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Chiedere foto intime a minorenni: cosa si rischia?

6 Giugno 2022 | Autore:
Chiedere foto intime a minorenni: cosa si rischia?

Quando sussiste il delitto di pornografia minorile, il sexting o l’adescamento: anche chi si fa mandare selfie hot sui social da bambini o ragazzi è punibile.

I ragazzi di oggi sono sempre connessi con lo smartphone o altri dispositivi, che gli consentono di scambiarsi foto, video, audio e messaggi di testo in tempo reale e di interagire sui social anche con sconosciuti. Il limite dei 13 anni di età per aprire un profilo viene bypassato con facilità, e i controlli dei genitori sulle attività dei propri figli in rete spesso mancano o sono inefficaci. Alcuni adulti, ben consapevoli della presenza di minorenni su Internet, purtroppo ne approfittano e cercano con vari stratagemmi di farsi mandare materiale hot per soddisfare i loro desideri sessuali o per farne commercio e divulgarle ad altri. Per chiedere foto intime a minorenni, cosa si rischia?

Questo comportamento è riprovevole ed è sanzionato dalla legge penale. Lo ha confermato una nuova sentenza della Corte di Cassazione [1], che ha condannato per il grave delitto di pornografia minorile un uomo adulto: costui, fingendosi agente di modelle, aveva aperto falsi profili su Facebook ed era così riuscito a farsi mandare parecchi selfie da alcune ragazzine che non avevano ancora compiuto 13 anni.

Le foto ottenute erano senza veli, cioè di nudo integrale; e a nulla è valso per l’imputato sostenere di non aver prodotto le immagini pedopornografiche, di non aver utilizzato le bambine per spettacoli o esibizioni e di non aver neanche diffuso le immagini, che aveva conservato per sé. Quanto all’età, il finto agente aveva sostenuto di essere inconsapevole del fatto che fossero minorenni, sottolineando che «dai profili Facebook delle ragazzine e dai loro atteggiamenti si evinceva un’età maggiore di quella reale». Questa tesi non ha fatto breccia sui giudici di piazza Cavour, perché l’ignoranza sull’età non scusa e non elimina la responsabilità penale per il delitto di pornografia minorile che, essendo più grave, assorbe quello di adescamento di minori.

Il delitto di pornografia minorile

Per “pornografia minorile” si intende ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni 18 coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione dei suoi organi sessuali fatta o utilizzata per scopi sessuali. Il delitto di pornografia minorile è previsto dall’art. 600 ter del Codice penale a carico di chi, utilizzando persone che al momento del fatto non hanno compiuto 18 anni di età:

  • produce materiale pornografico minorile;
  • realizza esibizioni o spettacoli pornografici, o recluta e induce i minori a parteciparvi, o comunque trae da essi profitto;
  • commercia, distribuisce, divulga, diffonde, pubblica o distribuisce – anche per via telematica – il materiale pedopornografico ottenuto con tali modalità.

Sexting

Le condotte delittuose di pornografia minorile che abbiamo descritto vanno tenute distinte dal “sexting“, che è una forma di induzione all’invio di messaggi sessualmente espliciti con qualsiasi mezzo telematico, dunque tramite il cellulare o la rete Internet. Il sexting di per sé non è illecito, se riguarda adulti consenzienti, ma lo diventa quando:

  • viene compiuto tra persone maggiorenni ma comprende una forma di estorsione o di vendetta, come nel caso di “revenge porn“;
  • in tutti i casi in cui nello scambio di foto o video hot sono coinvolti minorenni.

Perciò chiedere, ricevere e comunque ottenere volontariamente immagini di nudo integrale o parziale, o di specifici organi sessuali, appartenenti ad una persona con meno di 18 anni di età, fa ricadere inevitabilmente la condotta nell’alveo del delitto di pornografia minorile (per maggiori dettagli leggi “Sexting: quando è reato”).

Adescamento di minorenni

Nella nuova sentenza di cui abbiamo parlato in apertura, e che puoi leggere per esteso in fondo a questo articolo, il finto agente di modelle si era difeso sostenendo che la sua condotta poteva rientrare nel delitto di adescamento di minorenni, che è meno grave di quello di pornografia minorile (la pena massima è di 3 anni, anziché di 12 anni). L’adescamento di minori è contemplato dall’art. 609 undecies del Codice penale: per adescamento si intende «qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete internet o di altre reti o mezzi di comunicazione», come i sistemi di messaggistica tipo WhatsApp o Telegram.

La Suprema Corte ha respinto la tesi difensiva dell’imputato, poiché l’uomo aveva carpito le foto alle ragazzine con l’inganno (consistente nell’uso di profili falsi e nel presentarsi quale responsabile di un’agenzia di modelle) e talvolta anche con minacce, così riuscendo a farsi mandare dalle minorenni le foto che le ritraevano nude.

Gli Ermellini, richiamando i propri precedenti in materia [3], sono stati netti nell’affermare che: «Risponde del delitto di pornografia minorile, punito dall’art. 600-ter c.p., comma 1, n. 1, anche colui che, pur non realizzando materialmente la produzione di materiale pedopornografico, abbia istigato o indotto il minore a farlo, facendo sorgere in questi il relativo proposito, prima assente, ovvero rafforzandone l’intenzione già esistente, ma non ancora consolidata, in quanto tali condotte costituiscono una forma di manifestazione dell’utilizzazione del minore che non è esclusa dalla eventuale familiarità del medesimo alla divulgazione di proprie immagini erotiche».

Approfondimenti

Per ulteriori informazioni leggi anche:


note

[1] Cass. sent. n. 20552/2022.

[2] Cass. sent. n. 2252/2021.

Cass. pen., sez. III, ud. 8 febbraio 2022 (dep. 26 maggio 2022), n. 20552
Presidente Ramacci – Relatore Socci

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Catania con sentenza del 23 febbraio 2021 ha confermato la decisione del Giudice per l’udienza preliminare, del Tribunale di Catania – giudizio abbreviato -, del 5 dicembre 2018, che aveva condannato A.A.S. alla pena di anni 4 e mesi 3 di reclusione ed Euro 17.500,00 di multa, in relazione ai reati unificati con la continuazione di cui agli art. 81 c.p. e art. 600 ter c.p., comma 1, n. 1, perché con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso ed in tempi diversi utilizzando profili non autentici e presentandosi come responsabile di un’agenzia di modelle, si procurava e produceva immagini di natura pornografica delle seguenti ragazze minorenni: R.J.P., F.G., D.R.A. e I.N. . Reati commessi in data antecedente e prossima al novembre 2014.
2. L’imputato ha proposto ricorso in cassazione per i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 c.p.p., comma 1, disp. att..
2. 1. Violazione di legge (art. 600 ter, c.p.). Manifesta illogicità della motivazione. L’affermazione della responsabilità per i reati contestati è stata dichiarata con una motivazione apparente e senza le dovute prove, al di là di ogni ragionevole dubbio. La qualificazione dei reati risulta errata e la difesa ne aveva chiesto la riqualificazione nelle ipotesi di cui agli artt. 609 undecies c.p. o 600 quater c.p..
Il ricorrente, infatti, non ha prodotto le immagini pedopornografiche, non ha utilizzato minori per spettacoli o esibizioni e non ha predisposto mezzi per la diffusione delle immagini. Egli non ha mai incontrato le ragazze. Le ragazze con dei selfie hanno prodotto le immagini e le hanno inviate al ricorrente. Nessuna richiesta di foto nude è mai stata fatta dall’imputato alle ragazze.
Per l’adescamento dei minori è necessario il dolo specifico, è necessario che il soggetto agisca al fine di commettere i reati indicati nella norma.
Manca un quadro probatorio completo per l’affermazione della responsabilità del ricorrente. Il materiale sequestrato il 30 luglio 2015 al ricorrente non risulta mai analizzato. Manca, inoltre, la prova della consapevolezza da parte del ricorrente dell’età delle ragazze (art. 609 sexies, c.p.). Infatti, molte ragazze, minori di 13 anni, pur di utilizzare Facebook inseriscono una data falsa per creare il profilo. Dai profili Facebook delle ragazze e dai loro atteggiamenti si evince un’età maggiore, di quella reale.
2. 2. Violazione di legge (art. 600 septies2, n. 3, c.p.). Nessun legame familiare o sentimentale esiste con le ragazze indicate nell’imputazione. Conseguentemente, la sanzione accessoria, della perdita del diritto agli alimenti e l’esclusione dalla successione della persona offesa, risulta illegale.
Ha chiesto pertanto l’annullamento della decisione impugnata.

Considerato in diritto

3. Il ricorso risulta inammissibile.
La Corte di appello (ed il giudice di primo grado in doppia conforme) con adeguata motivazione, immune da vizi di contraddizione o di manifesta illogicità, e con corretta applicazione della giurisprudenza di questa Corte di Cassazione, rileva che la responsabilità del ricorrente risulta dalle dichiarazioni convergenti delle ragazze che avevano ricevuto richieste di foto nude, dietro compenso di denaro, da agenzie di modelle (anche con minacce, per R.). L’imputato veniva individuato dalle indagini della Polizia postale (allertata con segnalazione dell’ente americano (omissis) associazione non governativa – del 4 novembre 2015), quale utilizzatore dei profili falsi di agenzie di modelle, utilizzati per la richiesta del materiale pedopornografico. Tra il ricorrente e R. interveniva una conversazione nella quale il ricorrente si presentava quale responsabile di agenzie di modelle, per richiederle foto di nudo.
Conseguentemente, le foto anche se non prodotte dal ricorrente sono state conseguite dallo stesso con l’inganno (uso di profili falsi e presentandosi quale responsabile di agenzie di modelle) e a volte con minaccia.
Il reato configurabile, pertanto, è quello contestato e non i reati di cui agli art. 609 undecies c.p. o 600 quater c.p.: “Risponde del delitto di pornografia minorile, punito dall’art. 600-ter c.p., comma 1, n. 1, anche colui che, pur non realizzando materialmente la produzione di materiale pedopornografico, abbia istigato o indotto il minore a farlo, facendo sorgere in questi il relativo proposito, prima assente, ovvero rafforzandone l’intenzione già esistente, ma non ancora consolidata, in quanto tali condotte costituiscono una forma di manifestazione dell’utilizzazione del minore che non è esclusa dallà eventuale familiarità del medesimo alla divulgazione di proprie immagini erotiche” (Sez. 3 -, Sentenza n. 2252 del 22/10/2020 Ud., dep. 20/01/2021, Rv. 280825 – 02).
Per il reato di cui all’art. 600 ter c.p. non può invocarsi l’ignoranza dell’età delle persone offese, non essendo richiamato nell’art. 609 sexies c.p..
Inoltre, non risulta necessario neanche l’accertamento del pericolo di diffusione: “Ai fini dell’integrazione del reato di produzione di materiale pedopornografico, di cui all’art. 600-ter, comma 1, c.p., non è richiesto l’accertamento del concreto pericolo di diffusione di detto materiale” (Sez. U, Sentenza n. 51815 del 31/05/2018 Ud., dep. 15/11/2018, Rv. 274087 – 01).
4. Manifestamente infondato anche l’ulteriore motivo della pena accessoria in quanto la stessa risulta prevista dalla legge e prescinde dal legame familiare: “L’applicazione delle pene accessorie della perdita del diritto agli alimenti e dell’esclusione dalla successione della persona offesa, previste per i reati di violenza sessuale dall’art. 609-nonies c.p., comma 1, n. 3, costituisce un obbligo per il giudice, essendo pertanto irrilevante la concreta possibilità della verificazione dei presupposti fattuali per la loro esecuzione, mancando un legame parentale o di coniugio tra l’imputato e la persona offesa” (Sez. 3 -, Sentenza n. 5807 del 04/12/2018 Ud., dep. 06/02/2019, Rv. 275695 – 01).
Alla dichiarazione di inammissibilità consegue il pagamento in favore della Cassa delle Ammende della somma di Euro 3.000,00, e delle spese del procedimento, ex art. 616 c.p.p..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati significativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.


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