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Cosa si intende per regola d’arte?

12 Giugno 2022
Cosa si intende per regola d’arte?

Definizione di regola d’arte nei contratti di appalto e di esecuzione delle opere. Cosa significa?

Il termine «regola dell’arte» ricorre di frequente nelle norme giuridiche, negli atti giudiziari e nei contratti di appalto, di somministrazione e di compravendita. Si pone il problema, quindi, di individuarne la definizione. Cosa si intende per regola d’arte? Purtroppo, la legge non lo dice. È una di quelle tante clausole generali, contenute nelle norme, che lascia al giudice l’ultima parola e la possibilità di attuare concretamente tale concetto a seconda del caso specifico.

Si può genericamente dire che la regola d’arte coincide con gli «adeguati standard di qualità» richiesti per la realizzazione di uno specifico prodotto o lavoro. Quindi, non esiste un’unica regola d’arte, ma tante per quante appunto sono “le arti”, ossia i campi in cui tale concetto viene richiamato.

Ad esempio, dire che la pittura di un muro deve essere fatta «a regola d’arte» significa che non devono apparire ombre, sbavature o difformità. Intanto, le mattonelle di un pavimento sono poste a regola d’arte in quanto siano tutte in linea, con la fuga uguale e senza asimmetrie. Insomma, la regola d’arte corrisponde non alla “perfezione” ma alla migliore qualità che si può sperare da una persona/ditta di normale esperienza nel proprio settore.

Quando è necessario eseguire le opere a regola d’arte?

La regola d’arte è richiesta per le opere materiali. Un’opera si può dire eseguita a regola d’arte quando il risultato è un manufatto sicuro, utilizzabile secondo l’uso concordato dalle parti.

Invece, per le opere professionali e artigianali, la legge richiama un altro concetto, simile ma non identico alla “regola d’arte”, quello di diligenza: in particolare, l’articolo 1176 del Codice civile stabilisce che, nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la «diligenza del buon padre di famiglia».

Esaminiamo ora le norme del Codice civile che richiamano il concetto di regola d’arte:

  • 2224 cod. civ.: se il prestatore d’opera non procede all’esecuzione dell’opera secondo le condizioni stabilite dal contratto e a regola d’arte, il committente può fissare un congruo termine, entro il quale il prestatore d’opera deve conformarsi a tali condizioni;
  • 1660 cod. civ.: se per l’esecuzione dell’opera a regola d’arte è necessario apportare variazioni al progetto e le parti non si accordano, spetta al giudice di determinare le variazioni da introdurre e le correlative variazioni del prezzo;
  • 1662 cod. civ.: quando, nel corso dell’opera, si accerta che la sua esecuzione non procede secondo le condizioni stabilite dal contratto e a regola d’arte, il committente può fissare un congruo termine entro il quale l’appaltatore si deve conformare a tali condizioni; trascorso inutilmente il termine stabilito, il contratto è risoluto, salvo il diritto del committente al risarcimento del danno.

Cosa si intende con regola d’arte?

A questo punto, occorre definire cos’è la regola dell’arte.

L’ideale sarebbe disporre di una definizione univoca di regola dell’arte, purtroppo, per sua natura, la regola dell’arte sfugge a una definizione univoca.

Nel momento in cui un magistrato chiede al perito o al consulente di verificare se una determinata opera è realizzata e/o gestita a regola d’arte, nasce il problema di individuare la regola dell’arte di riferimento.

Bisogna quindi fare un passo indietro e prendere in considerazione le norme giuridiche e tecniche che possono trovare applicazione. Per questo, occorre tenere in debito conto il sinergismo fra le norme giuridiche e tecniche.

Le “regole dell’arte” impongono all’esecutore di eseguire i lavori con la dovuta diligenza uniformandosi a una serie di regole che rientrano nel “mestiere”.

Le norme UNI, viceversa, di per sé non contengono alcun valore precettivo, a meno che non vengano richiamate all’interno del contratto d’appalto o da una specifica legge.

Il concetto di “regola dell’arte” affonda le radici nel medioevo, quando l’esercizio delle attività era subordinato all’appartenenza a una corporazione delle arti e dei mestieri; tali corporazioni imponevano ai propri iscritti di adeguarsi a rigidi protocolli riguardanti l’utilizzo di determinati materiali, strumenti, procedure e soluzioni realizzative volte a garantire la qualità del prodotto o del servizio finale. La regola dell’arte, quindi, dovrebbe consistere in quel complesso di esperienze acquisite in uno specifico campo di attività.

Ai nostri giorni si chiede all’appaltatore di profondere nell’esecuzione dell’opera un adeguato sforzo tecnico, impiegando energie e mezzi obiettivamente necessari per portare l’opera a compimento evitando eventi dannosi; ciò non vuol dire che le ditte debbano curare l’aggiornamento tecnico e professionale delle proprie maestranze.

Sappiamo benissimo che i materiali utilizzati hanno subito, negli ultimi anni, un complesso aggiornamento tecnologico a cui, specie le piccole ditte, che utilizzano maestranze scarsamente professionalizzate, non riescono a star dietro. D’altro canto, occorre tener presente che non è sempre agevole stabilire quale sia il metodo migliore per portare a compimento un lavoro e che nel nostro ordinamento, nonostante venga considerato come uno dei più complessi e articolati in assoluto, i concreti riferimenti alla “regola dell’arte” potrebbero contarsi sulle dita di una mano.

In genere, il richiamo alla “regola dell’arte” viene inserito nei capitolati dove sembra aver assunto il valore di una clausola di stile. In realtà, si tratta di una vera e propria prescrizione per l’appaltatore che assume l’obbligo di adempiere l’esecuzione dell’opera con diligenza e perizia garantendo una vera e propria obbligazione di risultato. Ciò, per altro verso, comporta che l’appaltatore debba aver acquisito specifiche cognizioni sulla natura dell’opera che si accinge a eseguire.

Occorre tener presente che il rispetto delle regole dell’arte impone (o meglio, dovrebbe imporre) l’utilizzo di tecniche adeguate ai lavori da eseguire e tali tecniche, e ancor più l’uso dei nuovi materiali, richiedono un costante aggiornamento che non sempre le piccole imprese possono garantire visti anche gli ingenti costi dell’aggiornamento professionale che una piccola azienda non può permettersi specie in epoche di crisi. Bisogna spezzare una lancia anche a favore dell’appaltatore che, fin troppo spesso, viene trasformato in un semplice esecutore di ordini e a cui viene sottratto ogni margine di manovra in ordine alle tecniche lavorative e ai materiali da impiegare.

Dal punto di vista giuridico potremmo affermare che il rispetto della “regola dell’arte” impone la “diligenza del buon padre di famiglia” e una condotta caratterizzata da prudenza, perizia e osservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline. Secondo la giurisprudenza, l’appaltatore deve assicurare al committente un’opera esente da vizi garantendogli un risultato tecnico conforme alle sue esigenze; le opere, inoltre, devono essere eseguite “a regola d’arte”; di conseguenza, l’appaltatore è tenuto ad osservare i criteri generali della tecnica relativi al lavoro affidatogli [1].

L’impresa realizzatrice, in fase esecutiva, non solo dovrà adeguarsi alle “regole d’arte” ma, spesso, dovrà fare i conti anche con la normativa tecnica che, almeno in linea di principio, dovrebbe dettare dei requisiti prestazionali ben precisi. Occorre peraltro tener presente che, spesso, la normativa tecnica è dettata solo per “uniformare il mercato”. Ci si riferisce, in particolare, alle norme UNI o UNI-EN. In proposito, occorre tener presente che le norme UNI non hanno carattere cogente immediato in quanto possono esplicare la propria efficacia solo nel caso in cui vengano richiamate da una normativa specifica ovvero siano state inserite nel contratto di appalto.


note

[1] Cass. civ., Sez. III, sent. 16 maggio 1987, n. 4518; Sez. II, sent. 31 marzo 1987, n. 3092 e sent. 24 febbraio 1986, n. 1114; Sez. I, sent. 30 ottobre 1985, n. 5318. Cass. civ., Sez. II, 26 luglio 1999, n. 8075; sent. 30 maggio 2003, n. 8813 e sent. 10 maggio 2004, n. 8854. Cass., sent. 4 febbraio 2011, n. 2713; sent. 3 novembre 1979, n. 5694 e sent. 7 maggio 1976, n. 1606).


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