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L’azienda può licenziare per aumentare il profitto?

27 Maggio 2022 | Autore:
L’azienda può licenziare per aumentare il profitto?

È lecito interrompere il rapporto di lavoro per giustificato motivo oggettivo allo scopo di migliorare la situazione economica dell’impresa?

Mors tua, vita mea. Potrebbe essere il pensiero del datore di lavoro che, per procurarsi una barca più solida, getta nelle acque agitate della disoccupazione una parte del suo organico. Quanto basta non solo per restare a galla ma anche per navigare in condizioni ancora più agiate. È lecito agire in questo modo? L’azienda può licenziare per aumentare il profitto?

La risposta che ha dato in merito la Cassazione non piacerà ai lavoratori e nemmeno ai sindacati perché, secondo la Suprema Corte, il titolare può disfarsi dei dipendenti che ritiene opportuno se i licenziamenti fanno aumentare la redditività dell’impresa. Ovviamente senza esagerare perché, per far crescere il profitto, qualcuno dovrà pur lavorare. Significa, comunque, che cambiano le ragioni per poter ridurre il personale per motivi economici? Vediamo.

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Tra le varie modalità di licenziamento, quello per giustificato motivo oggettivo è il provvedimento a cui ricorrono i datori di lavoro per ragioni che riguardano l’attività produttiva, la sua organizzazione ed il suo regolare funzionamento.

Inoltre, è possibile attuare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo per la necessità dell’imprenditore di diminuire i costi del personale anche se non si raggiungono le soglie previste per i licenziamenti collettivi.

Tuttavia, affinché un giudice dichiari legittimo questo tipo di licenziamento, devono sussistere alcune condizioni. In particolare:

  • la necessità di riorganizzare in maniera concreta ed effettiva l’azienda attraverso la soppressione di alcuni posti di lavoro. Si pensi alla chiusura di un intero reparto o di un ufficio;
  • il nesso di causalità: il licenziamento deve essere legato indissolubilmente all’esigenza aziendale di sopprimere il lavoro svolto dal dipendente interessato dalla cessazione del rapporto;
  • l’impossibilità di ricollocare il lavoratore in un altro reparto o in un’altra sede della stessa azienda, anche prevedendo per lui una mansione inferiore (il cosiddetto repêchage).

Spetta al datore di lavoro provare la sussistenza del giustificato motivo oggettivo alla base del licenziamento.

Licenziamento per motivi economici: cosa dice la giurisprudenza?

Il dibattito sui motivi che possono legittimare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è piuttosto nutrito di sentenze. La Cassazione ha più volte ribadito che non è possibile ridurre il personale con questa modalità se non ci sono delle situazioni economiche sfavorevoli in grado di interessare l’azienda (si pensi ad un mercato in forte contrazione che non promette segnali di ripresa in un determinato settore) [1]. In pratica, la libertà di iniziativa economica – sostiene la Suprema Corte – deve convivere con il diritto del dipendente alla stabilità del suo posto di lavoro. Quindi – scrivevano i giudici di legittimità qualche anno fa – migliorare il profitto aziendale non è sufficiente a giustificare un licenziamento per motivi economici.

Ora arriva un’importante precisazione della stessa Cassazione. In una recente sentenza, la Corte definisce legittimo il licenziamento del dipendente quando comporta l’aumento della redditività dell’azienda.

Gli Ermellini ritengono che sia lecito il licenziamento per giustificato motivo oggettivo del lavoratore impegnato in un’azienda in crisi quando non si persegue il solo profitto. Ai fini della legittimità del provvedimento – si legge nella sentenza – «l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva e dall’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette a una migliore efficienza gestionale ovvero a un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa».

In parole estremamente semplici: l’impresa può licenziare uno o più lavoratori per giustificato motivo oggettivo quando il loro allontanamento comporta un miglioramento dell’organizzazione e della produttività e può, quindi, favorire una ripresa a beneficio del resto dell’organico.

Licenziamento per motivi economici: la procedura

Avere una valida ragione del licenziamento per giustificato motivo oggettivo non basta: occorre seguire comunque una determinata procedura e consentire al lavoratore la possibilità di difendersi e di contestare il provvedimento.

Il datore deve comunicare il provvedimento al dipendente in forma scritta e rispettando il preavviso, secondo quanto stabilito dal contratto nazionale di categoria. In caso contrario, se il preavviso non viene rispettato, l’azienda è tenuta a pagare al lavoratore l’indennità sostitutiva. La comunicazione, inoltre, deve contenere i motivi del licenziamento.

I dipendenti assunti prima dell’entrata in vigore del Jobs Act (quindi prima del 7 marzo 2015) e che lavorano per un’azienda che supera i 15 dipendenti devono attivare obbligatoriamente il procedimento di conciliazione presso la Direzione territoriale del lavoro del luogo in cui si trova l’azienda. Il datore avrà già comunicato alla Dtl l’intenzione di provvedere al licenziamento e il lavoratore verrà convocato entro sette giorni per il tentativo conciliatorio. Questa fase dovrà concludersi entro 20 giorni dalla ricezione della comunicazione.

Se la conciliazione non produce alcun accordo, il datore può procedere al licenziamento e il dipendente interessato può avviare una causa presso il tribunale del lavoro competente per territorio.


note

[1] Cass. sent. n. 5173/2015 e 13116/2015.

[2] Cass. sent. n. 17173/2022 del 26.05.2022.


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