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Giornalista: quando è autonomo o lavoratore subordinato

12 Giugno 2022
Giornalista: quando è autonomo o lavoratore subordinato

Come fare a capire che un giornalista, seppur inquadrato con contratto di collaborazione esterna, va assunto come un normale lavoratore dipendente. 

La professione del giornalista vive una profonda trasformazione da quando è arrivato Internet. Molti giornali, specie quelli locali, hanno chiuso i battenti o ridotto il personale. Così, molti di quelli che prima erano normali dipendenti o freelance, si sono ritrovati a scrivere per il web, a volte in forma occasionale e altre in modo stabile, pagati quasi sempre con «cessione dei diritti d’autore». Tanto produci, tanto vieni pagato. Ma quando si crea un rapporto di collaborazione costante o addirittura giornaliera è molto difficile sfuggire alle norme che impongono l’assunzione: nonostante la qualificazione giuridica data al contratto, prevale infatti l’effettività. Ed allora è importante comprendere quando un giornalista è un autonomo e quando un lavoratore subordinato. 

È evidente che la questione deve essere considerata in relazione al caso concreto sottoposto al vaglio del giudice, ben potendo situazioni simili, o anche solo parzialmente difformi, generare decisioni di segno opposto. Proviamo a dare qualche informazione in più, che potrà servire a tutti coloro che popolano le redazioni di blog, siti e affini, per capire quando rivendicare una regolare assunzione o accontentarsi di fare da “supporto esterno”. 

Quando si è lavoratori subordinati o collaboratori esterni

Ogni attività umana economicamente rilevante può indifferentemente riguardare un rapporto di lavoro autonomo o subordinato a seconda delle modalità con cui si svolge. Il fatto di lavorare da casa o di non avere un orario fisso non sono elementi dai quali desumere incontrovertibilmente l’esistenza di un rapporto di collaborazione esterna. Anche un rapporto dipendente potrebbe avere tali caratteristiche.

Ebbene, secondo la Cassazione, indipendentemente dal nome che le parti abbiano voluto dare al contratto, si può parlare di lavoro dipendente tutte le volte in cui il lavoratore è sottoposto al potere organizzativo, gerarchico e disciplinare del datore di lavoro. In pratica – e ciò vale anche per i giornalisti – il lavoratore è un dipendente, e come tale va assunto, tutte le volte in cui non abbia alcuna autonomia: è il datore di lavoro ad organizzare la sua attività, ad emanare ordini specifici per l’esecuzione delle mansioni. Quindi, quando è limitata l’autonomia del collaboratore, potendo il datore modificarne in ogni momento il contenuto e le modalità di svolgimento della sua attività, siamo in presenza di un lavoratore subordinato a tutti gli effetti. 

Tale potere si estrinseca, inoltre, nell’esercizio da parte del datore di un’assidua attività di vigilanza e controllo nell’esecuzione delle prestazioni lavorative.

Qual è la conseguenza? Il lavoratore, per quanto inquadrato con contratto di collaborazione esterna o a partita Iva, dovrà essere invece assunto regolarmente: con tanto di contributi, ferie, Tfr, tredicesima e malattia.

Come fare a capire se il giornalista deve essere assunto?

Vediamo ora quando il giornalista deve essere assunto. Siamo partiti analizzando la situazione attuale: il web offre opportunità, sia lavorando in proprio che alle dipendenze di altri giornali, più o meno grandi. Gran parte dei giornalisti però – siano essi pubblicisti o professionisti – vengono pagati con cessione dei diritti d’autore, e quindi con contratti di collaborazione esterna. Ma molti di questi contratti nascondono una vera e propria subordinazione. Da cosa lo si comprende? Da questi elementi:

  • inserimento stabile del giornalista in un’organizzazione, con assegnazione di mansioni ben individuate;
  • soggezione del giornalista al potere organizzativo, direttivo e disciplinare dell’imprenditore (titolare del blog, del sito o del giornale);
  • determinazione di un orario o di un limite prestabilito di articoli da realizzare al giorno;
  • pagamento di un corrispettivo fisso mensile e non variabile;
  • assenza di autonomia organizzativa del dipendente;
  • continuità delle prestazioni e coordinamento;
  • obbligo di giustificare le assenze.

Come anticipato sopra, la qualificazione del contratto data dalle parti è del tutto irrilevante per la legge e per i giudici: ciò che conta è come effettivamente il rapporto di lavoro si svolge. Sicché, laddove dovessero essere presenti gli indici di subordinazione appena evidenziati, il collaboratore potrà non solo pretendere l’assunzione per il futuro ma anche il corretto inquadramento per il passato, ossia con effetto retroattivo. Logica conseguenza di ciò è che il datore dovrà corrispondergli le differenze retributive, i contributi previdenziali, la liquidazione delle ferie non godute, accantonare il Tfr, ecc. Il tutto come con un normale lavoratore dipendente. 

Se il datore di lavoro non procede in tal senso, il giornalista potrà ovviamente fargli causa. L’azione si prescrive dopo cinque anni dalla cessazione del rapporto di lavoro.

Quando un giornalista è un dipendente?

Vediamo ora come si è orientata, in una serie di casi pratici, la giurisprudenza della Cassazione per stabilire quando il giornalista è un lavoratore autonomo o dipendente.

Nel qualificare il rapporto come autonomo o subordinato va considerato che, nell’ambito giornalistico, il carattere della subordinazione risulta attenuato per la creatività e la particolare autonomia qualificanti la prestazione e per la natura prettamente intellettuale dell’attività: ne deriva che assume decisivo rilievo l’inserimento continuativo e organico delle prestazioni nell’organizzazione d’impresa, così da assicurare, per un apprezzabile periodo di tempo, la soddisfazione di un’esigenza informativa del giornale, con la sistematica compilazione di articoli su specifici argomenti o di rubriche e la permanenza, nell’intervallo tra una prestazione e l’altra, della disponibilità del lavoratore rispetto alle esigenze datoriali [1].

Il fatto che il prestatore goda di una certa libertà di movimento e non sia tenuto al rispetto di un orario o alla continua permanenza sul lavoro, non esclude la subordinazione, non essendo incompatibile con tale condizione la commisurazione della retribuzione a singole prestazioni. 

È invece determinante che il giornalista si sia tenuto stabilmente a disposizione dell’editore, anche nell’intervallo fra una prestazione e l’altra, per soddisfarne richieste variabili e non sempre predeterminate o predeterminabili eseguendone direttive e istruzioni, e non quando prestazioni predeterminate siano singolarmente convenute, in base a una successione di incarichi, ed eseguite in autonomia [2]. 

Il carattere subordinato della prestazione del giornalista presuppone la messa a disposizione delle sue energie lavorative per fornire con continuità un flusso di notizie in una specifica area informativa, di cui è responsabile, attraverso la redazione sistematica di articoli o la tenuta di rubriche, con conseguente affidamento dell’impresa, che si assicura così la copertura di detta area informativa, contando sulla disponibilità del lavoratore anche nell’intervallo tra una prestazione e l’altra, ciò che rende la sua prestazione organizzabile in modo strutturale dalla direzione aziendale [3].

Non è configurabile la subordinazione nel caso del giornalista che abbia svolto l’attività esclusivamente all’interno della propria abitazione, limitandosi a trasmettere i propri scritti con strumenti informatici messi a disposizione da parte dell’editore, il quale si riservava il diritto di modificarli o di non pubblicarli affatto [4].

Ha natura di lavoro subordinato la prestazione dell’annunciatrice e traduttrice televisiva sottoposta al costante controllo di un funzionario dell’emittente, tenuta a rispettare un rigido orario di lavoro, che deve tenersi a disposizione tra una trasmissione e l’altra e svolge compiti analoghi a quella di altri dipendenti regolarmente assunti [5].


note

[1] Cass. 14.11.2018, n. 29368

[2] Cass. 12.12.2018, n. 32696, Cass. 31.8.2010, n. 18899, Cass. 7.9.2006, n. 19231

[3] Cass. 9.4.2019, n. 9866

[4] Trib. Catania 25.10.2010.

[5] Cass. 18.11.2010, n. 23320.


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