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Il Fisco non vuole gli evasori in carcere

3 Giugno 2022
Il Fisco non vuole gli evasori in carcere

Sono 19 milioni le persone che hanno debiti fiscali: secondo il direttore dell’Agenzia delle Entrate, servono lavori socialmente utili, non pene detentive. 

È un automatismo semplice e istintivo quello di pensare che chi sbaglia deve pagare e finire in carcere per saldare il suo debito. Scontare una pena dietro alle sbarre di una cella, però, non sempre è la soluzione migliore, sia per il condannato che per la società che poi dovrà riaccoglierlo una volta uscito. Anzi, proprio in questi ultimi anni, in cui il sovraffollamento carcerario è uno dei più grossi talloni d’Achille italiani e lo scopo rieducativo del carcere solamente un irraggiungibile obiettivo, aprire le porte delle case di reclusione dovrebbe essere l’ultima spiaggia su cui approdare. Specialmente per alcune categorie di reati minori, per le quali scontare una pena detentiva comporterebbe ampie conseguenze negative e ben pochi vantaggi, capita spesso di riuscire a trovare qualche escamotage per evitare il carcere, nei limiti del consentito.

E proprio su questo tema si è espresso il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, il quale ha affermato con decisione che il carcere per gli evasori fiscali non conviene, che per questo genere di criminali sarebbero meglio lavori socialmente utili. La condanna a una pena detentiva, secondo Ruffini, porterebbe con sé conseguenze negative non solo per l’imputato ma anche, ad esempio, per l’intera azienda, che rischierebbe di sprofondare nel baratro. Perché, allora, non convertire la pena in qualcosa di positivo per la società, così che l’evasore possa scontare in modo alternativo ma utile le sue colpe?

«Sono 19 milioni le persone che hanno debiti con il fisco. Le abbiamo individuate, ma a chi conviene metterle tutte in cella?». È la domanda che pone Ernesto Maria Ruffini al Festival Internazionale dell’Economia per presentare il suo libro, «Uguali per Costituzione. Storia di un’utopia incompiuta dal 1948 a oggi» edito da Feltrinelli.

«Le tasse sono uno strumento per avere uno stato democratico. Pagare le tasse non fa piacere a nessuno e farle pagare fa ancora meno piacere, ma -dice Ruffini in un’intervista a La Stampa- è la cartina di tornasole dell’inciviltà di un Paese perché si fanno pagare le tasse ad esempio per retribuire gli stipendi ai medici che ci salvano la vita. Lo Stato ha dovuto tagliare la spesa sanitaria perché non ci sono abbastanza risorse. Eppure, negli ultimi 20 anni, abbiamo un patrimonio di soldi non pagati di mille e cento miliardi. La scorciatoia è non rendersi conto che si sta segando il ramo su cui si è seduti. Dobbiamo essere consapevoli delle nostre scelte, invece si fa finta di nulla, negli anni con la complicità della politica», avverte.

Che si fa? Mandiamo tutti in carcere? «La pena detentiva per chi non paga le tasse non mi ha mai convinto», sottolinea Ruffini. «Preferiamo mettere in carcere l’evasore così poi fallisce l’attività o farlo lavorare finché non ripaga la collettività? Sono 19 milioni gli italiani che hanno cartelle esattoriali aperte, 16 milioni di persone fisiche e 3 milioni di società, ditte, partite iva. Li abbiamo individuati, il problema è la riscossione, non identificare gli evasori. Il mio sistema ideale è che i cittadini sappiano che chi non paga viene intercettato e deve per forza versare quanto non ha dato. Se così fosse, chi sarebbe così autolesionista da evadere?».

Interpellato anche sulla riforma fiscale, Ruffini ha evidenziato che «È una delega, aspettiamo di vedere la norma delegata per esprimere un giudizio. La cosa a cui tengo di più è la semplificazione delle norme. Prima bisogna fare ordine, poi si può vedere quali regole si possono cambiare. Altrimenti si fa altra confusione. Faccio un esempio: non si può ristrutturare casa senza prima svuotarla».

Come sta andando quest’ anno con la dichiarazione dei redditi precompilata? «Non ho i dati aggiornati, ma va bene. Ogni anno abbiamo sorprese di come i cittadini acquisiscano familiarità con questo strumento».



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