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Impianto elettrico non a norma: chi ne risponde?

9 Ottobre 2022 | Autore:
Impianto elettrico non a norma: chi ne risponde?

Di chi è la colpa di un malfunzionamento del sistema? Quando vanno chiamati in causa il tecnico, il proprietario o l’inquilino?

Sulla sicurezza nell’ambiente domestico meglio non rischiare. Tra i pericoli in agguato che possono avere gravi conseguenze c’è quello dell’impianto elettrico fatto in qualche modo o, comunque, non a norma. Forse perché ci si improvvisa professionisti del settore e, pensando di risparmiare, si sceglie il fai da te. O forse perché chi si propone come esperto in materia non è in grado di fare determinate cose. È così che capitano incidenti domestici anche molto seri che potevano essere evitati se le cose fossero state fatte a regola d’arte. E quando succedono, si cerca immancabilmente un colpevole. Se l’incidente è provocato da un impianto elettrico non a norma, chi ne risponde?

Va detto subito che la responsabilità di avere in casa un impianto rischioso non sempre va cercata in un solo soggetto, che sia l’elettricista o il proprietario di casa. A volte, perfino l’inquilino può avere la sua parte di colpa. Ed è quello che scopriremo di seguito: chi risponde di un impianto elettrico non a norma.

Cosa si intende per impianto elettrico?

Qualsiasi edificio, qualsiasi ambiente, ha bisogno di luce artificiale e di corrente elettrica per far funzionare delle apparecchiature, che si tratti di elettrodomestici o di macchinari da lavoro, della caldaia, di una presa per ricaricare un dispositivo o di interruttori per accendere una lampada quando diventa buio. E anche di sistemi di sicurezza nel caso in cui ci sia qualche sovraccarico, uno su tutti il famoso salvavita, che se si chiama così ci sarà un motivo.

Detto in modo estremamente semplice, questa è la finalità di un impianto elettrico, ovvero di quell’insieme di fili e di cavi che partono dal contatore esterno, che passano da un quadro in cui vengono distribuiti in zone e che finiscono nelle prese di corrente e negli interruttori.

Ora, tutto ciò non può essere fatto in qualsiasi modo: ci vuole un certo criterio in modo da rispettare le più elementari regole di sicurezza, cioè per fare un impianto elettrico a norma. E ci vuole anche qualcuno che dichiari di averlo fatto in tal modo: la legge [1] impone che il professionista o l’impresa che ha eseguito il lavoro rilasci un certificato di conformità in cui attesti che il lavoro è stato fatto a regola d’arte e che l’impianto è a norma e in sicurezza.

Al tal proposito, l’impianto deve rispettare le direttive dell’Unione europea in materia e tutto il materiale utilizzato deve avere la marcatura CE. Se manca questa indicazione, l’impianto non è a norma.

Quando va messo a norma l’impianto elettrico?

La logica vuole che quando si va ad abitare in un immobile (ma anche quando si avvia un’attività di qualsiasi tipo) tutti gli impianti, compreso quello elettrico, debbano essere a norma per evitare incidenti. Tuttavia, ci sono delle situazioni in cui bisogna prestare maggiore attenzione perché, oltre alle conseguenze gravi per le persone, ci possono essere dei guai di altro tipo.

Quando si mette in vendita una casa, il proprietario, secondo la legge [2], non è obbligato a mettere a norma l’impianto elettrico. Il dovere morale, però, di informare l’acquirente esiste. Sarà il compratore, a questo punto, a chiedere ad un professionista di mettere le cose a posto.

Diverso è il caso di chi affitta un appartamento: se il proprietario non mette a norma l’impianto elettrico ed emerge qualche problema di sicurezza, l’inquilino potrebbe rifiutarsi di pagare il canone di locazione e presentare regolare denuncia.

Quando è a norma un impianto elettrico?

Affinché un impianto elettrico possa essere ritenuto a norma di legge, deve rispettare regole e parametri ben definiti. Ad esempio, deve avere un interruttore differenziale ad almeno due unità per consentire sempre la continuità dell’energia elettrica a due linee. Ci deve essere, inoltre, una linea «dedicata» ad elettrodomestici come lavastoviglie, frigoriferi, lavatrice. In altre parole, devono ricevere la corrente per conto loro.

In un impianto elettrico a norma, quindi, non può mancare mai un sistema di messa a terra con salvavita e interruttore di emergenza. Il primo scatta e interrompe il flusso di elettricità quando c’è una dispersione di corrente o se c’è un rischio di folgorazione. Il secondo può essere utilizzato, ad esempio, in caso di forti temporali.

È anche importante che le prese di corrente siano in grado di reggere il carico dei dispositivi da attaccare. Per quanto raramente questo consiglio venga tenuto in considerazione, sarebbe opportuno evitare le ciabatte multipresa dove finiscono più apparecchi: la ciabatta sicuramente sopporta il carico ma non è detto che anche la singola presa a muro in cui viene, a sua volta, attaccata la ciabatta regga altrettanto bene.

Impianto elettrico: il certificato di conformità

Affinché un impianto elettrico possa essere considerato a norma, è indispensabile che venga rilasciato dall’installatore il certificato di conformità. Si tratta di una dichiarazione in cui il tecnico abilitato, iscritto al Registro delle imprese, attesta che l’impianto è stato fatto a regola d’arte.

Qualsiasi intervento di modifica o di manutenzione deve essere fatto da un professionista che sia in possesso dei requisiti tecnici riconosciuti dalla Camera di Commercio. Se il lavoro interessa un immobile non a norma o un impianto installato prima del 1990, il tecnico deve avere un’esperienza di almeno cinque anni e sarà tenuto a rilasciare una dichiarazione di rispondenza. Chi, per risparmiare o perché si crede in grado di farlo ma non è un tecnico abilitato, ci mette mano ad un impianto elettrico di queste caratteristiche rischia una sanzione di 10mila euro. Inoltre, in caso di incendi o infortuni causati dal malfunzionamento dell’impianto che comportino danni a terzi, ci sono delle sanzioni penali sia per chi ha fatto il lavoro sia per chi gliel’ha commissionato.

Chi risponde dell’impianto elettrico non a norma?

Come abbiamo detto, ci sono diversi livelli di responsabilità per un impianto elettrico non a norma. Il primo riguarda l’installatore, ma solo quando non rispetta l’obbligo di certificazione del lavoro fatto oppure nella dichiarazione attesta il falso. In altre parole, se firma un documento in cui dice di aver fatto le cose a regola d’arte ma, invece, le ha fatte in qualche modo, è ovvio che il proprietario della casa non è tenuto a saperlo perché non è detto che sia in grado di capirlo. Si fida di quello che il tecnico certifica. Se quest’ultimo bara, si prenderà le sue responsabilità in caso di incidenti o di malfunzionamenti.

Un secondo livello di responsabilità riguarda il proprietario dell’immobile che, però, condivide eventuali colpe con l’inquilino se ha dato in affitto una casa con l’impianto elettrico non a norma. La Cassazione [3] ha stabilito che occorre tenere conto della norma secondo cui chi ha la custodia di un bene è automaticamente responsabile per i danni da esso provocati, salvo che dimostri il caso fortuito (vale a dire, che l’evento era imprevedibile e inevitabile) [4].

Ed è proprio tale principio che può essere richiamato nel caso di un impianto elettrico non a norma: si parla di responsabilità oggettiva per il solo fatto di custodire e di avere la disponibilità materiale di un bene. Pertanto, se una caldaia scoppia perché l’impianto elettrico non era a norma, ne rispondono sia il padrone di casa (proprietario del bene) sia l’inquilino (cioè, colui che ce l’ha in custodia).


note

[1] DM n. 37/2008.

[2] D.lgs. n. 112/2008.

[3] Cass. sent. n. 7699/2015.

[4] Art. 2051 cod. civ.


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