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Malasanità: cinque anni per agire contro il medico che ha sbagliato l’operazione

14 Ottobre 2014 | Autore:
Malasanità: cinque anni per agire contro il medico che ha sbagliato l’operazione

Ai fini del risarcimento del danno da malpractice medica, il paziente che ritiene di aver subito un’operazione errata, dalla quale è derivato un danno apprezzabile alla propria salute, ha cinque anni per iniziare una causa civile contro il medico autore dell’intervento.

 

La rivoluzionaria sentenza dell’altro ieri del Tribunale di Milano, in tema di responsabilità medica [1], segna una svolta epocale (leggi “Responsabilità medica: la legge Balduzzi salva il sanitario ma non l’ospedale”): la responsabilità del medico, anche se opera all’interno di una struttura sanitaria, è di natura extracontrattuale. In termini più concreti, ciò significa che ricade adesso sul paziente un onere della prova molto più gravoso, a differenza di quanto ritenuto sino ad oggi dai giudici, secondo cui spettava al medico o alla struttura chiamata in giudizio provare di aver esattamente eseguito la prestazione sanitaria.

Dunque, se il paziente era in passato tenuto a provare solo l’esistenza del cosiddetto “contatto sociale” (che si stabilisce nel momento in cui questi viene accettato presso l’ente ospedaliero) sarà molto più complesso (se non impossibile) ottenere il risarcimento del danno se non fornisce in giudizio una prova concreta del pregiudizio subito e se non dimostra che quest’ultimo è direttamente riconducibile all’errore del medico.

 

La pronuncia del Tribunale di Milano, dunque, ripercorre le numerose interpretazioni fornite negli anni dalla giurisprudenza in materia di responsabilità civile del medico e della struttura sanitaria nei casi di malasanità.

La questione porta con sé inevitabili conseguenze pratiche: comprendere se sia possibile contestare l’operato dei medici, entro quanto tempo agire e come difendersi per ottenere il ristoro dei pregiudizi patiti.

La responsabilità della struttura sanitaria

Nei casi di malasanità (interventi lesivi, complicanze dovute ad attrezzature non idonee, operazioni non riuscite ecc.) la struttura sanitaria può essere responsabile per i danni subiti dal paziente ospitato. Si tratta di una responsabilità contrattuale dato che tra paziente e struttura, nel momento in cui il primo accede ai servizi della seconda, si conclude un “contratto di spedalità”. In virtù di ciò, la struttura sanitaria ha l’obbligo di adempiere esattamente la propria prestazione assicurando al paziente il corretto espletamento di tutti i servizi che sono previsti durante il ricovero ospedaliero. Ciò implica che se il paziente subisce un danno durante il ricovero o l’intervento, la struttura sanitaria risponde del fatto commesso dai propri dipendenti e ausiliari.

In caso di mancato funzionamento, ne risponde a titolo contrattuale nei confronti del paziente, a meno che non provi di aver adempiuto esattamente i propri obblighi e che i danni siano derivati da una causa a essa non imputabile e non prevedibile ed evitabile [2].

In altri termini, colui che ritiene di aver subito dei danni direttamente ascrivibili alla struttura sanitaria può agire in giudizio per ottenere il risarcimento, provando il semplice inadempimento o inesatto adempimento del contratto di spedalità. L’azione si prescrive in dieci anni.

Quanto detto vale sia per le strutture sanitarie pubbliche che per quelle private.

La responsabilità del medico

Diversa è invece, da oggi, la responsabilità del singolo medico che, nell’ambito di una struttura sanitaria, ha assistito il paziente nelle cure o ha effettuato l’intervento poi rivelatosi lesivo. In proposito, si distinguono due ipotesi:

a) se il medico ha stipulato con il paziente un contratto d’opera professionale, distinto dal contratto di spedalità.

Non vi sono dubbi sul tipo di responsabilità che si configura nel caso in cui sia il medico a provocare danni al paziente. Infatti, si tratterebbe di responsabilità derivante da inesatto adempimento del contratto d’opera, con le stesse conseguenze viste in caso di responsabilità della struttura sanitaria: onere del paziente di provare l’inadempimento o inesatto adempimento del medico e prescrizione dell’azione di responsabilità in dieci anni.

A differenza della responsabilità della struttura sanitaria, la prova della responsabilità del medico per inesatto adempimento della prestazione contrattuale è particolarmente difficile. Ciò poichè l’obbligazione del medico non può sempre considerarsi un’obbligazione di risultato, viste tutte le variabili che incidono quando si ha a che fare con la salute. A riguardo, si distingue tra “interventi difficili” e “interventi di routine”, laddove i primi lasciano un margine di “errore” maggiormente giustificabile.

Il discrimine tra esatto e inesatto adempimento della prestazione medica è dato anche dal rispetto delle cosiddette linee guida: la colpa del medico, in caso di errore, è meno grave laddove egli si sia attenuto alle regole più accreditate dalla scienza medica.

b) se tra paziente e medico non è stato concluso alcun contratto e l’unico legame tra i due è dato dalla struttura sanitaria in cui il primo è ospitato e il secondo opera.

Il nodo che la sentenza del Tribunale di Milano ha tentato di sciogliere è quello relativo alla responsabilità del medico che viene a contatto con il paziente in quanto si trova ad operare nella struttura in cui questi è ricoverato e non perché ha stipulato con quest’ultimo un contratto di prestazione professionale. Sul punto sono stati versati fiumi di inchiostro da parte dei Tribunali.

A volte i giudici hanno ritenuto che, mancando un contratto, l’errore del medico doveva ritenersi imputabile a responsabilità extra-contrattuale [3]; altre volte hanno stabilito che la responsabilità del medico è sempre e comunque contrattuale, in virtù di un contatto sociale con il paziente. In altri termini, la responsabilità da contatto sociale si baserebbe sul contatto, cioè sul legame che il medico ha instaurato con il paziente nell’ambito della struttura sanitaria.

Con le modifiche apportate alla Legge Balduzzi [4], il legislatore ha precisato che, se la colpa del medico è lieve, pur essendo esclusa la responsabilità penale, sussiste comunque una responsabilità risarcitoria di tipo extracontrattuale nei confronti del paziente.

Secondo la sentenza del Tribunale di Milano, la novità apportata dalla legge Balduzzi qualifica la responsabilità del singolo medico come responsabilità extracontrattuale, data l’assenza di un contratto stipulato tra medico e paziente. In pratica, un conto sarebbe il contratto stipulato con la struttura, un conto il rapporto instaurato con il medico operante.

Nel primo caso, è configurabile una responsabilità contrattuale con prescrizione decennale e un onere della prova a carico della struttura sanitaria.

Nel secondo caso è evidente una responsabilità da illecito extracontrattuale, con prescrizione quinquennale e onere della prova a carico del paziente. Quest’ultimo deve dimostrare: il danno subito e il nesso causale tra quest’ultimo e la condotta del medico.

Come si può notare, è un sistema che va a svantaggio del paziente danneggiato e che, forse, è volto proprio a limitare l’accanimento non sempre giustificato contro i medici.

In ogni caso, qualora il paziente agisca in giudizio sia contro la struttura sanitaria che contro il medico, accertate dal giudice le rispettive responsabilità, l’obbligo di risarcimento graverà in solido su entrambe (conviene sempre citare in giudizio sia il medico che la clinica e chiedere un risarcimento dei danni, per l’appunto, in solido: sarà eventualmente la clinica stessa ad agire in regresso contro il medico, recuperando le somme di denaro versate in favore del paziente che ha vinto la causa).

Infine, ricordiamo ai lettori che la sentenza in commento è solo un orientamento di massima, che potrà essere mutato e disconosciuto da altri Tribunali sin da domani… stay tuned!


note

[1] Trib. Milano, sent. del 17.07.2014.

[2] Art. 1218 cod. civ.

[3] Art. 2043 cod. civ.

[4] L. 189/2012

Autore immagine: 123rf com


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