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Cannabis: coltivazione domestica di poche piante è reato?

5 Giugno 2022
Cannabis: coltivazione domestica di poche piante è reato?

Piantine marijuana: quando è lecita la produzione di cannabis per uso personale.

Non è vero, come molti hanno creduto, che la Cassazione abbia dichiarato lecita la coltivazione domestica di cannabis di poche piante. La Corte ha solo detto che non è reato. Il che però non significa che non sia comunque sanzionabile. Si tratta però di un illecito amministrativo, equiparabile alla detenzione per uso personale. La logica conseguenza è che la pena sarà molto più lieve, non lascerà strascichi sul casellario giudiziario e non implicherà alcun processo penale (come invece succede a chi viene trovato con un quantitativo tale da far sospettare il fine di «spaccio», unica condotta quest’ultima sanzionata penalmente).

Di qui la domanda: la coltivazione domestica di poche piante di cannabis è reato? La risposta dipende dalla destinazione che si intende fare della sostanza drogante coltivata nella serra domestica: 

  • se lo scopo è la cessione a terzi (sia essa a scopo di vendita che di regalo), siamo nell’ambito dello spaccio, sicché la condotta costituisce reato;
  • se invece lo scopo è l’uso personale, anche se terapeutico, non si rischia più il “penale”. Siamo nel campo dei semplici illeciti amministrativi, in questo caso punito con la sospensione della patente, del passaporto e del porto d’armi per un periodo che va da due mesi a un anno. A prevederlo è l’ormai famoso articolo 75 del D.P.R. 309/1990.

Ma come fa la polizia, in caso di controllo, a stabilire se la piantagione domestica è destinata allo spaccio o all’uso personale? Semplice: 

  • dal quantitativo delle piantine rinvenute a casa del soggetto destinatario del contratto;
  • dalle tecniche di coltivazione da questi utilizzate. 

Laddove pertanto si tratti di poche piantine e di sistemi di coltivazione rudimentali, privi cioè di strumenti rivolti alla produzione seriale, la condotta non costituisce reato. 

La questione, per come appena sintetizzata, è stata affrontata di recente dalla Cassazione [1] che, nel sancire nuovamente i principi affermati dalle Sezioni Unite nel 2019 [2], ha spiegato quando la coltivazione domestica di cannabis non è reato.

In pratica, ma con parole più tecniche, secondo la Suprema Corte, in caso di coltivazioni domestiche di poche piante di cannabis l’esistenza del reato va verificata in base al rischio per la salute pubblica e alla contribuzione al mercato illegale degli stupefacenti. 

È stato così superato il precedente orientamento che individuava la rilevanza penale delle coltivazioni domestiche nell’assenza di autorizzazione del coltivatore. E a prescindere dal grado di maturazione e del relativo principio attivo estraibile dalle piante rinvenute.  

Secondo la Cassazione, quindi, anche se le piante domestiche hanno raggiunto il grado di maturazione che supera la soglia minima di capacità drogante va accertato che vi sia un concreto rischio di immissione sul mercato illegale della droga con conseguente rischio per la salute pubblica. Ma una volta esclusa la finalità di cessione a terzi del poco principio attivo ricavabile da una modesta e rudimentale coltivazione domestica realizzata da chi non vi è autorizzato, non resta che riconoscere l’irrilevanza penale della condotta destinata all’uso personale. Uso personale che, per inciso, la Cassazione ritiene favorevole al decremento delle contrattazioni sul mercato illegale della droga. 

E difatti, con la storica pronuncia del 2019 [2], le Sezioni Unite avevano detto che non costituisce reato la coltivazione di cannabis che, in assenza di significativi indici di un inserimento nel mercato illegale, denoti la destinazione della stessa all’uso personale, in quanto svolta in forma domestica, utilizzando tecniche rudimentali e uno scarso numero di piante, da cui ricavare un modestissimo quantitativo di prodotto.

Quante sono le piantine di cannabis che si possono coltivare a casa senza rischiare di essere incriminati per spaccio? Non più di due o tre. Stando infatti ai precedenti, al superamento di tali limiti scatta un’automatica presunzione della finalità di spaccio, sicché a nulla varrà dedurre dinanzi al giudice di avere patologie o di non aver mai ceduto a terzi la droga.

Riportiamo ancora una volta, a scanso di equivoci, cosa hanno detto le Sezioni Unite della Cassazione in tema di coltivazione domestica di cannabis: «Il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente; devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore» [3].


note

[1] Cass. sent. n. 20238/2022

[2] Cass. S.U. sent. n. 12348/2019.

[3] Conformi:

Cass. pen. sent. n. 27213 del 2019

Cass. pen., sent. del 10/05/2016, n. 25057

Cass. pen. sent. 52547 del 2016

Cass. pen., sez. 06, del 15/03/2013, n. 22459

Cass. pen. sent. 32485 del 2019

Cass. pen., sent. del 09/01/2014, n. 6753

Cass. pen. sent.. 53337 del 2016

Difformi:

Cass. Pen., sez. 06, del 17/02/2016, n. 8058

Cass. Pen., sez. 06, del 21/10/2015, n. 2618

Cass. pen. sent. n. . 36037 del 2017

Cass. Pen., sez. 04, del 28/10/2008, n. 1222

Sezioni Unite: Cass. Pen., sez. UU, del 24/04/2008, n. 28605

Sezioni Unite: Cass. Pen., sez. UU, del 24/06/1998, n. 9973

Sezioni Unite: N. 30475 del 2019

Cass. Pen., sez. 06, del 08/04/2014, n. 33835

Cass. Pen., sez. 04, del 17/02/2011, n. 25674

Cass. Pen., sez. 03, del 31/01/2013, n. 21120

Cass. Pen., sez. 03, del 09/05/2013, n. 23082

Cass. Pen., sez. 04, del 19/01/2016, n. 3787

Cass. Pen., sez. 06, del 10/11/2015, n. 5254.


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