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Pensioni, addio Legge Fornero: nuova ipotesi in arrivo

6 Giugno 2022
Pensioni, addio Legge Fornero: nuova ipotesi in arrivo

Le possibilità di cui si discute sono tante: ciò che è certo è l’impegno del Governo a rivedere la normativa sull’età pensionabile entro la fine dell’anno.

Forse un accordo si troverà, forse l’età pensionabile finalmente si abbasserà, forse diremo addio alla Legge Fornero. Forse, perché per ora parliamo solo di un insieme di tante ipotesi di cui si discute nelle aule parlamentari per dar vita a una vera riforma delle pensioni. Ma questa volta sembra che il Governo stia realmente tendendo una mano ai sindacati Cgil, Cisl e Uil, da sempre determinati ad abbassare l’età imposta nel 2011 per consentire ai lavoratori di andare in pensione prima. Una soglia che fin da subito aveva fatto infuriare le associazioni sindacali, ritenuta troppo elevata, specialmente per alcune categorie di dipendenti.

Dal 2023, cessata la breve validità di «Quota 102», tornerà in vigore la famosa« legge Fornero», che prevede di andare in pensione a 67 anni o, comunque, solo dopo 43 anni di lavoro per gli uomini e 42 per le donne. L’unico spiraglio di luce per i lavoratori è che il Governo riesca a trovare un accordo sul punto entro la fine dell’anno. Un’ipotesi che non è da scartare a priori, considerando che già a febbraio si era parlato di un possibile abbassamento dell’età pensionabile con – e qui c’è il risvolto della medaglia – conseguente ricalcolo contributivo degli assegni pensionistici: una mezza vittoria per i sindacati, che chiedono ora di tornare a parlare della questione per determinarne meglio i contorni. Ma le possibilità sono ancora molte.

Per i contributivi puri, quelli cioè che lavorano dal 1996, si esce a 64 anni con pensioni di almeno 1.311 euro. Un limite ritenuto troppo alto dai sindacati.

Nell’ipotesi prevista a febbraio dal Governo si parlava di revisione dei coefficienti di trasformazione, con possibilità di eliminare la soglia dell’assegno sociale per tutti i lavoratori che, raggiunti i 64 anni, ne contino almeno 20 di contribuzione. Si parla, in sostanza, di abbassare il limite minimo di due anni anticipando il pensionamento per chi è nel sistema contributivo puro, prevendo di estendere questa possibilità anche a chi è nel sistema misto ma decide di rinunciarvi per godere del pensionamento anticipato.

Questa ipotesi comporterebbe una penalizzazione del 3% circa per ciascun anno di anticipo goduto, con una riduzione complessiva dell’assegno, dunque, non superiore al 10% di quello previsto. Per i lavoratori in regime misto (retributivo e contributivo), invece, la riduzione potrebbe arrivare fino al 18%: secondo il calcolo fatto dal Rapporto di Itinerari Previdenziali, questa categoria rappresenta la maggior parte dei lavoratori, circa il 90%.

All’elenco di possibilità sul tavolo di discussione si aggiunge anche la proposta di Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, il quale ipotizza un pensionamento a 63 o 64 anni – in base alla speranza di vita – con 20 anni di contributi per la parte contributiva, mentre quella retributiva verrebbe aggiunta al compimento dei 67 anni d’età, ossia al raggiungimento dell’età che garantisce il diritto alla pensione di vecchiaia. Il lavoratore dovrebbe, inoltre, aver maturato una quota contributiva di pensione di importo pari o superiore a 1,2 volte l’assegno sociale. Un’ipotesi ritenuta economicamente sostenibile con un aggravio di 2,5 miliari per i primi tre anni ma con previsti risparmi dal 2028.

Non va dimenticata, poi, la famosa «Quota 41» leghista, proposta come proseguo di Quota 102, e che prevede un divieto di cumulo con attività lavorative e la possibilità di sfruttare anche la contribuzione mista al fine di raggiungere i 38 anni di contributi (ad esclusione della contribuzione presente nelle Casse professionali).

Questa possibilità è rivolta ai lavoratori che possono far valere 12 mesi di contribuzione effettiva antecedente al 19° anno di età (ossia i «lavoratori precoci»), che si trovano in determinate condizioni indicate dalla legge e perfezionino, entro il 31 dicembre 2026, 41 anni di contribuzione. Un’ipotesi che, però, sotto il profilo economico, così come è prevista sarebbe decisamente troppo onerosa per lo Stato: si stima infatti che l’estensione di Quota 41 costerebbe 4 miliardi nel primo anno, in crescita fino a 9 miliardi 10 anni dopo la sua entrata in vigore.

Dal canto loro i sindacati (Cisl a parte) chiedono di ridurre a 62 anni l’età pensionabile o, in alternativa, la possibilità di andare in pensione a chiunque abbia 41 anni di contributi, prescindendo dall’età anagrafica e omologandosi così – sostengono le associazioni – agli standard europei.



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