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Se cambia l’interpretazione della legge, il processo si può rifare?

29 Maggio 2022
Se cambia l’interpretazione della legge, il processo si può rifare?

Mutamento di giurisprudenza: la sentenza può essere modificata?

Poniamo il caso di una persona che venga condannata per un reato o che, a seguito di un processo civile, sia costretta a risarcire i danni al proprio avversario. Il giudice, nella propria sentenza, si attiene al costante orientamento della giurisprudenza per come formulato già in numerosi precedenti. Senonché, qualche mese dopo la pubblicazione della sentenza, quando ormai questa è divenuta definitiva, cambia il pensiero dei giudici e quella che prima era la tesi minoritaria diventa d’un tratto quella sposata anche dalla stessa Cassazione. A questo punto ci si potrà chiedere: se cambia l’interpretazione della legge, il processo si può rifare? Per comprendere la risposta bisogna partire da alcuni concetti che regolano il nostro processo: cosa significa “giudicato” e cosa si può fare per riaprire una causa ormai chiusa. Ma procediamo con ordine.

Cos’è il giudicato?

Nel nostro ordinamento è possibile chiedere la revisione della sentenza entro determinati limiti di tempo. Ci sono 30 giorni per fare appello e 60 per il ricorso in Cassazione. Spirati tali termini o esperito l’ultimo di questi rimedi, la sentenza diventa definitiva. Questo concetto viene espresso tecnicamente con l’espressione: passaggio in giudicato. In pratica, la sentenza “passa in giudicato” – ossia non è più contestabile perché ormai definitiva – quando:

  • vengono esperiti tutti i mezzi di impugnazione;
  • oppure scadono i termini per esperire i mezzi di impugnazione.

Tale principio serve per dare certezza ai rapporti giuridici. Se la decisione di un giudice potesse essere sempre oggetto di rivisitazione, dominerebbe una totale incertezza e le cause durerebbero in eterno.

Quando un processo può essere riaperto?

Eccezionalmente, tanto nel processo civile quanto in quello penale, le sentenze – anche se passate in giudicato – possono essere oggetto di revisione. Senza voler ora entrare nel tecnico e spiegare tutti i casi in cui è possibile riaprire una causa civile o un processo penale (per maggiori informazioni puoi per cliccare sui link appena indicati), possiamo fare qualche esempio. 

Si può ad esempio rimettere in gioco una sentenza penale se si scoprono nuove prove che dimostrano che il condannato doveva essere prosciolto perché non ha commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato; o se si dimostra che la condanna è stata pronunciata in conseguenza di falsità in atti o in giudizio. 

Anche la sentenza civile può essere revocata se si è giudicato in base a prove successivamente dichiarate false, o se vengono trovati documenti decisivi che prima non potevano essere prodotti per forza maggiore, o se la sentenza è effetto della malafede del giudice o se c’è un contrasto tra sentenze. 

Infine l’ordinamento processuale prevede una serie di ipotesi nelle quali si ammette una limitazione al principio del giudicato quando vengono compromessi valori costituzionali: è avvenuto, per esempio, nei casi di illegalità della pena per una sopravvenuta dichiarazione di incostituzionalità di disposizioni sul trattamento sanzionatorio.

Si può riaprire un processo se cambia l’interpretazione della legge?

Vediamo ora cosa succede se, invece, dopo che la sentenza diventa definitiva, muta la giurisprudenza. Ebbene, secondo la Cassazione [1] una sentenza già passata in giudicato non può essere oggetto di revisione in caso di cambiamento della giurisprudenza, ossia se muta l’interpretazione della legge fatta dai giudici. 

Tanto per fare un esempio, nel 2017 la quarta sezione della Cassazione ha formulato un dirompente principio in materia di assegno di mantenimento, stabilendo che la misura non doveva più tendere a garantire all’ex coniuge lo «stesso tenore di vita» di cui godeva durante il matrimonio, ma solo l’autosufficienza. Molti uomini, stretti al collo da assegni mensili particolarmente rigorosi, si sono subito rivolti ai giudici per chiedere la revisione delle precedenti condizioni di separazione o divorzio. Ma la magistratura ha rigettato tutti i ricorsi: e ciò perché si era ormai formato il “giudicato” su tali sentenze. È vero che proprio in materia di famiglia è sempre possibile la revisione delle sentenze che regolano i rapporti personali e patrimoniali tra gli ex coniugi, ma ciò solo se sopraggiungono fatti nuovi e imprevedibili. Non è il caso del mutamento di interpretazione della legge.


note

[1] Cass. sent. n. 19429/2020.


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