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Donazione indiretta al figlio: se va in comunione non lo decide il notaio

13 Ottobre 2014
Donazione indiretta al figlio: se va in comunione non lo decide il notaio

Per dimostrare che il bene donato sia escluso dalla comunione legale, non basta la dichiarazione contenuta nell’atto notarile; necessaria una prova più consistente.

Come tutti sanno, i beni ricevuti, durante il matrimonio, in donazione da terzi (per esempio, dai propri genitori) non ricadono nella comunione legale. Ciò significa che tali beni restano di proprietà esclusiva del donatario e non vanno divisi al 50% col coniuge [1].

Ma che succede in caso di donazione indiretta? Innanzitutto ricordiamo cos’è una donazione indiretta. Si ha quando il donante non cede il bene, ma il denaro affinché il donatario acquisti, da sé, il bene. È il tipico caso in cui il genitore versi il prezzo per l’acquisto di una casa al costruttore e poi la faccia intestare al figlio. Ecco, in questo caso, pur essendo fuor di dubbio che si tratti di una donazione, ci si chiede se il bene rientri o meno nella comunione dei beni, posto che l’acquirente è, almeno formalmente, il coniuge.

La questione è stata risolta da una sentenza della Cassazione di questa mattina [2].

Secondo la Corte, in caso di donazione indiretta di un immobile, per verificare se tale bene rientri o meno nella comunione legale dei coniugi, bisogna dare la dimostrazione del fatto che l’acquisto è avvenuto con denaro donato. Insomma, è necessario provare che si tratti di donazione indiretta. E, a tal fine – ritengono i Supremi giudici – non è sufficiente l’attestazione del notaio dell’avvenuto pagamento del corrispettivo dell’immobile con denaro donato dal padre al figlio. Quello che dichiara il notaio non può essere considerato una valida e sufficiente prova e ciò perché, in tali circostanze, il professionista non fa altro che prendere atto – e riportare nero su bianco – delle dichiarazioni a lui rese dalle parti comparse innanzi a lui.

Infatti, per legge, l’atto pubblico del notaio forma piena prova solo della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha redatto, delle dichiarazioni rese dalle parti o dei fatti che egli attesti avvenuti in sua presenza, ma non è piena prova della verità intrinseca delle predette dichiarazioni [3]. Insomma, il notaio si limita a trascrivere quello che gli dicono i clienti, ma non è tenuto anche a verificare se ciò sia vero o no.

Il bene donato risulta escluso dalla comunione legale se…

La Cassazione ricorda che la donazione di una somma di denaro per acquistare un immobile è una liberalità qualificabile coma donazione indiretta; pertanto, se il donatario risulti coniugato in regime di comunione legale, il bene non rientra nella comunione legale, a condizione che vi sia la dimostrazione del collegamento tra l’acquisto e la donazione del denaro [4].

La prova della liberalità non è però data dalla mera dichiarazione della parte, anche se riferita al notaio e da questi riportata nell’atto pubblico. L’attestazione del notaio non è sufficiente, trattandosi di una mera presa d’atto della dichiarazione resa al riguardo delle parti.

Dunque, l’unica prova sicura e certa per rivendicare come “proprio” un bene ricevuto in donazione (e non quindi rientrante nella comunione) potrà essere solo la tracciabilità del pagamento o le fotocopie degli assegni dai quali si evinca che il prezzo del bene è stato pagato dal donante e non dal donatario.


note

[1] Art. 179 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 21494/14 del 10.10.2014.

[3] Art. 2700 cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 14197/2013.

Autore immagine: 123rf com


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