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Stipendi non pagati: quando si prescrivono?

2 Giugno 2022
Stipendi non pagati: quando si prescrivono?

Entro quanto tempo si possono recuperare le buste paga arretrate non versate dal datore di lavoro.

È vero che il lavoratore è mosso dall’urgenza di recuperare al più presto gli stipendi che non gli sono stati pagati: è da questi infatti che dipende il suo sostentamento. Ma, in alcuni casi, dinanzi all’apparente nullatenenza dell’imprenditore, non c’è altra strada che desistere dalle azioni esecutive in attesa che il debitore possa mutare le proprie condizioni economiche. Nel frattempo, però, bisogna fare in modo che non si verifichi la prescrizione. E a tal fine sarà sufficiente inviare, periodicamente, delle lettere di diffida e messa in mora che interrompano il termine di prescrizione e lo facciano decorrere nuovamente da capo.

Risulterà allora vitale sapere quando si prescrivono gli stipendi non pagati in modo da evitare che il decorso del tempo possa pregiudicare per sempre il diritto del creditore. In altri termini, entro quanto tempo il lavoratore può agire contro il datore per ottenere gli arretrati? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Cos’è e come funziona la prescrizione?

La prescrizione è quel meccanismo che, al decorso di un certo periodo di tempo prefissato dalla legge, fa estinguere il diritto del creditore e, quindi, gli impedisce di riscuotere le somme che gli sono dovute.

In generale, la prescrizione opera in automatico, senza cioè che sia necessario rivolgersi al giudice. L’intervento del magistrato si rende necessario laddove il creditore comunque agisca contro il debitore: a quest’ultimo basterà allora eccepire l’intervenuta prescrizione, ossia il decorso del tempo – senza dover poi fornire altre prove – per andare esente da ogni obbligo.

Come impedire la prescrizione di un credito?

Per impedire che un diritto di credito possa cadere in prescrizione è sufficiente rinnovare per iscritto la richiesta al debitore inviandogli una raccomandata o una pec o una diffida a mani da questi poi firmata per accettazione. Lo stesso dicasi per una dichiarazione scritta dallo stesso debitore con cui, esplicitamente o tacitamente (come nel caso di una richiesta di saldo e stralcio, dilazione o moratoria), riconosca l’esistenza del proprio obbligo.

Tali atti interrompono il termine della prescrizione e lo fanno decorrere nuovamente da capo a partire dal giorno successivo. In occasione della successiva scadenza si potrà fare altrettanto sicché la prescrizione si interromperà di nuovo, e così via.

Invece, l’avvio di un’azione giudiziale contro il debitore sospende il termine di prescrizione fino alla fine della causa.

Quando si prescrivono gli arretrati degli stipendi non pagati?

In generale, tutti i pagamenti di somme dovute con periodicità annuale o inferiore all’anno (ad esempio mensile) si prescrivono in cinque anni. Dunque, gli stipendi arretrati non pagati cadono in prescrizione dopo cinque anni. Il punto però è stabilire da quando inizia a decorrere tale termine.

A riguardo, si è detto in giurisprudenza che far decorrere il termine di prescrizione in costanza del rapporto di lavoro, e quindi dal momento in cui lo stipendio è dovuto (ossia dalla fine del mese), mette il dipendente in una condizione di soggezione, di sudditanza psicologia: questi infatti non è portato a fare causa al proprio datore di lavoro, temendone la ritorsione e, nella peggiore delle ipotesi, il licenziamento. Il che potrebbe spingerlo a rinunciare alla tutela dei propri diritti. Così, secondo la Cassazione, il termine di prescrizione per gli stipendi non pagati decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro.

Ciò significa che il dipendente può attendere fino a massimo cinque anni dalla cessazione del rapporto di lavoro (sia che questa avvenga con licenziamento che con dimissioni volontarie) per recuperare gli importi che gli sono dovuti. Non c’è quindi bisogno che faccia subito causa al datore di lavoro: fino a quando il rapporto di lavoro resta in vita, la prescrizione resta sospesa e i cinque anni iniziano a decorrere solo una volta che sono intervenute le dimissioni o il licenziamento.

In verità, volendo essere precisi, questa interpretazione è il risultato della riforma introdotta con il Jobs Act, il quale ha limitato il raggio di azione del famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori stabilendo che, in caso di licenziamento illegittimo, il dipendente non abbia più diritto alla reintegra sul posto ma al risarcimento. Prima del 2015 – regime valevole ancora per i “vecchi assunti” – laddove la legge prevedeva, in caso di licenziamento illegittimo, si riteneva che la prescrizione dovesse iniziare a decorrere non già dalla fine del rapporto di lavoro ma dalla scadenza della mensilità non corrisposta, quindi in costanza del rapporto.

Quando si prescrive il Tfr?

Anche il trattamento di fine rapporto e tutte le eventuali indennità spettanti per la cessazione del rapporto (ad esempio, indennità sostitutiva del preavviso) si prescrivono in cinque anni decorrenti dalla cessazione del rapporto di lavoro.

Quando si prescrive il risarcimento del danno al dipendente?

È di dieci anni la prescrizione del diritto del dipendente a ottenere il risarcimento del danno da parte del datore di lavoro per tutti gli illeciti contrattuali come quello derivante da licenziamento illegittimo, mancata fruizione delle ferie o del riposo settimanale. Anche il danno all’integrità psicofisica del lavoratore si prescrive in dieci anni.

Quando si prescrivono i contributi?

I crediti contributivi si prescrivono in cinque anni. Invece, la prescrizione è di dieci anni in caso di denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti.

Quando si interrompe la prescrizione?

La prescrizione è interrotta da uno qualsiasi degli atti che introducono un giudizio (o una controversia stragiudiziale):

  • notificazione a controparte del ricorso (non basta il semplice deposito presso la cancelleria);
  • domanda proposta nel corso del giudizio;
  • ogni atto che valga a costituire in mora il debitore;
  • comunicazione alla controparte della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione;
  • atto notificato con il quale una parte, in presenza di compromesso o di clausola compromissoria, dichiara la propria intenzione di promuovere il procedimento arbitrale.


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