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Chi è Putin e cosa vuole davvero

6 Giugno 2022 | Autore:
Chi è Putin e cosa vuole davvero

Il direttore de La Legge per Tutti, l’avvocato Angelo Greco, intervista Antonio Maria Costa, ex vice segretario generale Onu, sottosegretario Ocse, autore del libro «La guerra di Putin».

Nessuna guerra può essere paragonata a quella in corso tra Russia e Ucraina in fatto di duplicità nelle motivazioni, violenza deliberata e uso di tecnologie di distruzione. Antonio Maria Costa è l’autore di un libro eccezionale che vi consigliamo di leggere «La guerra di Putin». Un Instant book chiaro e molto semplice che fornisce un quadro specifico del leader russo. Antonio Maria Costa ha un curriculum spaventoso: già sottosegretario generale dell’Ocse, dal 1987 al 1992 è stato direttore generale per l’economia e la finanza dell’Unione Europea. Nel ’92, è stato nominato vicesegretario generale dell’ONU a fianco a Kofi Annan. È uno dei Padri dell’euro e nel ’94 è stato segretario generale della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Per scoprire chi è Putin e cosa vuole davvero, il nostro direttore, l’avvocato Angelo Greco ha intervistato Antonio Maria Costa. Ecco la trascrizione dell’intervista visibile sul canale YouTube del direttore.

Quali sono le cause della guerra? Alla denazificazione nessuno ci crede più e, in pochi, ci hanno creduto all’inizio. C’è il tentativo di ripristinare l’orgoglio russo dopo il crollo dell’unione delle Repubbliche Socialiste sovietiche oppure come dicono alcuni è la guerra delle materie prime, in particolare del litio che oggi è considerato l’oro bianco e che, guarda caso, si trova proprio nei territori che la Russia sta cercando di conquistare in questo momento, cioè sud-est. Si tratta di una guerra programmata nel corso degli anni? Sembra che qualche giorno prima dell’invasione, la Commissione Europea avesse concluso un accordo commerciale con l’Ucraina proprio per la fornitura di litio tanto caro invece a Putin che ne vorrebbe divenire il primo esportatore verso la Cina. Se esiste, qual è la versione oggettiva?

«Una versione oggettiva c’è. Ho esaminato nel libro una mezza dozzina di cause. Arriverò al litio e alle risorse naturali più tardi nel nostro dibattito perché è un aspetto fondamentale, ma assolutamente non credo che sia la chiave di lettura corretta per capire le ragioni che hanno spinto Putin e, insieme a lui, la Russia in questa aggressione. C’è un qualche cosa di molto più subdolo direi, di molto più triste in un certo senso che ha motivato Putin. Io l’ho conosciuto personalmente in più di un incontro, ho conosciuto a fondo il suo ministro degli Esteri Lavrov e devo dire che ne ho ricavato l’impressione che voglio narrare a te e ai lettori.

Putin è un uomo profondamente frustrato e ha dimostrato questa frustrazione da almeno 30 anni. Da che cosa è dovuta questa frustrazione? Immaginatevi Putin tenente colonnello dei servizi di spionaggio sovietici, all’epoca addirittura non ancora russi, perciò, parliamo di prima del crollo dell’URSS, l’Unione delle Repubbliche sovietiche. Viene mandato dall’Urss da Mosca in Germania come super spia. Che cosa succede? La super spia sovietica in Germania trova un paese che è emerso dalle macerie della guerra che è diventata una grande potenza industriale europea, la grande potenza industriale a livello mondiale, che ha recuperato reddito ed è il paese più ricco pro capite in Europa, mentre lui Putin che viene da un paese che ha sconfitto i nazisti, dall’Urss che ha battuto i tedeschi, si dimostra il rappresentante di un paese al collasso.

Parliamo della fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, perciò una super spia che viene da un paese che ha vinto la guerra e che adesso è distrutto. Questo lo ha perturbato a lungo, fino a quando ha avuto un secondo shock nella sua vita e cioè, ritornato a Mosca per una serie di ragioni, viene eletto presidente. Che cosa presiede? Lui è eletto presidente del più grande Paese al mondo, 11 fusi orari, il più ricco paese al mondo di risorse naturali (torneremo al litio più avanti). Che cosa si trova? Si trova che quel paese straccione al quale la Russia, l’Urss all’epoca, ha dato assistenza economica, cioè la Cina, un paese straccione che ancora negli anni ’70-’80 non riusciva a sfamare la propria popolazione, un paese al quale la Russia ha donato la bomba atomica.

Improvvisamente, questo paese straccione diventa la superpotenza insieme all’America. Qui, abbiamo un Putin che passa dallo shock di una Germania nazista sconfitta che riemerge e dall’altro lato ad est una Cina pezzente che è diventata tecnologicamente il paese all’avanguardia. Non riesce a capire e dice: io voglio ritornare al tavolo insieme alle grandi potenze, non ci devono essere solo l’America e la Cina solo ma deve esserci anche la Russia.

Che cosa può fare in quelle condizioni? Soltanto usare le armi e, in effetti, è ritornato in prima pagina sui quotidiani, è ritornato in prima pagina nei notiziari televisivi, purtroppo rimarrà lì solo fino a quando la guerra dura. Quello lo ha convinto che è sulla buona strada per recuperare il terreno che è stato perso dalla Russia negli ultimi 40 anni».

Questo potrebbe anche in un certo senso tranquillizzarci perché un re senza terra non è neanche un re, quindi non porterà alla distruzione la Russia e se non porta la distruzione in Russia non la porta neanche nel resto del mondo. Perché la paura collettiva è che possa eventualmente comportare un’escalation questa guerra, un’escalation di tipo nucleare chiaramente.

«Io non credo effettivamente in una escalation. Putin si è reso conto, tardi molto tardi, che le guerre moderne si combattono non con le armi ma si combattono con l’economia. Lui è partito con le armi perché è l’unico strumento che ha. Tecnologicamente è una generazione indietro agli americani, una generazione indietro ai cinesi, quindi ha avuto soltanto la possibilità di attaccare l’Ucraina con le bombe. Si sta rendendo conto adesso che, in effetti, dalla guerra ne esce in parte vincitore perché riesce a occupare circa un quinto dell’Ucraina (il Donbass) che è proprio la parte ricca dell’Ucraina, ricca tecnologicamente perché ci sono le industrie che producono la missilistica o perlomeno c’erano. C’erano le industrie che producono i reattori nucleari, le industrie che producono la Bionica. I famosi aerei Antonov prodotti in Ucraina, erano prodotti proprio nella parte orientale del paese e nel sottosuolo ci sono i minerali dei quali tu hai parlato, soprattutto carbonio, ferro, ma anche minerali rari. Poi, di fronte alla terra, di fronte al Donbass, nel mare ci sono i giacimenti di petrolio, giacimenti di gas.

Quindi, Putin sta recuperando una parte del territorio ucraino che è estremamente ricco. Quel territorio che, sottratto all’Ucraina, renderà l’Ucraina stessa un paese economicamente ingestibile. Un paese tra virgolette povero perché non avrà più accesso al mare per l’esportazione di grano e non avrà più le basi tecnologiche che sono state distrutte, non avrà più le basi energetiche e minerarie che sono occupate nella parte dell’est».

Nel tuo libro c’è una provocazione che mi ha colpito parecchio. Usa, Europa e Nato sono intervenuti in Vietnam, Iraq, Libia, Afghanistan, Balcani e Siria, non direttamente in Ucraina. Forse, il tentativo di difendere una nazione aggredita è meno forte della giustificazione di occupare paesi sovrani.

«Deliberatamente ho inserito quel ragionamento nel mio libro proprio per provocare il lettore attento, per esempio Angelo Greco. Sono contento che tu hai verificato che sì c’è una cacofonia nel nostro mondo, gli americani e anche la Nato sono intervenuti in guerre lontane e in guerre diciamo di occupazione. In un certo senso, puoi anche chiamarle guerre di aggressione. Ci sono state delle esitazioni anche nel nostro Paese. Hai fatto riferimento all’Italia dove c’è un segmento importante dell’opinione pubblica e dei politici che si oppongono all’assistenza all’Ucraina.

Ebbene, anche da noi, c’è stata una certa opposizione in quello che è stato un intervento di difesa e perciò fondamentalmente diverso da quello che è successo in Iraq, in Afghanistan, in Yemen e negli altri paesi. Purtroppo, questa è un po’ la cultura che si è sviluppata negli ultimi 20 anni. Sono contento che proprio in occasione dell’Ucraina la Nato ha dimostrato anche capacità di difesa e non solo di attacco».

Dobbiamo dire la verità: l’Onu ha fallito. Siamo rimasti tutti molto delusi, sei d’accordo su questo? Ha fallito forse anche un po’ la globalizzazione o, meglio, quantomeno il tentativo di globalizzazione. Ci stiamo piegando verso forme di macro-regionalizzazione.

«Permettimi di separare l’aspetto Onu, che in effetti è l’organismo globale, dall’aspetto globalizzazione che solitamente viene legato più agli scambi, al commercio e agli investimenti. Per quanto riguarda l’Onu, c’è addirittura un testo nella copertina stessa del libro, io dico che non ha fallito. Una parte dell’Onu ha fallito e cioè, l’Onu è tanto ed è tutto, è l’organismo di delibere internazionali a livello diplomatico ma è anche, e soprattutto, l’organismo che è presente sul campo per l’assistenza ai bambini. L’Unicef per l’assistenza sanitaria, l’Organizzazione mondiale della sanità per l’assistenza alle donne, per l’assistenza ai rifugiati. Abbiamo un italiano il capo dell’agenzia per rifugiati. In tutti questi settori, l’Onu ha lavorato in Ucraina splendidamente.

Per quanto riguarda invece la dimensione politica di intermediazione tra le parti contendenti, di proposte di pace, di tentativo di portare ripetutamente al consiglio di sicurezza il tema dell’aggressione, qui devo dirlo e riconoscerlo, l’Onu non ha progredito, non ha preso le iniziative che io avrei voluto, che il mondo si attendeva e che implicitamente nella tua domanda tu ti saresti aspettato.

Per quanto riguarda la globalizzazione, si intende dire apertura dei mercati globali alle forze economiche, non parlo delle forze diplomatico politiche. Per quanto riguarda invece gli scambi commerciali, sì ci stiamo deglobalizzando. Ci siamo orientati alla ricerca di fare soldi investendo in regioni dove il costo della vita, il costo del lavoro, il costo del salario è più basso. Noi paesi ricchi abbiamo sfruttato questi paesi, la Cina in particolare, e abbiamo dimenticato che insieme agli scambi, e perciò al profitto, perciò al reddito, ci sono altre valutazioni da tenere a mente, per esempio la sicurezza, la sovranità nazionale.

Ma chiediamoci perché la Cina produce riso e il Giappone produce riso mentre è molto più facile importare riso dalla Thailandia. Questi due Paesi hanno capito che in caso di problemi, e oggi noi li stiamo riscontrando in Europa, verrebbero tagliati fuori e soffrirebbero la fame perciò hanno continuato a produrre riso anche in condizioni economiche in cui il loro riso costa in termini di costi di produzione 3, 4, 5, 10 volte più che non in Thailandia. Ebbene, noi non abbiamo fatto la stessa cosa. Abbiamo importato e continuiamo in una certa misura. Forse, sta diminuendo, gas e petrolio dalla Russia. Ci siamo legati alla Russia in una forma di globalizzazione senza renderci conto che c’è quella dipendenza da una fonte unica che si poteva trasformare, e si è adesso trasformata, in un’arma di ricatto.

Per quanto riguarda anche altre attività e altre produzioni, l’America, ma anche l’Europa, si è legata esageratamente ad altri paesi, in particolare la Cina. A questo punto, ci troviamo in un mondo dove continuiamo a dipendere da un concetto di riduzione assoluta dei costi di produzione. Tutto questo è stato criticato durante la pandemia. La guerra in Ucraina, naturalmente colpisce soprattutto l’Europa, non l’America, non il resto del mondo, ma ci siamo resi conto che questa dipendenza, energia o, elettronica o manufatti, è pericolosa e perciò ci stiamo deglobalizzando.

In effetti, hai parlato di zone macroeconomiche. Come ho scritto nel libro, ci stiamo orientando proprio verso quel senso di regionalizzazione e l’Unione europea è un tipico esempio, l’America è un altro grande mercato e così via per le altre zone del mondo.  Sì, hai ragione nella tua domanda e anche nell’interpretazione che hai dato suggerendo la risposta».

Biden si è detto pronto a intervenire militarmente se la Cina dovesse invadere Taiwan. Cosa traiamo da questo? Forse per l’Usa è più strategico l’Oriente che non l’Europa, perché con la Cina vuole intervenire militarmente e con l’Ucraina no?

«Non ho informazioni particolari su questo tema. Sono molto vicino all’amministrazione americana per quanto riguarda la gestione della guerra in Ucraina ma non sull’Oriente. La frase di Biden è stata più estemporanea di quanto noi pensiamo e cioè che Taiwan sia una riga più rossa di tutte le righe rosse da non oltrepassare indubbiamente sì. Sul fatto che l’America sia disposta a entrare in un conflitto con la Cina per Taiwan io non sono in grado di darti una chiave di lettura che sia sufficientemente originale. È certo che mentre l’Ucraina è più una provocazione all’Europa condotta da Putin, e perciò dalla Russia, quella di Taiwan sarebbe più una provocazione all’America condotta dalla Cina. L’America probabilmente vedrebbe quella possibile aggressione in chiave diversa rispetto a quella che è stata usata per l’Ucraina che già sarebbe disposta a considerare intervento diretto. Però, non ho una chiave di lettura particolarmente intelligente sul tema e perciò preferisco ritornare sull’Ucraina».

Si parla di guerra di logoramento, abbiamo USA e UK che vorrebbero la sconfitta definitiva forse perché ambiscono magari a mettere le mani sull’Ucraina e a diventare i maggiori partner commerciali dell’Europa e dall’altro lato invece popoli come Francia e Italia che vorrebbero non ci fosse nessun vincitore. L’Italia è stata definita come il Paese più filo putiniano d’Europa in questo momento. Qual è la tua posizione? Bisogna sconfiggere la Russia, ammesso che sia possibile, o lasciarle la via d’uscita? In un’autobiografia, Putin scrisse che quando era piccolo si divertiva a dare la caccia a dei topi in casa. Un giorno, mise un topo in un angolo e quel topo non vedendo vie d’uscita gli saltò addosso e lo graffiò in volto. Lui fece questa metafora per dire che il popolo sconfitto non deve mai essere messo con le spalle al muro perché sennò non sai mai cosa potrebbe fare.

«È corretta quest’ultima valutazione. Secondo me, sarebbe un errore storico cercare di sconfiggere la Russia. Ci ha provato Napoleone, ci ha provato Hitler. Non avevano bombe nucleari ma anche con le bombe nucleari non si riuscirebbe nell’intento. La Russia non può essere sconfitta. Secondo me, non deve essere sconfitta. Bisogna dissuadere i paesi forti (l’America, la Cina, la Russia) ad invadere i paesi vicini. Questa è la cosa più importante. Quindi, io sono assolutamente favorevole all’assistenza economica e all’assistenza militare che è stata offerta e continua ad essere data all’Ucraina per frenare questa barbarie dell’occupazione di un paese vicino, ma discutere sul fatto di sconfiggere la Russia: primo è un controsenso, secondo non è corretto.

Vorrei aggiungere un’altra considerazione: come potrebbe finire questo tentativo di Putin di invadere l’Ucraina e il tentativo degli occidentali di respingerlo. Sono in corso due tendenze: una politica da noi e una economica invece in Russia.

Il momento politico da noi è proprio quello al quale tu hai fatto riferimento, il lento ma inevitabile logoramento dell’opinione pubblica, particolarmente in Italia ma non solo, e anche dei capi di governo occidentali rispetto al fatto di continuare l’assistenza all’Ucraina. L’Ucraina è ancora nelle prime pagine ma non è più la notizia, è ancora la prima notizia in televisione ma non è più 20 minuti. Sta retrocedendo proprio perché c’è un certo logorio. Non ti so dire se la guerra finisce prima che noi siamo politicamente logorati o meno, ma c’è questa tendenza in Occidente. In Oriente, cioè in Russia, c’è un logoramento analogo ma non è politico. Putin ha il controllo totale dell’opinione pubblica.

C’è un logoramento economico. Le sanzioni sono un’arma primitiva, un’arma a doppio taglio. Come sappiamo, però, sono un’arma che colpisce e fa male. Ora il dolore che le pene, le sofferenze, la disoccupazione, l’inflazione, le carenze alimentari che incominciano a emergere in Russia e accresceranno nel tempo. Secondo me, prima fermiamo la guerra meglio è per tutti, soprattutto per gli ucraini che muoiono quotidianamente».

Si parla, anzi si spera, in un golpe al Cremlino, ma l’esercito russo è fatto di falchi e forse Putin e il suo Ministro degli Esteri sono probabilmente più moderati. Friedman ha detto «Siamo sicuri che chi verrà dopo di Putin non sia peggio?». Perché c’è una forte componente dietro il Cremlino che vorrebbe addirittura una maggiore mobilitazione.

«Non sono in grado di anticipare se può esserci o no un colpo di stato contro di Putin. Secondo me, è assolutamente improbabile ed è vero che ci sono dei falchi. Il problema della Russia di oggi dei falchi al Cremlino è che potrebbero essere più militaristici, più aggressivi di Putin. Quello che sta succedendo in Russia è estremamente interessante, io la chiamo un’impalpabile guerra civile. La chiamo impalpabile e spero rimanga impalpabile perché le guerre in generale sono terribili, poi quelle civili sono le peggiori. Mi auguro che in Russia, come altrove, non ci sia la guerra. Ma quello che sta succedendo è una spaccatura dell’opinione pubblica, una spaccatura basata sull’età della gente perciò una spaccatura generazionale. I russi dai 40 in su, che sono la maggioranza della popolazione, sono profondamente legati a Putin per due ragioni. In primo luogo, perché è tutta gente che ha vissuto sotto il primo Putin cioè nel momento in cui Putin è stato presidente per la prima volta eletto nel 2000, dal 2000 al 2008 e ricordano un Putin che ha stabilizzato l’economia che stava crollando, l’economia dell’URSS che è andata in bancarotta nel 1997. Inflazione e disoccupazione erano alle stelle.  Dal 2000 al 2008, lui ha stabilizzato il sistema, ha abbattuto la disoccupazione, ha migliorato gli indici di benessere della popolazione.

Quindi, l’opinione pubblica che adesso ha una certa età si ricorda tutto quello. Questa opinione pubblica guarda la televisione, tutta roba controllata dallo Stato e dalla censura. Quindi, non hanno altre fonti di informazione. Ci ricordano un Putin che ha rimediato ai disastri del crollo dell’Urss, non hanno altre fonti di informazione e rimangono con lui. Però, c’è un’altra parte dell’opinione pubblica, i giovani, e per giovani intendo dire dall’età di 15-18 anni fino ai 35 anni: questa gente non ha mai conosciuto il Putin della prima presidenza, non gli deve nulla. I giovani sono restii ad accettare tutto quello che viene propinato dai mezzi controllati dal governo, sono loro che usano i mezzi social e tutte le informazioni che arrivano dagli amici in altri Paesi e ovviamente non sono sotto censura.

All’interno della società c’è un dissidio che si riflette nelle famiglie: si hanno ampie prove di dibattiti senza fine, nelle scuole tra insegnanti e i giovani, nelle aziende, tra coloro che sono tra i giovani impiegati e le persone più anziane e tutto questo sta portando a che cosa? A una frattura all’interno della società russa ma sta portando a un’altra cosa, a un espatrio di giovani. Siamo già a 4-500.000 espatriati in tre mesi. Giovani che se ne vanno proprio perché non possono accettare la censura, hanno paura che se vanno a dimostrare sulla piazza Rossa finiscono in galera per 15 anni e quindi espatriano verso la Georgia, la Finlandia. Ma il governo russo ha interrotto quella frontiera, quindi espatriano verso Israele, Turchia, Moldavia. Insomma cercano di andarsene perché si rendono conto che il sistema è pericoloso per loro».

Sono rimasto spiazzato nel vedere, almeno secondo le fonti che ci vengono offerte, che il 70% dell’armata russa è impegnata in una guerra da cui non riesce a uscire. Ma è davvero questa la grande Armata Rossa? La sensazione è che la Russia stia combattendo con una mano legata, forse per lasciare l’altra nel caso di un’escalation?

«No, non per lasciarsi l’altra in un’escalation. La situazione dell’esercito russo è quella che viene dimostrata quotidianamente dai disastri in Ucraina. In primo luogo, le Forze Armate sono derubate quotidianamente da una forma di corruzione spaventosa che è impossibile da valutare ma si sa che gli approvvigionamenti, le armi e gli indumenti per le reclute vengono derubate da una forma di corruzione senza paragoni. In secondo luogo, le armi sono tecnologicamente obsolete. Ho guardato parecchi dei manuali che hanno e Šojgu il ministro della Difesa, che fra l’altro è un personaggio che io ho apprezzato, ha cercato di aggiornare tutta la dottrina militare. Gli equipaggiamenti sono stati aggiornati tra il 2017-2018 e il 2020 ma non in maniera tale da permettere quella esattezza nel calcolo, nelle tecnologie, nei bombardamenti che la guerra moderna necessita. Fra l’altro, di questo ne soffrono gli ucraini perché i bombardamenti fatti con armi che non sono accurate finiscono con decimare le popolazioni e distruggere palazzi civili, nonché infrastrutture che non dovrebbe essere abbattute.

Non è che l’esercito russo combatte con una mano dietro la schiena, ma combatte una guerra che non avrebbe dovuto combattere. Le reclute sono state mandate il 24 di febbraio ai confini con l’Ucraina senza sapere che entravano in guerra con l’Ucraina. Sono stati raccolti lungo il confine con l’Ucraina e in Bielorussia circa 180.000 reclute con l’indicazione che sarebbe stata una manovra, una grande manovra, non una guerra. Ci sono prove che gli occidentali hanno saputo della data e dell’ora esatta dell’aggressione prima ancora dei comandi russi che comandavano le truppe dall’altro lato della frontiera. Perciò parliamo di un esercito tutt’altro che capace di combattere le guerre del 2020. Guerre che non dovrebbero più essere combattute perché i veri conflitti oggi si effettuano con l’economia di commercio e la finanza non con bombe, missili e aeroplani».

Boris Johnson ha lanciato l’idea di un nuovo Commonwealth tra Ucraina e Paesi Baltici. Questa Ucraina insomma interessa a molti, forse a troppi. Quando ci sono interessi così grossi ci scappa sempre il morto. In questo caso, il morto potrebbe chiamarsi “terza guerra mondiale”?

«No, non credo. Io penso veramente che tutti i nostri leader sono consapevoli di cosa voglia dire terza guerra mondiale. Ormai, non sarebbe più una guerra mondiale, ma l’olocausto mondiale. Quindi io non sono d’accordo su queste prospettive. Sia i politici, Johnson e altri, tirano fuori idee così. La gente ha problemi a casa propria per ragioni personali. Io non attribuisco molta importanza a queste dichiarazioni, ma attribuisco importanza al timore che ci possa essere una terza guerra mondiale e dobbiamo fare di tutto per evitarlo. Non credo che la Russia si lancerebbe facilmente in un’iniziativa di questo tipo. Io vedo che, nonostante ci siano scontri, c’è un certo autocontrollo dai due lati visto che il presidente Biden ha vietato l’uso di certi tipi di armi che evidentemente gli sono state comunicate. C’è una linea rossa geografica tra nord e sud, tra l’oriente ucraino e perciò tra Kharkiv e Odessa.

Io sono convinto che i russi non intendano attraversarla. Ci sono i falchi che vorrebbero arrivare a Kiev ma non riuscirebbero farlo, quindi a un certo punto ci si potrebbe fermare a una guerra di attrito, una sorta di prima guerra mondiale dopo aver iniziato una guerra mondiale con carri armati, truppe, spiegamento di forze su un fronte lungo un migliaio di chilometri. Si sta ritornando a una guerra di posizione, trincee dove ci si bombardano l’un l’altro purtroppo con grandi perdite, grandi sofferenze e grandi tragedie individuali e collettive, ma non credo si andrà oltre. Questa è la mia anticipazione, non è una previsione. Non ho una sfera di cristallo ma credo che si fermeranno».

Potremmo pensare che ci siano due forme di guerra cioè la guerra ufficiale e quella della propaganda, dei grandi proclami che vengono lanciati dai rispettivi rappresentanti dei governi; le rispettive amministrazioni sono sempre pronte a mettere acqua sul fuoco come quando Biden disse che Putin era un criminale e subito il suo stesso sottosegretario di Stato lo ha censurato.

«È normale che in tutte le strutture amministrative ci sia sempre un dialogo permanente tra le parti operative. A livello politico, i leader devono soddisfare un’opinione pubblica, dicono una cosa e, a volte, sono superficiali. Io attribuisco poca importanza a queste esplosioni emotive che hanno i capi di governo rilasciando interviste. Anche i nostri le hanno, ma non attribuirei molta importanza a queste cose».



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