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Quando si può essere accusati di furto?

29 Maggio 2022
Quando si può essere accusati di furto?

Presupposti per il reato di furto: si può essere incriminati se l’oggetto non ha valore o si agisce per dispetto? 

Non sempre impossessarsi di un oggetto altrui costituisce furto, così come per commettere furto non è necessario perseguire un vantaggio economico. I confini del reato di furto sono parzialmente diversi da quelli che gli attribuisce l’immaginario collettivo. Per sapere quando si può essere accusati di furto bisognerà quindi comprendere con attenzione cosa dice l’articolo 624 del codice penale e come questo è stato interpretato, nel corso degli anni, dalla giurisprudenza. 

Spicca in particolare una recente pronuncia della Cassazione [1] secondo cui si può essere accusati di furto anche se non si è mossi dall’intento di arricchirsi: l’intento perseguito dal reo può anche non essere di natura economica. Ciò equivale a dire che si può essere accusati di furto anche in caso di oggetti privi di alcun valore economico. Ma procediamo con ordine.

Presupposti del reato di furto

Come vedremo meglio nei successivi paragrafi, i presupposti per il reato di furto sono:

  • la malafede (ossia il dolo);
  • la cosa mobile su cui viene commesso il furto: non si può essere accusati di furto di una casa o di un terreno;
  • l’altruità della cosa (non si può essere accusati di furto se si prende una cosa credendo, per errore, che sia di altri mentre è propria);
  • il profitto (come vedremo non necessariamente di natura patrimoniale). 

Leggi anche Quando il furto non è punito.

Si può essere accusati di furto se si è in buona fede?

Affinché si possa essere accusati di furto è necessario innanzitutto agire in malafede, ossia con la consapevolezza di impossessarsi di un oggetto di proprietà altrui. È ciò che i giuristi chiamano «dolo». Chi scambia per propria una cosa che non lo è, e quindi non è animato da alcuna volontà specifica di rubarla, non può essere querelato. Potrà tutt’al più essere citato per un risarcimento se da tale condotta è derivato un danno alla vittima, ma non di più.

Si può essere accusati di furto se l’oggetto non ha alcun valore?

In secondo luogo bisogna agire con il proposito di trarne un profitto per sé o per altri dalla cosa rubata. Su tale concetto bisogna aprire un’ampia parentesi. Cosa si intende per profitto? Sicuramente si tratta di un vantaggio economico, che comporta cioè un arricchimento. Secondo la giurisprudenza si può parlare di furto anche con riferimento a un bene di modico valore, come una mela o uno spazzolino.  

Secondo però una recente sentenza della Cassazione [1], si può rispondere di furto anche se non si è animati da un fine di lucro: è il caso di chi agisce per dispetto, vendetta o ritorsione. Secondo tale orientamento, il profitto dunque non è solo un vantaggio patrimoniale ma anche il soddisfacimento di un bisogno psichico.  

Tanto per fare un esempio, si pensi al caso di un appuntato della Guardia di Finanza che si riappropri furtivamente della propria tessera di riconoscimento ritiratagli dopo il collocamento in aspettativa: anche se tale oggetto non ha alcun valore economico, il reato di furto può ugualmente essere punito. 

C’è comunque da osservare che tale interpretazione non è condivisa da tutti i giudici. La stessa Cassazione [2], in passato, aveva ritenuto che l’appropriazione di un oggetto altrui per scopi di vendetta non è furto. E la Corte di Appello di Trento [3] ha confermato che il furto di un bene senza alcun valore (ad esempio un chiodo rotto o una mela marcia) non può dar luogo a responsabilità penale. Questo perché il delitto di furto, in quanto reato contro il patrimonio, postula pur sempre un’apprezzabile, anche se irrisoria, diminuzione del patrimonio altrui.

Un cleptomane può essere accusato di furto?

Come tutti i reati, anche quello di furto presuppone la capacità d’intende e di volere del reo: questi deve rendersi conto della condotta che sta compiendo, anche se non ne riconosce il disvalore giuridico. Ragion per cui un cleptomane, la cui patologia sia certificata da un medico, non risponde del reato perché, seppur vi è la coscienza di commettere il crimine, manca la volontà. Egli è preda della propria malattia che lo costringere a compiere il reato. 

Da che momento si può essere accusati di furto?

Per rispondere di furto non basta “mettere le mani” sull’oggetto altrui ma bisogna anche sottrarlo al legittimo titolare: il reato si consuma quindi nel momento in cui il colpevole fa uscire la cosa dalla sfera di potere del proprietario. Questo significa che se una persona viene trovata con, in tasca, un oggetto prelevato da uno scaffale è imputabile solo per furto tentato e non anche di furto consumato. 


note

[1] Cass. sent. n. 20442/22 del 25.05.2022. 

[2] Cass. sent. n. 30073/2018: secondo cui il fine di profitto va interpretato in senso restrittivo. La Corte in quel caso non ha ritenuto integrato l’elemento soggettivo del reato nella sottrazione di una borsa solo per finalità “di dispetto, di reazione o come modalità per mantenere il contatto con lei”.

[3] C. App. Trento, sent. n. 563/2003.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. pen., sez. I, ud. 22 aprile 2022 (dep. 25 maggio 2022), n. 20442

Presidente Zaza – Relatore Russo

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 13 aprile 2021 la Corte militare d’appello, riformando la sentenza di condanna del Tribunale militare di Roma del 19 febbraio 2020, ha assolto l’appuntato scelto della (omissis) C.P. dal reato di furto militare della propria tessera di riconoscimento avvenuto in (…) tra il (omissis) ed il (…) .

Si trattava, in particolare, di una tessera ritirata al militare a seguito dei collocamento dello stesso in aspettativa per motivi di salute, e sottratta con modalità imprecisate dal plico sigillato in cui era stata riposta in occasione del ritiro, plico custodito in un armadio metallico degli uffici della Scuola (omissis) presso cui prestava servizio il ricorrente.

Nella sentenza impugnata la Corte militare di appello ha ritenuto non sussistere il dolo di profitto del reato di furto, atteso che la tessera non aveva alcun valore economico e non era esattamente identificabile il vantaggio che la sottrazione aveva determinato in capo all’autore del reato.

2. Avverso il predetto provvedimento ha proposto ricorso il Procuratore generale militare, che con unico motivo lamenta l’erronea applicazione della legge penale, rilevando che il dolo di profitto non deve avere necessariamente un contenuto patrimoniale.

3. Con requisitoria scritta il Procuratore generale militare presso la Corte di cassazione ha chiesto l’accoglimento del ricorso e l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Il difensore dell’imputato ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.

Come correttamente rilevato in ricorso, il fine di profitto, che integra il dolo specifico del reato, non consiste necessariamente nella volontà di trarre un’utilità patrimoniale dal bene sottratto, ma si può anche risolvere nel soddisfacimento di un bisogno psichico (cfr., per tutte, da ultimo, Sez. 4, Sentenza n. 4144 del 06/10/2021, dep. 2022, Caltabiano, Rv. 282605 – 01: in tema di furto, il fine di profitto, che integra il dolo specifico del reato, non ha necessario riferimento alla volontà di trarre un’utilità patrimoniale dal bene sottratto, ma può anche consistere nel soddisfacimento di un bisogno psichico e rispondere, quindi, a una finalità di dispetto, ritorsione o vendetta; in senso contrario, in una fattispecie, però, sensibilmente diversa da quella oggetto del presente giudizio, v. Sez. 5, Sentenza n. 30073 del 23/01/2018, Lettina, Rv. 273561 – 01: in tema di furto, il fine di profitto, che integra il dolo specifico del reato, va interpretato in senso restrittivo, e cioè come possibilità di fare uso della cosa sottratta in qualsiasi modo apprezzabile sotto il profilo dell’utilità intesa in senso economico/patrimoniale. Nella fattispecie, la Corte non ha ritenuto integrato l’elemento soggettivo del reato di furto nella condotta dell’imputato che aveva sottratto la borsa alla persona offesa solo per finalità “di dispetto, di reazione o come modalità per mantenere il contatto con lei”).

Nel caso in esame, il fine per cui l’appuntato scelto della (omissis) C.P. , dopo aver riconsegnato la tessera di riconoscimento, ha deciso di asportarla dal plico sigillato in cui era custodita negli uffici della Scuola (omissis), è rimasto inesplorato nella sentenza impugnata.

Nonostante non abbia individuato il fine che ha indotto il militare ad appropriarsi della tessera di riconoscimento, la Corte militare di appello ha comunque pronunciato sentenza liberatoria in considerazione della impossibilità per l’agente di trarre dalla condotta un vantaggio di tipo patrimoniale.

Poiché, però, come detto, la mancanza di vantaggio patrimoniale di per sé non esclude la sussistenza del reato, perché il dolo del furto si può anche risolvere nel soddisfacimento di un bisogno psichico, la pronuncia di appello si rivela non sufficientemente motivata, in quanto la Corte d’appello, prima di trarre le conclusioni sulla rilevanza penale o meno della condotta, avrebbe dovuto individuare il motivo, anche non patrimoniale, che in concreto ha determinato la condotta dell’agente.

La sentenza impugnata deve, pertanto, essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte militare di appello, che ex art. 173 disp. att. c.p.p., si uniformerà al seguente principio di diritto: in tema di furto, il fine di profitto, che integra il dolo specifico del reato, non ha necessario riferimento alla volontà di trarre un’utilità patrimoniale dal bene sottratto, ma può anche consistere nel soddisfacimento di un bisogno psichico e rispondere, quindi, a una finalità di dispetto, ritorsione o vendetta.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte militare di appello.


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