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Per il mantenimento contano i redditi non dichiarati?

1 Giugno 2022
Per il mantenimento contano i redditi non dichiarati?

Indagini fiscali su redditi nascosti al fisco: il potere del giudice di accertare le bugie nelle cause di separazione e divorzio. 

Un nostro lettore ci chiede se per il mantenimento, contano i redditi non dichiarati dal coniuge. In altre parole, in una causa di separazione o divorzio, il giudice chiamato a determinare l’importo degli alimenti dovuti dal coniuge più benestante deve prendere in considerazione anche i proventi da questi percepiti in nero?

La risposta non può che essere affermativa: a rilevare è infatti l’intera ricchezza, mobiliare o immobiliare, di cui dispone il soggetto in questione. Il problema chiaramente si pone per via del fatto che tali redditi non sempre risultano facilmente ricostruibili, sicché diventa necessario ricorrere ad approfondite indagini. Non basta la semplice dichiarazione del coniuge richiedente, né un semplice indizio. Come vedremo a breve, seppure il tribunale può ricostruire il tenore di vita di un soggetto sulla base di presunzioni, queste devono essere gravi, precise e concordanti tra loro. 

Ma procediamo con ordine e vediamo come far emergere i redditi non dichiarati ai fini del calcolo del mantenimento. La questione chiaramente interessa sia chi chiede gli alimenti (perché più è elevato il reddito dell’ex coniuge più questi può sperare in un assegno alto), sia chi li deve corrispondere (perché se questi riesce a dimostrare l’autosufficienza dell’ex non dovrà pagare alcuna somma). Ma procediamo con ordine.

Come scoprire i redditi dell’ex coniuge? 

Il giudice riconosce l’assegno di mantenimento (dopo la separazione) o l’assegno divorzile (dopo il divorzio) al coniuge che, non per sua colpa, non sia in grado di mantenersi da solo. La prova dell’incapacità spetta al richiedente. 

Quando nel giudizio di separazione si deve accertare il diritto all’assegno di mantenimento e il suo ammontare i coniugi normalmente hanno l’onere di produrre i documenti da cui si evince il loro reddito e patrimonio per come li elencheremo a breve.

Solo in base a una documentazione completa, il tribunale può effettuare un esame preciso della situazione, accertare se sussistono i presupposti per il riconoscimento dell’assegno e determinarne la misura. D’altra parte, nascondere circostanze facilmente verificabili, quali la proprietà di beni immobili o mobili (ad esempio azioni, obbligazioni o altro), può essere non solo inutile, ma controproducente.

In mancanza di produzione documentale da parte dei coniugi, il tribunale può ordinare delle indagini sulla situazione dei redditi e dei patrimoni dei coniugi, anche con delega alla polizia tributaria.

La stessa documentazione è necessaria per determinare a chi spetta l’assegno di mantenimento a favore dei figli e il suo ammontare.

È opportuno che il coniuge ricorrente e il resistente, fin dall’inizio del procedimento, producano i seguenti documenti:

  • documentazione fiscale completa almeno degli ultimi 3 anni (in molti tribunali è prassi consolidata chiedere il deposito, prima della prima udienza di comparizione personale dei coniugi, delle dichiarazioni dei redditi degli ultimi 3 anni). Le dichiarazioni fiscali però non hanno effetto vincolante probatorio in quanto semplici dichiarazioni unilaterali di parte che il giudice può apprezzare liberamente e disattendere; 
  • documenti attestanti debiti nei confronti di terzi per le più svariate causali (ad esempio mutui e finanziamenti);
  • visure inerenti le proprietà immobiliari (beni immobili e terreni);
  • indicazione di beni mobili, quali azioni, obbligazioni, buoni postali e relativa documentazione bancaria o postale; estratti dei conti correnti intestati a uno o a entrambi i coniugi o anche ai figli;
  • visure camerali relative a ditte o a società alle quali partecipano i coniugi e, quando è il caso, anche i bilanci;
  • documenti attestanti l’esistenza di assicurazioni mediche e sulla vita, con verifica dei beneficiari;
  • documenti attestanti l’esistenza di cespiti di qualsiasi provenienza;
  • stime effettuate da professionisti relative a beni di particolare pregio, quali mobili di antiquariato, opere d’arte in genere, quadri d’autore e gioielli.

Come scoprire i redditi in nero dell’ex coniuge?

Capita non di rado che uno dei coniugi disponga di redditi nascosti al fisco. Si pensi a un lavoratore irregolare, a un professionista o un imprenditore che fanno “nero” e che quindi non dichiarano alcuni proventi. In caso di patrimoni nascosti, è necessario procedere alla ricostruzione degli stessi. Ciò può avvenire in tre modi: 

  • facendo richiesta al giudice di procedere ad apposite indagini tributarie incaricando gli ispettori del fisco; 
  • ricorrendo a investigazioni private;
  • ricostruendo il tenore di vita del coniuge sulla base delle spese che questi sostiene (ad esempio dimensione dell’appartamento, relative bollette, viaggi e cene anche alla luce delle foto postate sui social network). 

In questi casi, un indizio fondamentale ad attestare l’elevato tenore di vita può essere costituito, oltre che dalle dichiarazioni dei testimoni, anche dalla produzione di ricevute, scontrini, fotografie, materiale vario attestante il possesso e la disponibilità di particolari beni (capi di abbigliamento e accessori “firmati”; interventi o sedute estetiche; abbonamenti a teatro; ristoranti e alberghi di lusso; copia di biglietti aerei).

Le indagini della polizia tributaria

Abbiamo detto che il primo strumento di cui dispone il giudice per verificare l’eventuale possesso di redditi in nero è conferire incarico alla polizia tributaria di eseguire indagini sul contribuente. Non si tratta di un vero e proprio accertamento fiscale ma è indubbio che, se dalle verifiche dovessero risultare redditi non dichiarati, l’Agenzia delle Entrate, opportunamente informata, potrebbe avviare anche le successive azioni rivolte a recuperare le imposte non versate dal soggetto in questione.

Il giudice può disporre discrezionalmente le indagini della polizia tributaria o su richiesta della parte interessata o anche d’ufficio. Ma tale potere non può essere esercitato a meri fini esplorativi: esso deve partire da indizi già forniti dalla parte. In altri termini, solo se ci sono già sospetti di evasione e questi vengono dimostrati nel corso del giudizio, il giudice dispone le indagini della polizia tributaria. Se manca una puntuale allegazione, la sollecitazione all’esercizio del potere d’ufficio relativo alle indagini patrimoniali circa le complessive capacità economico-reddituali dell’obbligato risulta esplorativa e il giudice di merito non è tenuto ad accogliere l’istanza.

Il tribunale può disporre indagini sui redditi e sui beni anche se si tratta di stabilire l’ammontare del mantenimento in favore dei figli e non solo dell’ex coniuge.

Gli agenti effettuano così indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita.

Essendo un potere discrezionale non si può contestare al giudice il diniego alla richiesta delle indagini tributarie, anche in assenza di motivazione congrua.  

La possibilità di ricorrere a tali indagini non vale a invertire l’onere della prova a carico del coniuge richiedente l’assegno, né a sopperire alla sua inerzia probatoria. 

Le prove di redditi in nero fornite dall’ex coniuge

Indipendentemente dall’esercizio di tali poteri di indagine, il coniuge può accedere alle dichiarazioni, comunicazioni e atti presentati o acquisiti dagli uffici dell’amministrazione finanziaria, contenenti i dati reddituali, patrimoniali e finanziari e inseriti nelle banche dati dell’anagrafe tributaria, compreso l’archivio dei rapporti finanziari. Tali atti infatti costituiscono documenti amministrativi ai fini dell’accesso documentale difensivo.

La Cassazione ha detto che l’Agenzia delle Entrate è tenuta a garantire l’accesso all’anagrafe tributaria al coniuge che intende utilizzare le informazioni del fisco per difendersi in una causa di separazione o divorzio. 

Il giudice può ritenere raggiunta la prova della sussistenza di redditi in nero anche da elementi alternativi alle indagini tributarie, potendo ricostruire il tenore di vita del coniuge sulla base delle spese quotidiane da questi affrontate, come nel caso di chi vive in un grande appartamento e che, pertanto, è soggetto alle relative spese condominiali, alle imposte, alle utenze; o il caso di chi disponga di un’auto di lusso o che sia solito fare viaggi e condurre una vita agiata. Quindi, il giudice può risalire al reddito del coniuge, pur senza le indagini fiscali, sulla base delle prove che gli vengono prodotte nel corso del giudizio dalle parti.

Come spiegato dalla giurisprudenza, il giudice può decidere l’assegno di divorzio anche senza aver prima disposto accertamenti della polizia tributaria, atteso che l’esercizio del potere officioso di disporre indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, rientra nella sua discrezionalità, non trattandosi di un adempimento imposto dall’istanza di parte, purché esso sia correlabile anche per implicito a una valutazione di superfluità dell’iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti.

Tuttavia, non sono dovute le indagini tributarie per accertare redditi “in nero” se gli ex coniugi sono economicamente autosufficienti e nessuno dei due ha quindi diritto al mantenimento. Come chiarito dalla Cassazione «il giudice, ove accerti l’indipendenza economica degli ex coniugi e l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno di divorzio, può rigettare l’istanza di parte finalizzata a richiedere indagini tramite la polizia tributaria e la verifica di eventuali redditi “in nero”».



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