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Figlio che spaccia ha diritto al mantenimento?

30 Maggio 2022 | Autore:
Figlio che spaccia ha diritto al mantenimento?

Fino a quando bisogna mantenere la prole? La madre che aiuta il figlio a spacciare droga conserva il diritto a vivere all’interno della casa coniugale?

Quando i genitori si separano, chi non continua a vivere insieme ai figli è tenuto a versare un mantenimento periodico, in genere sotto forma di assegno mensile. Di solito, tale obbligo incombe sul padre, in quanto è la madre a beneficiare dell’assegnazione della casa coniugale, all’interno della quale continua a vivere con la prole. Con questo articolo ci occuperemo di un caso particolare: il figlio che spaccia ha diritto al mantenimento?

Sul punto si è recentemente espressa la Corte di Cassazione, la quale ha affrontato il caso dell’uomo che chiedeva la revoca dell’obbligo di mantenimento perché il figlio maggiorenne era stato sorpreso dalla polizia a spacciare droga. Ma non solo: a seguito di perquisizione domiciliare, era emerso che anche la madre, assegnataria della casa coniugale, aiutava il ragazzo nella sua attività illecita. Quali sono le conseguenze di una condotta del genere? Il figlio che spaccia ha diritto al mantenimento? Vediamo.

Chi paga il mantenimento ai figli?

Il mantenimento diventa oggetto di discussione quando i genitori decidono di separarsi, andando a vivere ciascuno per conto suo. In questo caso, occorre stabilire con chi rimarranno i figli.

La legge predilige l’affidamento condiviso, cioè quello che garantisce la presenza paritaria di entrambi i genitori nella vita della prole. Questa soluzione non è però sempre praticabile, soprattutto quando i figli sono piccoli e hanno bisogno di conservare un legame privilegiato con la casa familiare e con il genitore a cui è assegnata (in genere, la madre).

In questa ipotesi, il mantenimento viene garantito sotto due forme:

  • in maniera diretta dal genitore affidatario o collocatario, il quale provvede a comprare ciò di cui hanno bisogno i figli;
  • in maniera indiretta tramite il pagamento di un assegno a titolo di mantenimento.

Il genitore che paga l’assegno di mantenimento è quello che non convive stabilmente con i figli; pertanto:

  • in caso di affido esclusivo, il mantenimento è pagato dal genitore non affidatario;
  • in caso di affido condiviso, il mantenimento è pagato dal genitore non collocatario, cioè quello che non vive insieme alla prole.

Quando si perde il diritto al mantenimento?

I figli maggiorenni perdono il diritto a essere mantenuti quando:

  1. hanno cominciato un’attività lavorativa, anche a tempo determinato, tale da consentire loro una concreta prospettiva di indipendenza economica;
  2. hanno raggiunto un’età tale da far presumere il raggiungimento della capacità di provvedere a sé stessi;
  3. si sono inseriti in un diverso nucleo familiare o di vita comune, in tal modo interrompendo il legame e la dipendenza morale e materiale con la famiglia d’origine. Ciò accade quando i figli si sposano o vanno a convivere.

Una volta perduto, il diritto al mantenimento non si riacquista più. Ciò significa che, se il figlio perde il posto di lavoro, non potrà chiedere nuovamente ai genitori di essere mantenuto. Conserva però il diritto agli alimenti, che consistono in una prestazione minore, necessaria a soddisfare le esigenze primarie di vitto e alloggio.

Figlio spacciatore: ha diritto al mantenimento?

Il figlio che spaccia droga ha diritto a essere mantenuto dal padre? Secondo la sentenza della Cassazione citata in apertura [1], l’arresto e gli esiti della perquisizione domiciliare che ha permesso di rinvenire sostanze stupefacenti e denaro in contanti consentono di ritenere che il figlio non si impegni per cercare un lavoro e non abbia, perciò, diritto al mantenimento.

Così la Corte di Cassazione: «L’avvenuto arresto e gli esiti della perquisizione domiciliare – col rinvenimento di sostanze stupefacenti e 4mila euro in contanti – costituiscono gravi indizi dai quali legittimamente si è desunto che il ragazzo non impiega energie alla ricerca di un’onesta attività lavorativa» e pertanto «la mancanza di autosufficienza a lui imputabile non può gravare sul padre quanto al suo mantenimento».

Insomma: il figlio che fa il pusher perde il diritto a essere mantenuto in quanto il suo stile di vita delinquenziale fa presumere che egli, anche se maggiorenne, non si dedichi alla ricerca di un lavoro oppure alla formazione universitaria; di conseguenza, il padre ben può chiedere e ottenere la revoca dell’assegno mensile.

Tirando le somme, «il diritto del figlio maggiorenne al mantenimento sussiste solo fin quando è in atto un percorso formativo avente ad oggetto la ricerca di un’attività lavorativa e l’inserimento nel mondo professionale, non quando invece manca qualsiasi progettualità o iniziativa in ordine all’inserimento nel mondo del lavoro», proprio come in questa vicenda, visto che «il ragazzo non ha dimostrato alcun interesse ad intraprendere una qualsiasi carriera».

Madre aiuta figlio a spacciare: perde la casa?

Nel caso affrontato dalla Suprema Corte, il figlio spacciatore si avvaleva di una complice: la sua stessa madre, assegnataria della casa coniugale a seguito del divorzio.

Secondo la Cassazione, se la madre aiuta il figlio a spacciare, conservando la droga e i proventi, perde il diritto all’assegnazione della casa coniugale.

Insomma: concorrere nel reato del figlio comporta la perdita del diritto a vivere nell’immobile che ospitava i coniugi quando erano ancora sposati.


note

[1] Cass., ord. n. 17075 del 26 maggio 2022.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. civ., sez. VI – 1, ord., 26 maggio 2022, n. 17075

Presidente Scotti – Relatore Meloni

Fatti di causa

Il Tribunale di Brindisi ha dichiarato cessati gli effetti civili del matrimonio contratto tra C.E. e P.I. e disposto l’assegnazione della casa coniugale alla ex moglie in quanto vi abitava con il figlio C.S. ventunenne non autosufficiente.

La Corte di Appello di Lecce su impugnazione di C.E. ha riformato la suddetta pronuncia con sentenza in data 11/8/2020, avverso la quale ha proposto ricorso in cassazione P.I. affidato ad un motivo e memoria. C.E. si è costituito con controricorso.

Ragioni della decisione

Con unico motivo di ricorso la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto la Corte di Appello di Lecce ha revocato l’assegnazione della casa coniugale alla ex moglie che vi abitava con il figlio C.S. ventunenne non autosufficiente in quanto ha ritenuto che C.S. era dedito allo spaccio di stupefacenti insieme alla madre, ambedue arrestati per tale reato, e pertanto doveva considerarsi estinto l’obbligo ex lege del C. al mantenimento del figlio. Al contrario secondo la ricorrente tale obbligo era ancora esistente in quanto l’accusa di spaccio a carico del figlio era infondata ed in ogni caso non era intervenuta alcuna sentenza definitiva di condanna.

Il ricorso è inammissibile.

La sentenza impugnata nel revocare l’assegnazione della casa coniugale alla moglie disposta in sede di divorzio ha considerato che, all’esito di una perquisizione domiciliare presso tale abitazione e precisamente nel terreno circostante, furono rinvenute sostanze stupefacenti tra cui cocaina e 4.000,00 Euro in contanti ed il figlio C.S., unitamente alla madre P.I., furono tratti in arresto con l’accusa di spaccio di sostanze stupefacenti. Sicché appare congrua la motivazione della sentenza che revoca l’assegnazione della casa coniugale (di proprietà del marito) alla ex-moglie, considerato che l’avvenuto arresto e gli esiti della perquisizione domiciliare costituiscono gravi indizi dai quali la Corte ha desunto che il figlio C.S. non impiega energie alla ricerca di un’onesta attività lavorativa e pertanto la mancanza di autosufficienza allo stesso imputabile non può gravare sul padre quanto al suo mantenimento.

I fatti storici cui ha fatto riferimento la Corte di Appello, relativamente all’arresto di figlio e moglie del ricorrente per detenzione di sostanze stupefacenti e l’esito della perquisizione (con ritrovamento di sostanza stupefacente, bilancino e soldi) non risultano essere stati contestati, come afferma il provvedimento impugnato a pag. 4, e pertanto in questa prospettiva appare irrilevante la presunzione di innocenza ex art. 27 Cost., invocata, visto che in causa si discute solo dell’atteggiamento colpevole del figlio nella ricerca di un lavoro (vedi Cass. n. 17183/2020; n. 16134/2019).

La pronuncia impugnata merita quindi di essere confermata stante l’orientamento ormai consolidato in materia di questa Corte: Se. 1 -, Ordinanza n. 17183 del 14/08/2020 “Ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, ovvero del diritto all’assegnazione della casa coniugale, il giudice di merito è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo o l’assegnazione dell’immobile, fermo restando che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni (nello stesso senso Sentenza sez.1, n. 27904 del 13/10/2021).

Il motivo non coglie poi la ratio decidendi che, conformemente alla massima sopra riportata, afferma che il diritto del figlio maggiorenne al mantenimento sussiste solo fin quando è in atto un percorso formativo avente ad oggetto la ricerca di un’attività lavorativa e l’inserimento nel mondo professionale, non quando invece manca qualsiasi progettualità o iniziativa in ordine all’inserimento nel mondo del lavoro come nella fattispecie in cui il figlio non ha dimostrato alcun interesse ad intraprendere una qualsiasi carriera.

Per quanto sopra il ricorso deve essere dichiarato inammissibile con condanna alle spese a favore del controricorrente.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso, condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 2100,00 di cui 100,00 per esborsi, oltre spese nella misura del 15% ed accessori di legge a favore del controricorrente.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, ricorrono i presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.


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