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In quale caso il dipendente pubblico può accettare un dono?

3 Giugno 2022
In quale caso il dipendente pubblico può accettare un dono?

Regali a funzionari pubblici, poliziotti, carabinieri, insegnanti, guardie della Finanza: quando si rischia il reato di corruzione?

Potrebbe succedere che un insegnante riceva un regalo dalle famiglie degli alunni. O che un medico del pronto soccorso venga ricompensato dai familiari di un paziente a cui ha salvato la vita. O che un vigile della municipale ottenga dei biglietti per un concerto dall’organizzatore dell’evento. O che un dipendente del Comune riceva un cesto natalizio come gesto di riconoscenza per aver aiutato un amico in occasione di una pratica burocratica alquanto rognosa. In tutte queste ipotesi si può parlare di corruzione? In quale caso il dipendente pubblico può accettare un dono senza rischiare di commettere reato? 

I chiarimenti sono offerti in parte dalla legge e in altra parte dalla Cassazione. Cerchiamo di fare il punto della situazione. In gioco, come si vedrà a breve, c’è infatti la possibilità di essere incriminati: rischio che corre tanto chi fa il regalo quanto chi lo riceve. 

Regali a pubblici dipendenti: cosa dice la legge?

L’articolo 4 del codice di comportamento dei dipendenti pubblici, il Dpr n. 62/2013, stabilisce alcuni importanti principi:

  • il dipendente pubblico non può chiedere, né sollecitare, per sé o per altri, regali o altre utilità;
  • il dipendente pubblico non può accettare, per sé o per altri, regali o altre utilità, salvo quelli d’uso che siano comunque di modico valore, sempre che siano effettuati occasionalmente nell’ambito delle normali relazioni di cortesia e nell’ambito delle consuetudini internazionali. In ogni caso, il dipendente non può chiedere, per sé o per altri, regali o altre utilità, neanche di modico valore a titolo di corrispettivo per compiere o per aver compiuto un atto del proprio ufficio da soggetti che possano trarre benefici da decisioni o attività inerenti all’ufficio, né da soggetti nei cui confronti è o sta per essere chiamato a svolgere o a esercitare attività o potestà proprie dell’ufficio ricoperto;
  • il dipendente non può accettare, per sé o per altri, da un proprio subordinato regali o altre utilità, salvo quelli d’uso di modico valore. Allo stesso modo non può offrire, direttamente o indirettamente, regali o altre utilità a un proprio sovraordinato, salvo quelli d’uso di modico valore.

Quali regali si possono fare a un pubblico dipendente?

Fuori dalle ipotesi appena viste, vediamo dunque in quale caso il dipendente pubblico può accettare un dono. Ebbene, come abbiamo visto, sono ammessi solo i regali che rispondano a queste tre condizioni: 

  • si deve trattare di regali d’uso, derivanti cioè da una consuetudine, come nel caso del gesto di riconoscenza per chi è stato curato da un medico del pronto soccorso o come nell’ipotesi del regalo di fine anno agli insegnanti delle scuole elementari o ancora si pensi al regalo per il compleanno al sindaco;
  • il dono deve essere di modico valore;
  • il dono non deve essere stato richiesto dal dipendente pubblico, né sollecitato indirettamente. In altri termini, deve essere il cittadino a offrire spontaneamente il regalo, senza aver ricevuto alcun “suggerimento” da parte del beneficiario dello stesso, neanche velatamente. 

Perché mai non si possono fare regali ai pubblici dipendenti fuori dalle ipotesi appena viste? Perché ciò ne pregiudicherebbe l’imparzialità. E l’articolo 97 della Costituzione stabilisce che la PA deve muoversi sempre in modo imparziale e deve assicurare il buon andamento della propria azione.

Cosa si intende per “modico valore”?

L’articolo 4 stabilisce che, per regali o altre utilità di modico valore, si intendono quelle di valore non superiore, in via orientativa, a 150 euro, anche sotto forma di sconto. I codici di comportamento adottati dalle singole amministrazioni possono prevedere limiti inferiori, anche fino all’esclusione della possibilità di riceverli, in relazione alle caratteristiche dell’ente e alla tipologia delle mansioni.

Cosa rischia il pubblico dipendente che riceve regali?

Fuori dalle ipotesi appena viste, il pubblico dipendente che riceve regali dai cittadini commette il reato di corruzione. La corruzione può essere di due tipi:

  • corruzione propria: quando si chiede al pubblico dipendente di compiere un atto contrario ai suoi doveri (si pensi a un vigile a cui si chieda di strappare una multa già elevata o a un dipendente della Guardia di Finanza di non tenere conto di alcune irregolarità fiscali);
  • corruzione impropria: quando si chiede al pubblico dipendente di compiere un normale atto del proprio ufficio (si pensi al cittadino che, per ottenere una concessione edilizia che comunque gli spetterebbe, ma per sollecitarne l’emissione, faccia un regalo al funzionario dell’ufficio tecnico). 

Attenzione però: del delitto di corruzione non risponde solo il pubblico dipendente ma anche il privato che gli fa il regalo.

Quando il pubblico dipendente risponde di corruzione?

Semplificando quanto appena detto, il pubblico dipendente rischia il reato di corruzione quando:

  • accetta regali di valore superiore a circa 150 euro o che richiede regali, indipendentemente dal loro valore;
  • per svolgere un atto tipico e lecito del proprio ufficio (corruzione impropria) o per svolgere un atto che la legge gli impone di non fare o per non svolgere un atto che la legge gli impone di fare (corruzione propria).

La Cassazione [1] ha altresì chiarito che l’offerta o la promessa di doni di modesta entità integrano il delitto di istigazione alla corruzione solo qualora la condotta sia caratterizzata da un’adeguata serietà, da valutare alla stregua delle condizioni dell’offerente nonché delle circostanze di tempo e di luogo in cui l’episodio si colloca, e sia in grado di turbare psicologicamente il pubblico ufficiale».

La procura che voglia incriminare il pubblico dipendente per corruzione dovrebbe però dimostrare il collegamento tra il regalo e il “favore” richiesto a questi. Insomma, il dono deve trovare causa proprio nell’esercizio delle sue funzioni e non in altri motivi. Se così non fosse, del resto, sarebbe impossibile fare anche un regalo per il compleanno a un pubblico ufficiale. 


note

[1] Cass. pen., sez. IV, ud. 30 marzo 2022 (dep. 31 maggio 2022), n. 21090.

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Cass. pen., sez. IV, ud. 30 marzo 2022 (dep. 31 maggio 2022), n. 21090

Presidente Ricciarelli – Relatore D’Arcangelo

Ritenuto in fatto

1. Con l’ordinanza impugnata il Tribunale di Roma, parzialmente

accoglimento della richiesta di riesame formulata da S.E. , ha confermato l’ordinanza emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Latina, che ha applicato gli arresti domiciliari nei confronti della persona sottoposta ad indagine con riferimento al reato di tentata estorsione di cui al capo 4), annullandola limitatamente al reato di cui al capo 5).

Al capo 5) è contestato all’indagato S.E. il delitto di cui all’art. 322 c.p., comma 2, perché avrebbe offerto un’utilità non dovuta al Comandante del porto T. di V. D.E. , pubblico ufficiale, onde indurla a compiere un atto contrario ai propri doveri e, segnatamente, affinché senz’altro esprimesse – in linea con la prassi seguita dai suoi predecessori – un parere favorevole ai sensi della L. n. 88 del 16 marzo 2001, art. 9, comma 2, propedeutico al rilascio di una nuova concessione demaniale marittima; in particolare, il S. avrebbe offerto trentaquattro biglietti per l’accesso al parco divertimento luna park S. al Comandante del Porto T. di V. D.E. , che non avrebbe accettato, denunciando i fatti all’autorità giudiziaria; fatto commesso in (omissis) .

2. Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Latina ricorre avverso tale ordinanza e ne chiede l’annullamento, deducendo l’omissione e la manifesta illogicità della motivazione in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza.

Deduce il ricorrente che il Tribunale di Roma avrebbe illogicamente obliterato che il S. si era recato dalla D. dopo aver appreso da un funzionario del Comune di (omissis), D.C.F. , che non avrebbe potuto rilasciargli la concessione demaniale per l’installazione del luna park perché la Capitaneria di Porto, nel proprio parere, avrebbe ravvisato carenze istruttorie.

Il S. , prima di prendere “d’assalto”, con alcuni parenti, la sede dell’amministrazione comunale intorno alle ore quindici, si sarebbe, dunque, “precipitato” dal Comandante del Porto D.E. e le avrebbe offerto trentaquattro biglietti omaggio per il proprio parco divertimenti, rappresentandole di aver appreso che il rilascio dell’autorizzazione era stato bloccato, in ragione del parere espresso dalla Capitaneria.

Il S. , in particolare, avrebbe esortato la D. a rivedere il proprio parere, esprimendosi come avevano fatto tutti gli anni i suoi predecessori (“parere favorevole e basta senza chiedere null’altro”).

Secondo il Pubblico Ministero ricorrente, dunque, sarebbe illogico non considerare lo stretto collegamento esistente tra l’offerta dei biglietti e la richiesta di esprimere un parere favorevole; il S. , peraltro, avrebbe voluto questo incontro non per ragioni di cortesia, ma per risolvere la questione relativa al rilascio della concessione demaniale marittima e, qualora fossero stati accettati i biglietti, avrebbe erogato altre utilità.

Il Tribunale del riesame, dunque, avrebbe sovrastimato l’esiguità dell’offerta, obliterando il contesto dell’incontro e il valore della richiesta, fondata non solo sull’offerta dei biglietti ma anche sul richiamo alla prassi, consolidatasi negli anni precedenti, di rilascio di concessioni attraverso regalie.

Lo stesso Tribunale del riesame, peraltro, avrebbe rilevato che il S. era soggetto “gravemente insofferente alle regole e non avvezzo al rispetto dell’autorità pubblica”.

L’offerta, dunque, avrebbe dovuto essere reputata seria e idonea a incidere sulle determinazioni del pubblico ufficiale, posto che il delitto di cui all’art. 322 c.p., comma 2, non richiede che l’utilità offerta sia proporzionata alla prestazione illecita richiesta.

3. Il giudizio di cassazione si è svolto a trattazione scritta, secondo la disciplina delineata dal D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8, conv. dalla L. n. 176 del 2020, prorogata per effetto del D.L. n. 228 del 30 dicembre 2021, art. 16, comma 1, convertito con modificazioni dalla L. n. 15 del 25 febbraio 2022.

Con requisitoria e conclusioni scritte del 14 marzo 2022, il Procuratore Generale ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

Con memoria del 24 marzo 2022, il difensore della persona sottoposta ad indagini, avvocato L.T., ha chiesto l’inammissibilità del ricorso o, quanto meno, il rigetto del ricorso, in quanto diretto a contrastare; Affatto l’apprezzamento del Tribunale di Roma.

Considerato in diritto

1. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile in quanto i motivi nello stesso proposti si rivelano diversi da quelli consentiti dalla legge e, comunque, manifestamente infondati.

2. Il Pubblico ministero ricorrente, con unico motivo, deduce l’omessa e la manifesta illogicità della motivazione in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza.

3. Il motivo si rivela, tuttavia, inammissibile, in quanto il pubblico ministero ricorrente non ha dimostrato l’illogicità della motivazione dell’ordinanza impugnata, ma si è limitato a ribadire, anche mediante l’esposizione di ampi stralci dei risultati delle indagini, la fondatezza dell’impostazione accusatoria.

Secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, tuttavia, non sono deducibili con il ricorso per cassazione censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente,

o affermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo, sicché sono inammissibili tutte le doglianze che “attaccano” la persuasività, l’inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento (ex plurimis: Sez. 2, n. 9106 del 12/02/2021, Caradonna, Rv. 280747; Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015, 0., Rv. 262965).

La proposizione di una tesi alternativa, ritenuta maggiormente plausibile rispetto alla tesi illustrata nella decisione impugnata, prescindendo dalla evidenziazione delle aporie logiche contenute nella stessa è, del resto, attività non consentita nel giudizio di legittimità.

Infatti, nel momento del controllo della motivazione, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti, nè deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento: ciò in quanto l’art. 606, comma 1, lett. e) del c.p.p. non consente alla Corte una diversa lettura dei dati processuali o una diversa interpretazione delle prove (ex plurimis: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003, Elia, Rv. 229369).

Le censure formulate dal pubblico ministero ricorrente si rivelano, dunque, inammissibili, in quanto contestano in fatto l’apprezzamento dell’ordinanza impugnata, senza dimostrarne la contraddittorietà o la manifesta illogicità, e ne sollecitano un riesame di merito mediante una rinnovata valutazione di elementi probatori.

4. La valutazione operata dal Tribunale di Roma, peraltro, non si rivela manifestamente illogica.

Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, l’offerta o la promessa di donativi di modesta entità integrano il delitto di istigazione alla corruzione solo qualora la condotta sia caratterizzata da un’adeguata serietà, da valutare alla stregua delle condizioni dell’offerente nonché delle circostanze di tempo e di luogo in cui l’episodio si colloca, e sia in grado di turbare psicologicamente il pubblico ufficiale (ex plurimis, Sez. 6, n. 1935 del 04/11/2015, dep. 2016, Shirman, Rv. 266498 – 01).

Muovendo da tali consolidati principi, il Tribunale di Roma, con valutazione che non pare certo manifestamente illogica, ha ritenuto nella specie che la modica regalia era stata operata anteriormente al colloquio con il Comandante D. , che il valore di ciascun biglietto, allo stato non accertato, comunque “non poteva essere particolarmente elevato viste, le caratteristiche del sito” e che vi era la consuetudine della famiglia S. di donare biglietti omaggio alle forze dell’ordine e alle autorità locali.

Il Tribunale ha, inoltre, rilevato che “al di là di tale profilo, l’episodio appare ricostruito in modo piuttosto generico per effetto degli atti di p.g., risultando non chiaramente delineato il collegamento tra l’offerta dei biglietti (che veniva operato prima di qualunque ulteriore discorso e non era accettata) ed il successivo confronto inerente l’iter della pratica”.

Nel caso di specie, dunque, il Tribunale del riesame, nell’escludere la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato contestato di istigazione alla corruzione passiva, non ha illogicamente obliterato le condizioni di contesto (recte: tutte le circostanze della situazione contingente e le prassi illecite instauratasi in passato), ma ha ritenuto che nel caso di specie il carattere modico della somma offerta assumesse valenza preponderante rispetto agli altri elementi acquisiti e, dunque, non consentisse di ritenere comprovata la serietà dell’offerta, anche in relazione alle dinamiche del colloquio, per come accertate.

5. Alla stregua di tali rilievi il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.


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