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Diffondere bufale è reato?

31 Maggio 2022
Diffondere bufale è reato?

Quando diffondere fake news può essere oggetto di denuncia e si rischia di essere puniti penalmente.

Esistono alcuni siti Internet specializzati nel denunciare le numerose bufale che circolano in rete, ma non si è mai sentito dire che la polizia si sia attivata per chiudere la pagina di un blog o un profilo social solo perché il relativo titolare ha diffuso delle fake news. Di qui la domanda: diffondere bufale è reato? Anche se non esiste una vera e propria norma di legge che si occupa di questo argomento, specie nella sua versione più moderna – quella cioè attuata tramite Internet – il comportamento di chi mette in circolazione notizie false e tendenziose può comunque essere punito in base a due diversi articoli del Codice penale. Ed anche se si tratta di ipotesi residuali, scarsamente applicate dalla giurisprudenza, sarà bene conoscerle per evitare di incorrere in spiacevoli sorprese.

Ma procediamo con ordine e vediamo in quali casi diffondere bufale o fake news è reato, almeno secondo l’ordinamento giuridico italiano.

Il problema di punire le bufale

Uno dei capisaldi della nostra Costituzione è la libertà di parola che si esplica sia nel riferire il proprio pensiero che nel criticare quello altrui, purché nei limiti della pacatezza e correttezza. In altre parole, non bisogna incorrere in ingiuria o diffamazione, ossia in un attacco personale all’altrui moralità e professionalità.

Il diritto di espressione è un elemento che accomuna tutti i moderni Stati democratici, tant’è che ogni attentato ad esso viene repentinamente dichiarato incostituzionale.

In questa sacrosanta libertà sta anche la principale difficoltà del vietare la diffusione di notizie non vere, che potrebbero essere frutto dell’opinione personale dell’autore: ognuno di noi non vede la realtà per come è, ma secondo quello che è il proprio filtro soggettivo e personale. Ragion per cui è pressoché impossibile parlare di una verità oggettiva. Ecco perché punire le notizie non vere potrebbe significare mettere un bavaglio a qualsiasi informazione, anche a quelle vere. Ed è questo che teme la magistratura.

Quando le bufale sono reato: la diffamazione

Esistono però dei limiti che anche la libertà di espressione incontra. Il primo è la diffamazione. Diffondere notizie oggettivamente false solo per screditare un altro soggetto o un’azienda integra il reato di diffamazione. Si pensi a chi pubblica una recensione di un ristorante affermando che la carne che questo serve è di gatto o di topo; o a chi sostiene che un farmaco è cancerogeno pur non avendo alcuna prova scientifica di ciò e così danneggiando l’immagine commerciale del relativo produttore; o a chi attribuisce piani sovversivi a un partito solo per fargli perdere le elezioni.

Affinché la diffamazione scatti è necessario che la bufala sia pronunciata dinanzi ad almeno due persone. Inoltre, il reato viene aggravato se posto attraverso Internet.

La pubblicazione di notizie false, esagerate o tendenziose

Quando la pubblicazione di notizie false, esagerate o tendenziose è tale da turbare l’ordine pubblico scatta un altro reato, quello dell’articolo 656 del Codice penale.

La Corte Costituzionale ha ritenuto legittima tale norma: infatti la tutela del diritto di libera manifestazione dei propri pensieri non può spingersi fino a sacrificare un bene sociale così importante come l’ordine pubblico.

La norma parla di notizie e non di voci: ragion per cui sembrerebbe che presupposto per il reato sia una notizia scritta o comunque diffusa attraverso i media, anche tramite social.

Ad essere punite dalla legge non sono solo le notizie false ma anche quelle tendenziose: la tendenziosità ha come presupposto la non falsità della notizia ma le modalità di diffusione a scopo disfattista in modo da destare pubblico allarme. Non è necessario avere come obiettivo un fine illecito (ad esempio quello di danneggiare una determinata azienda) ma di creare un effetto dannoso per l’ordine e la tranquillità pubblica.

Non basta comunque la pubblicazione di una notizia falsa, esagerata o tendenziosa, ma è anche necessario che dal suo contenuto possa derivante un diffuso turbamento (apprensione, sfiducia, ecc.) suscettibile di riflettersi sull’ordine pubblico o sul rispetto delle leggi da parte dei cittadini.

In epoca della pandemia Covid abbiamo avuto tanti esempi di queste condotte, seppur mai punite. La diffusione di bufale in merito ai vaccini (che sarebbero stati fatti con i feti di bambini morti), in merito alla creazione volontaria del virus ad opera di alcune famose imprese e così via ha destabilizzato l’opinione pubblica, portando una gran fetta di essa a non voler osservare le misure di contenimento, viste come una compressione dei diritti costituzionali in forza di tesi scientifiche inventate. In realtà, tutte le notizie false sono state puntualmente smentite tanto dai giudici quanto dalla medicina ufficiale. Questo è un tipico caso in cui si sarebbe potuto applicare l’articolo 656 del Codice penale.

L’incitazione a disobbedire alle leggi

Ultima declinazione delle bufale è quella rivolta a creare movimenti di pensiero di persone scontente dell’attuale sistema, invitandole a disapplicare le norme di legge. Ebbene, tale comportamento può integrare due diversi tipi di reato: l’istigazione a delinquere (quando scopo del reo è di invitare un’altra persona a commettere uno specifico reato) e l’istigazione a disobbedire alle leggi (quando scopo del reo è invitare la collettività a disapplicare in generale le leggi di ordine pubblico).

Maggiori informazioni su questo argomento potrai trovarle nell’articolo: L’istigazione a disobbedire a una legge ingiusta è reato?



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