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Che succede se la moglie nasconde al marito di essere sterile?

2 Giugno 2022
Che succede se la moglie nasconde al marito di essere sterile?

Come separarsi da una moglie che non dice di non poter avere figli: il matrimonio è nullo? La separazione, il divorzio o il ricorso alla Sacra Rota.

Che succede se la moglie nasconde al marito di essere sterile e questi se ne accorge solo dopo molto tempo dalle nozze? Il matrimonio può essere annullato ed entro quanto tempo? La questione ha trovato un interessante chiarimento in una recente sentenza della Cassazione [1]. Procediamo con ordine.

Come separarsi da una moglie che non dice di essere sterile

Ci sono due modi per lasciarsi da una moglie che ha nascosto al marito il fatto di non poter avere figli. Il primo è una normale causa di separazione seguita dal successivo divorzio dinanzi al tribunale ordinario civile. In questo caso il matrimonio viene reciso ma esplica effetti per il passato. Il che significa che l’ex coniuge, oltre a vantare il diritto al mantenimento nel caso in cui il proprio reddito dovesse essere inferiore a quello dell’altro, potrà pretendere anche una quota della pensione di reversibilità e del Tfr del marito, secondo le norme previste per le normali coppie che si lasciano.

Il marito potrebbe però chiedere una separazione “con addebito”, ossia imputando la colpa per la disgregazione della convivenza alla donna che non ha tenuto un comportamento corretto e improntato alla trasparenza. Se il giudice dovesse accogliere la domanda, la moglie sterile non potrebbe ottenere l’assegno di mantenimento dal marito.

Come annullare il matrimonio se la moglie nasconde di essere sterile

Il secondo metodo per lasciare la moglie che ha nascosto la propria sterilità è il ricorso alla Sacra Rota: il tribunale ecclesiastico dichiarerà nullo il matrimonio e la coppia potrà anche risposarsi eventualmente in chiesa una seconda volta. La sentenza verrà poi convalidata dalla Corte di Appello e, in questo modo, il marito non sarà tenuto a versare gli alimenti all’ex moglie, non avendo il matrimonio prodotto alcun effetto neanche per il passato.

Il canone 1097 del diritto canonico indica come causa di nullità del matrimonio l’errore sulle specifiche qualità del coniuge. È l’errore in cui incorre il nubendo che desidera nel suo futuro coniuge una qualità specifica non rinvenuta poi durante il matrimonio. È il caso di chi si sposa confidando sulla capacità procreativa del futuro coniuge ma ignora il suo stato di sterilità o di chi voglia sposare una persona in possesso di un determinato titolo di studio o di determinate qualità morali che questi assicura di possedere e che invece sono inesistenti.

Per riconoscere effetti civili in Italia a una sentenza di nullità pronunciata da un tribunale ecclesiastico, uno o entrambi i coniugi devono poi presentare alla Corte d’Appello una domanda di delibazione.

Si tratta di una declaratoria di validità che consente di annotare la sentenza nei registri dello stato civile e permette ai coniugi di riacquistare la libertà di stato.

La domanda, che deve essere accompagnata dalla copia autentica della sentenza ecclesiastica di nullità, può essere presentata senza limiti di tempo:

  • da entrambi i coniugi, con ricorso che introduce un rito camerale semplificato;
  • da uno solo dei coniugi con atto di citazione cui segue un ordinario processo di cognizione.

In generale, non può essere delibata una sentenza ecclesiastica che abbia annullato il matrimonio se c’è stata una prolungata convivenza di almeno 3 anni tra i coniugi e l’eccezione è stata rilevata dalla parte. Tuttavia, secondo la Cassazione [1], nel caso della moglie che tace al marito di non poter avere figli tale condizione non si applica e pertanto si può chiedere la delibazione della sentenza di nullità, già pronunciata dal tribunale ecclesiastico, nonostante l’avvenuto decorso dei tre anni.

Anche nel nostro ordinamento la semplice durata della convivenza non può sanare la nullità del matrimonio per un errore essenziale sulle qualità personali dell’altro coniuge, dovuto al dolo di quest’ultimo (ad esempio sulla sterilità). E dunque la sentenza del tribunale apostolico va ritenuta valida anche in Italia.

Il limite dei tre anni di convivenza, sancito dalle sezioni unite della Cassazione [2], si riferisce all’ipotesi di nullità prevista dal solo diritto canonico. Diversamente, anche il matrimonio del bigamo o dell’incestuoso non potrebbe essere annullato in caso di lunga coabitazione.

Non contano, da una parte, la convivenza della coppia prima delle nozze e, dall’altra, la circostanza che l’uomo abbia chiesto l’annullamento al tribunale ecclesiastico solo dopo la domanda di separazione della moglie.


note

[1] Cass. sent. n. 17910/2022 del 1.06.2022.

[2] Cass. SU sent. n. 16379/2014: La convivenza “come coniugi” deve intendersi — secondo la Costituzione (artt. 2, 3, 29, 30 e 31), le Carte europee dei diritti (art. 8, paragrafo 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea), come interpretate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ed il Codice civile — quale elemento essenziale del «matrimonio-rapporto», che si manifesta come consuetudine di vita coniugale comune, stabile e continua nel tempo, ed esteriormente riconoscibile attraverso corrispondenti, specifici fatti e comportamenti dei coniugi, e quale fonte di una pluralità di diritti inviolabili, di doveri inderogabili, di responsabilità anche genitoriali in presenza di figli, di aspettative legittime e di legittimi affidamenti degli stessi coniugi e dei figli, sia come singoli sia nelle reciproche relazioni familiari. In tal modo intesa, la convivenza “come coniugi”, protrattasi per almeno tre anni dalla data di celebrazione del matrimonio “concordatario” regolarmente trascritto, connotando nell’essenziale l’istituto del matrimonio nell’ordinamento italiano, è costitutiva di una situazione giuridica disciplinata da norme costituzionali, convenzionali ed ordinarie, di “ordine pubblico italiano” e, pertanto, anche in applicazione dell’art. 7, primo comma, Cost. e del principio supremo di laicità dello Stato, è ostativa — ai sensi dell’Accordo, con Protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, reso esecutivo dalla legge 25 marzo 1985, n. 121 (in particolare, dell’ari. 8, numero 2, lettera c, dell’Accordo e del punto 4, lettera b, del Protocollo addizionale), e dell’art. 797, primo comma, n. 7, cod proc. civ. — alla dichiarazione di efficacia nella Repubblica Italiana delle sentenze definitive di nullità di matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici, per qualsiasi vizio genetico del matrimonio accertato e dichiarato dal giudice ecclesiastico nell’«ordine canonico» nonostante la sussistenza di detta convivenza coniugale». Deve inoltre osservarsi che detta convivenza “come coniugi” intesa come situazione giuridica d’ordine pubblico ostativa alla dichiarazione di efficacia nella Repubblica Italiana delle sentenze definitive di nullità di matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici, ed in quanto connotata da una “complessità fattuale” strettamente connessa all’esercizio di diritti, all’adempimento di doveri ed all’assunzione di responsabilità personalissimi di ciascuno dei coniugi, deve qualificarsi siccome eccezione in senso stretto (exceptio juris) opponibile da un coniuge alla domanda di delibazione proposta dall’altro coniuge e, pertanto, non può essere eccepita dal pubblico ministero interveniente nel giudizio di delibazione né rilevata d’ufficio dal giudice della delibazione o dal giudice di legittimità – dinanzi al quale, peraltro, non può neppure essere dedotta per la prima volta -, potendo invece essere eccepita esclusivamente, a pena di decadenza nella comparsa di risposta, dal coniuge convenuto in tale giudizio interessato a farla valere, il quale ha inoltre l’onere sia di allegare fatti e comportamenti dei coniugi specifici e rilevanti, idonei ad integrare detta situazione giuridica d’ordine pubblico, sia di dimostrarne la sussistenza in caso di contestazione mediante la deduzione di pertinenti mezzi di prova anche presuntiva. Ne consegue che il giudice della delibazione può disporre un’apposita istruzione probatoria, tenendo conto sia della complessità dei relativi accertamenti in fatto, sia del coinvolgimento di diritti, doveri e responsabilità personalissimi dei coniugi, sia del dovere di osservare in ogni caso il divieto di «riesame del merito» della sentenza canonica, espressamente imposto al giudice della delibazione dal punto 4, lettera b), n. 3, del Protocollo addizionale all’Accordo, fermo restando comunque il controllo del giudice di legittimità secondo le speciali disposizioni dell’Accordo e del Protocollo addizionale, i normali parametri previsti dal codice di procedura civile ed i principi di diritto elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in materia.


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