una forma di solidarietà post-matrimoniale da parte dell’ex coniuge più abbiente a quello economicamente meno solido. Questo perché – come ha ribadito la Suprema Corte nella sentenza cui accennavamo all’inizio – il mantenimento dell’ex coniuge ha una triplice funzione «assistenziale, compensativa e perequativa». Dunque, se il richiedente l’assegno non dimostra in che modo ha fornito il proprio apporto alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune della coppia, non ha diritto al mantenimento.

Mantenimento dei figli minori

Le cose cambiano se a seguito della separazione o del divorzio vi sono dei figli minori nati dall’unione coniugale o durante i pregressi rapporti della coppia (riguardo ai doveri dei genitori non esiste alcuna differenza tra figli legittimi e figli naturali). Questi figli devono essere mantenuti dai propri genitori anche dopo la fine del matrimonio – nonostante la sua breve durata – sino a quando non raggiungono la maggiore età e l’autosufficienza economica.

Così in presenza di figli della coppia, la durata del matrimonio assume un rilievo marginale e non incide sugli obblighi di assistenza materiale e morale che i genitori continuano ad avere nei loro confronti anche dopo la separazione e il divorzio.

L’art. 337 ter del Codice civile contempla, al fine di determinare la cifra da corrispondere per il mantenimento dei figli, i seguenti elementi:

  • le attuali esigenze del figlio;
  • il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;
  • i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  • le risorse economiche di entrambi i genitori;
  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

note

[1] Cass. ord. n. 16604 del 23.05.2022.

[2] Art. 5, co. 6, L. n. 898/1970.


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