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Quanta malattia può fare un invalido?

26 Maggio 2022
Quanta malattia può fare un invalido?

Le assenze per malattia legate all’invalidità rientrano nel calcolo del periodo di comporto?

La legge riconosce al lavoratore invalido la possibilità di usufruire di permessi annui proprio in ragione delle proprie condizioni fisiche. Ciò nonostante anche per l’invalido vale il cosiddetto «periodo di comporto» ossia il limite massimo ai giorni di assenza per come indicato dal contratto collettivo. Il superamento di tale tetto, come a tutti noto, può comportare un licenziamento. Dunque, quanta malattia può fare un invalido? Per rispondere correttamente a tale domanda bisogna innanzitutto conoscere quali sono i permessi e i congedi riconosciuti agli invalidi civili e, in secondo luogo, verificare cosa prevede il relativo Ccnl. Ma procediamo con ordine.

Congedi riconosciuti a invalidi

I lavoratori mutilati e invalidi civili ai quali sia stata riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa superiore al 50%, possono usufruire ogni anno – anche in maniera frazionata – di un congedo straordinario non superiore a 30 giorni per le cure connesse alla loro infermità (ad esempio fisioterapia o riabilitazione dei cardiopatici [1]) riconosciuta dalle competenti strutture mediche.

I 30 giorni di assenze per cure, naturalmente retribuiti, devono essere sfruttati nell’anno solare, dal 1° gennaio al 31 dicembre di ciascuna annualità.

Per usufruire del congedo per invalidi, il dipendente deve presentare al datore di lavoro una domanda accompagnata dalla richiesta del medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale o appartenente ad una struttura sanitaria pubblica, dalla quale risulti la necessità della cura in relazione all’infermità invalidante riconosciuta.

I 30 giorni di congedo non rientrano nel periodo di comporto: sicché, resta immutato il numero massimo di giorni di assenza che l’invalido può prendere dal lavoro per causa di malattia. 

Durante il congedo il lavoratore ha diritto a percepire un trattamento, a carico del datore di lavoro, calcolato in base alle regole sulla malattia.

Le assenze tramite questo congedo vengono retribuite alla stregua delle assenze per malattia. 

Il diritto al congedo spetta anche ai lavoratori affetti da patologie tumorali che ne facciano richiesta, previa autorizzazione del medico della struttura sanitaria pubblica e a condizione che sussista una connessione delle cure con l’infermità invalidante riconosciuta.

Il lavoratore è tenuto a documentare l’avvenuta sottoposizione alle cure. Tuttavia, se il lavoratore è sottoposto a trattamenti terapeutici continuativi, la giustificazione dell’assenza può essere data anche un’attestazione unica e cumulativa.

Assenze per malattia legate all’invalidità: c’è obbligo di reperibilità?

Oltre ai 30 giorni di congedo, l’invalido è libero – come qualsiasi altro lavoratore dipendente – di assentarsi dal lavoro per malattia. Come di regola, la malattia deve essere certificata dal medico curante (il quale dovrà preoccuparsi di inviare il relativo certificato all’Inps in via telematica). 

Il lavoratore invalido non è tenuto a rispettare le fasce orarie di reperibilità per la visita fiscale da parte dei medici dell’Inps, sicché può ben assentarsi da casa in qualsiasi orario. In particolare, sono esclusi dall’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità se l’assenza per malattia è riconducibile a stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta, pari o superiore al 67%. 

Tale possibilità è stata resa agevole dal D.M. 18.4.2012, che ha introdotto la possibilità di indicare nei certificati, barrando la corrispondente casella, se l’assenza dal lavoro sia connessa alla situazione di invalidità riconosciuta.

Assenze per malattia legate all’invalidità: si calcolano nel comporto?

A differenza di quanto avviene per i 30 giorni di congedo, le assenze dell’invalido per malattia, benché legate all’invalidità stessa, rientrano nel periodo del comporto e quindi vanno sottratte da quelle previste per contratto collettivo in favore di ciascun dipendente. Il che significa che se il lavoratore si assenta per troppi giorni, superando quindi il comporto, può essere licenziato. Non importa se la causa di tale assenza è proprio l’invalidità che, suo malgrado, lo ha colpito. Questo è l’orientamento sposato pacificamente dalla Cassazione [2].

Secondo i giudici supremi è necessario soppesare gli interessi giuridicamente rilevanti delle parti, ossia l’interesse del disabile al mantenimento di un lavoro confacente con il suo stato fisico e psichico e quello del datore ad ottenere una prestazione lavorativa utile per l’impresa, tenuto altresì conto che l’art. 23 Cost. vieta prestazioni assistenziali, anche a carico del datore di lavoro, se non previste per legge.

Difendere a oltranza l’interesse del disabile al mantenimento del posto di lavoro significherebbe compromettere il potere del datore di recedere dal rapporto di lavoro, così creando uno squilibrio tra gli interessi in gioco.

In ogni caso, il contratto collettivo può prevedere un trattamento più favorevole espungendo determinate assenze dal comporto, se certificate. Ad esempio, molti contratti di lavoro, tanto nel pubblico impiego quanto nel comparto privato, prevedono che, in caso di patologie gravi che richiedano terapie salvavita, come la chemioterapia, tanto i giorni di ricovero ospedaliero o di day-hospital, quanto i giorni di assenza dovuti alle suddette terapie sono esclusi dal computo dei giorni di assenza per malattia previsti dal Ccnl.


note

[1] Circ. INPS 4 gennaio 1989 n. 1.

[2] Cass. sent. n. 181/22 del 27.04.2022.


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