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Diritto di critica: quando offendere non è reato?

26 Maggio 2022 | Autore:
Diritto di critica: quando offendere non è reato?

Dare dell’incompetente è diffamazione? Offendere qualcuno è reato? Quando c’è il diritto di criticare un’altra persona?

Ci vuole poco ad offendere una persona: una parola di troppo, un atteggiamento sbagliato, un gesto aggressivo. Dal punto di vista giuridico, il problema è che l’offesa può facilmente tramutarsi in un illecito avente delle conseguenze precise, a volte anche penali. Ad esempio, mandare a quel paese una persona può costare una condanna al risarcimento, mentre denigrare alle spalle un soggetto può perfino costituire un delitto. Con questo articolo ci occuperemo di una specifica questione: vedremo cioè quando offendere non è reato ma diritto di critica.

La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso molto interessante, riguardante un paziente che, insoddisfatto del medico che l’aveva avuto in cura, faceva ricorso ai superiori del professionista per denunciarne l’inadeguatezza sul posto di lavoro. Di fronte a questo attacco il medico sporgeva querela per diffamazione, in quanto la sua reputazione era stata ingiustamente lesa. Cosa ha deciso la Suprema Corte? Quando offendere non è reato ma diritto di critica? Scopriamolo insieme.

Offendere qualcuno è reato?

Cosa si rischia a insultare e offendere? Chi ingiuria un’altra persona può essere citato in giudizio ed essere condannato a pagare il risarcimento dei danni.

L’ingiuria consiste nell’offendere l’onore e il decoro di una persona. L’offesa può avvenire verbalmente (le classiche parolacce) oppure per iscritto (il messaggio offensivo inviato sul cellulare, ad esempio). Si può ingiuriare anche con fotografie o disegni: si pensi allo scarabocchio che ritrae la vittima in posizioni indecenti.

L’ingiuria è un illecito civile: ciò significa che non si può sporgere querela, ma si può agire solamente davanti al giudice civile per chiedere il risarcimento dei danni. Nessuna reclusione, dunque.

Le cose cambiano se l’offesa è avvenuta in assenza della vittima: in questo caso, può configurarsi il reato di diffamazione. Vediamo di cosa si tratta.

Diffamazione: quando c’è reato?

La diffamazione consiste nell’offendere la reputazione altrui, cioè la considerazione che la gente ha di una determinata persona.

Ciò può accadere mettendo in giro pettegolezzi particolarmente perfidi, denigrando il lavoro svolto da un professionista, infangando l’immagine della vittima all’interno della propria cerchia familiare, ecc.

La diffamazione può farsi a voce (ad esempio parlando male di una persona assente mentre si è con un gruppo di amici), per iscritto (ad esempio, inviando delle email oppure degli sms), in una chat di gruppo oppure sul proprio profilo social (pubblicando un commento offensivo, ecc.).

L’importante è che, per aversi diffamazione, venga lesa la reputazione della vittima mentre questa è assente e, quindi, incapace di potersi difendere. La stessa condotta compiuta in presenza del soggetto offeso costituirebbe una semplice ingiuria, non punibile penalmente.

Inoltre, è fondamentale che i commenti denigratori avvengano in presenza di almeno altre due persone: telefonare a un amico e parlare male di un altro non costituisce reato.

Diritto di critica: quando non c’è diffamazione?

Non c’è diffamazione se il commento, per quanto offensivo, rappresenta il legittimo esercizio del diritto di critica di una persona.

È ciò che ha ricordato la Corte di Cassazione con una recente sentenza [1], con la quale ha stabilito che non è diffamazione dare dell’incompetente al medico con i superiori di quest’ultimo.

Nel caso di specie l’espressione, oggettivamente offensiva, era contenuta in un ricorso ai superiori del professionista che dovevano valutarne l’operato.

Secondo la Suprema Corte, il forte biasimo dimostrato nei confronti del medico non costituisce diffamazione, ma legittimo diritto di critica, in quanto non si tratta di un attacco gratuito e immotivato alla reputazione del professionista, bensì di un giudizio circoscritto alla propria concreta esperienza.

In pratica, per la Cassazione il reato di diffamazione scatta solamente se le espressioni denigratorie sono pronunciate con lo scopo specifico di ledere la reputazione della vittima, cioè in maniera arbitraria e immotivata.

La diffamazione non può quindi configurarsi come un bavaglio in grado di mettere a tacere i giudizi negativi. Chi protesta contro un’altra persona, ritenendola incompetente, non commette reato in quanto le espressioni, per quanto ingiuriose, vanno sempre contestualizzate.

Al contrario, se il paziente avesse pubblicato sul proprio profilo social le stesse parole riferite all’organo di valutazione, avrebbe commesso diffamazione perché l’intento sarebbe stato evidentemente quello di screditare il professionista agli occhi di tutti.

Nella specie, invece, il paziente aveva esercitato il diritto di critica, tenuto conto del contesto e dei destinatari dello scritto, indirizzato ai soggetti istituzionali anche per denunciare la responsabilità disciplinare del dottore: l’atto, quindi, non trasmoda in un’invettiva personale con espressioni inutilmente umilianti.

Insomma: per la Cassazione non c’è reato ma diritto di critica quando le espressioni, pur essendo ingiuriose, sono motivate e inserite in un preciso contesto, e non hanno lo scopo di screditare gratuitamente la vittima.


Per la Cassazione non c’è reato ma diritto di critica quando le espressioni, pur essendo ingiuriose, sono motivate e inserite in un preciso contesto, e non hanno lo scopo di screditare gratuitamente la vittima.

note

[1] Cass., sent. n. 20206 del 24 maggio 2022.

Autore immagine: depositphotos.com


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