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Quando il lavoro autonomo diventa subordinato?

12 Giugno 2022
Quando il lavoro autonomo diventa subordinato?

Quando il collaboratore esterno va assunto? Come capire se un lavoratore è un dipendente subordinato o se è un lavoratore autonomo? 

Spesso i contratti di collaborazione esterna instaurati tra aziende e lavoratori nascondono veri e propri rapporti di lavoro subordinato. Il fine è chiaramente quello di eludere la normativa lavoristica che, come noto, comporta costi più alti per il datore di lavoro e limiti più stringenti alla possibilità di licenziamento. Tuttavia, non è il nome che le parti danno al contratto a qualificare la sua natura, ben potendo il dipendente, inquadrato “a partita Iva” o con un co.co.co., rivolgersi al giudice per chiedere di essere assunto, regolarizzato e, al contempo, vedersi pagare contributi e differenze retributive anche per il passato. Risulta quindi essenziale capire quando il lavorato autonomo diventa subordinato.

È chiaro che, per arrivare a una soluzione, pur partendo da regole astratte, si deve sempre valutare il caso concreto, ossia come si è concretamente atteggiato il rapporto di lavoro. 

Cosa sono gli indici di subordinazione

La Cassazione ha fornito quelli che vengono chiamati «gli indici di subordinazione» ossia elementi dai quali desumere se un rapporto di lavoro con contratto di collaborazione esterna nasconde invece un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato. 

Dall’analisi di questi elementi, infatti, è possibile capire quando il lavoratore autonomo diventa subordinato, ossia quando il collaboratore esterno va assunto. La conseguenza è abbastanza dirompente: la falsa Partita Iva andrà regolarizzata, anche per il passato. E se ciò non dovesse avvenire sarà facoltà del lavoratore trascinare in causa il datore di lavoro affinché venga condannato dal giudice. 

Come vedremo a breve esistono degli indici di subordinazione “principali” ed altri “sussidiari” a cui si fa riferimento se i primi non dovessero bastare a sciogliere il dubbio. 

Cosa si intende con lavoratore subordinato? 

Secondo la definizione sposata dal nostro codice civile, è subordinato il lavoratore che si obbliga, mediante retribuzione, a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore e dei preposti e dirigenti da questi nominati.

Un tempo la giurisprudenza riteneva che alcune attività – specialmente quelle elementari, richiedenti bassa qualificazione professionale – avevano sempre natura subordinata. Oggi invece, in linea di principio, ogni attività umana può indifferentemente riguardare un rapporto di lavoro autonomo o subordinato a seconda delle modalità del suo svolgimento [1]. 

Ciò che conta, come vedremo a breve, è che sussista l’elemento della subordinazione, ossia l’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, di controllo e sanzionatorio del datore di lavoro. 

Ad esempio il semplice fatto di indossare la maglietta con il logo aziendale non prova la subordinazione, così come non la prova la messa a disposizione di un’automobile e di un telefono cellulare aziendale [2].

A cosa non prestare fede

Una cosa è certa: per capire se il rapporto di lavoro è autonomo o subordinato non bisogna mai affidarsi al nome dato al contratto dalle parti. E del resto scopo della legge è proprio superare l’intento simulatorio che, attraverso il documento scritto, viene appunto realizzato. 

Pertanto, ove il giudice ritenga che un contratto di lavoro – qualificato come autonomo – di fatto possieda i caratteri tipici della subordinazione, in virtù della condotta concretamente adottata dalle parti nello svolgimento del rapporto, può operarne la conversione in un rapporto di lavoro dipendente, a prescindere da quanto risultante dai dati formali [3].

Il nome del contratto utilizzato dalle parti non ha quindi un rilievo assorbente, poiché deve tenersi conto del comportamento complessivo delle parti, anche posteriore alla conclusione del contratto. In caso di contrasto tra dati formali e dati fattuali relativi alle modalità della prestazione, occorre dare prevalenza ai secondi.

Quando il lavoro autonomo nasconde un lavoro subordinato

Come dicevamo, la Cassazione ha individuato una serie di elementi per distinguere il lavoro subordinato da quello autonomo. 

La subordinazione

Il primo e più importante di questi è la cosiddetta subordinazione: siamo in presenza di un lavoratore subordinato quando quest’ultimo è assoggettato al potere direttivo, di controllo e disciplinare del datore. Se non sussistono tali requisiti si è sicuramente in presenza di un rapporto di natura autonoma. 

Cosa si intende praticamente con tali concetti? Il rapporto di lavoro è di natura subordinata quando il datore di lavoro è libero di organizzare l’attività del dipendente, di emanare ordini specifici per l’esecuzione delle mansioni, limitando la sua autonomia e potendo modificarne in ogni momento il contenuto e le modalità di svolgimento onde venire incontro alle proprie esigenze. In pratica vi deve essere un ristretto margine di autonomia all’iniziativa del dipendente. Inoltre il datore di lavoro deve mantenere il potere di esercitare un’assidua attività di vigilanza e controllo nell’esecuzione delle prestazioni lavorative, riservandosi la possibilità di sanzionare il dipendente che contravvenga alle proprie indicazioni. 

A differenza di quanto avviene nel lavoro autonomo, in quello subordinato il datore ha facoltà di ingerirsi con continuità nell’esecuzione della prestazione.

È quindi un lavoratore subordinato colui che ha un vero e proprio obbligo di adeguarsi a quanto richiesto dal datore se tale vincolo si protrae per tutto il rapporto. 

Il vincolo della subordinazione non viene meno per il solo fatto che, specie nel caso di prestatori di alto livello, quali i dirigenti (dotati di ampi poteri decisionali e di autonomia), o di tecnici particolarmente specializzati, le direttive circa le modalità di resa della prestazione siano emanate una tantum in maniera generale e programmatica. Né quando le attività svolte dal dipendente implicano un alto grado di creatività (si pensi a un giornalista, a un addetto marketing, a un social media manager, ecc.).

Spetta comunque al lavoratore che voglia essere correttamente inquadrato come dipendente dimostrare le direttive ricevute e di indicare con quali modalità si è svolta l’attività di vigilanza e controllo sul proprio operato da parte del datore di lavoro o dei superiori.

Inserimento nell’organizzazione aziendale

Il secondo indice principale per capire se un lavoratore è autonomo o dipendente è il suo eventuale inserimento in modo stabile nell’organizzazione produttiva del datore di lavoro. È evidente che questo requisito si lega strettamente con il potere direttivo e di controllo di cui appena sopra. In pratica egli deve diventare, se non proprio un anello della catena di montaggio, quantomeno un tassello fondamentale su cui si basa la produzione di un determinato settore. Deve cioè essere inserito nell’organigramma e farne parte in modo stabile e duraturo.

Altri elementi per capire quando il lavoratore autonomo diventa subordinato

Accanto a questi due indici di subordinazione vi sono quelli sussidiari che, singolarmente presi, non sono sufficienti a qualificare il rapporto di lavoro ma, nella loro globalità, possono essere considerati dei validi indici. 

Tra questi vi sono:

  • l’obbligo di rispettare di un preciso orario di lavoro (e di turni): è evidente che il rispetto di un orario predeterminato ben si combina con il potere direttivo e organizzativo del datore anche se è possibile che la prestazione subordinata non abbia vincoli di orario;
  • la continuità delle prestazioni e coordinamento dell’attività lavorativa con l’assetto organizzativo dato dal datore;
  • le modalità di pagamento della retribuzione: l’erogazione di compensi fissi e predeterminati, così come delle mensilità supplementari, con riferimento agli importi stabiliti dalla contrattazione collettiva, assume anch’essa valore indiziario che induce al riconoscimento della subordinazione;
  • l’utilizzo di mezzi e strumenti di produzione di proprietà del datore di lavoro non assume valore determinante, ma può rivelarsi d’aiuto per scoprire una falsa partita Iva;
  • l’assenza di rischio in capo al lavoratore: è subordinato chi viene pagato a prescindere dai risultati conseguiti;
  • l’obbligo di giustificare le assenze da parte del lavoratore è in genere indice di subordinazione se soggetto a una verifica in concreto e se conduce, in caso di accertamento dell’assenza ingiustificata, a conseguenze disciplinari ascrivibili al lavoratore.

note

[1] Cass. 30.4.2010, n. 10518.

[2] Cass. 10.2.2014, n. 2885.

[3] Cass. 25 marzo 2010, n. 7194; Cass. 1.8.2000, n. 10077; Cass. 18.6.1998, n. 6114; Cass. 14.6.2006, n. 13714.

Autore immagine: depositphotos.com


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