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Prolungamento periodo di prova

19 Giugno 2022
Prolungamento periodo di prova

Patto di prova del lavoratore dipendente: il datore può allungare la durata? 

È possibile prolungare il periodo di prova? Come noto, il patto di prova ha una durata prestabilita. La stessa viene definita di comune accordo tra le parti, tenendo tuttavia conto dei limiti fissati dal contratto collettivo applicabile (che di solito fa riferimento alla qualifica e all’inquadramento del lavoratore). Il periodo di prova non può, in ogni caso, superare la durata massima di 3 mesi, che diventano 6 mesi per gli institori, procuratori, rappresentanti a stipendio fisso, direttori tecnici o amministrativi impiegati di grado e funzioni equivalenti.

Sulla possibilità di un prolungamento del periodo di prova si è già espressa più volte la Cassazione. Ecco quali sono i limiti che il datore di lavoro incontra in casi del genere. 

Durata del patto di prova

Di fatto, la durata del patto di prova è oggi stabilita dai contratti collettivi di ogni singolo settore con riguardo a qualifica e inquadramento del lavoratore. La durata prevista dal contratto individuale non può eccedere quella prevista dal contratto collettivo. 

Ai sensi dell’art. 4, R.D.L. 13 novembre 1924, n. 1825, il periodo di prova non può essere superiore a:

  • 6 mesi per i dirigenti e gli impiegati di 1a categoria;
  • 3 mesi per gli impiegati delle altre categorie, i viaggiatori o piazzisti;
  • 1 mese per le categorie speciali;
  • 15 giorni per gli operai, elevabili a 3 settimane o ad 1 mese per alcune categorie, secondo quanto previsto dai contratti collettivi;
  • 2 mesi per gli apprendisti.

È nullo il licenziamento per mancato superamento del periodo di prova intimato dopo la scadenza del periodo di prova previsto dal Ccnl.

Questi termini possono essere ridotti, d’accordo fra le parti, così come il datore di lavoro può rinunciare a richiedere il periodo di prova, assumendo immediatamente ad ogni effetto il lavoratore.

La giurisprudenza sostiene però che la durata della prova non può essere troppo breve, altrimenti verrebbe compromesso l’esito dell’esperimento.

Si può interrompere il periodo di prova prima della scadenza?

Le parti possono liberamente interrompere la prova prima della sua naturale scadenza salvo che il contratto abbia definito una durata minima garantita. 

Se il rapporto di lavoro prosegue, senza disdetta, dopo lo spirare del termine finale, la prova si intende positivamente conclusa: pertanto, il rapporto di lavoro diventa stabile. 

È possibile prolungare il periodo di prova?

Secondo la Cassazione [1], è legittimo il successivo prolungamento del periodo di prova, ove giustificato dalla volontà di adeguare lo stesso alla durata prevista dal contratto collettivo, se la clausola introdotta non prevede termini di durata del periodo di prova maggiori rispetto a quelli determinati dalla contrattazione collettiva.

La Cassazione ha anche detto che, fermi i limiti massimi di durata del patto di prova (per come elencati sopra), la clausola del contratto di lavoro che prevede un periodo di prova più lungo rispetto a quello stabilito dal Ccnl, è legittima solo per mansioni di particolare complessità: spetta però al datore di lavoro provare tale esigenza [2].

Tale è stato anche il parere fornito dal tribunale di Torino [3] secondo cui «L’esperimento del patto di prova è funzionale alle esigenze di entrambe le parti del rapporto di lavoro. La maggior durata del periodo di prova stabilita dal contratto individuale in difformità dal contratto collettivo può ritenersi legittima nel caso in cui le mansioni di assunzione del lavoratore siano particolarmente complesse e tali da richiedere un prolungamento del patto di prova nell’interesse di entrambe le parti».

In alcuni casi il Ccnl esclude espressamente o prevede, nei limiti massimi stabiliti dalla legge, la possibilità di prolungare la durata inizialmente fissata del periodo di prova. In mancanza di tale previsione non è possibile pattuire la proroga nel contratto individuale, perché ciò costituirebbe clausola svantaggiosa per il lavoratore [4].

Reiterazione del patto di prova

Può accadere che tra le parti del patto di prova (e quindi del contratto di lavoro) sia già intercorso, prima della stipula del patto, un altro rapporto di lavoro (ad esempio, nel caso di successione di contratti a tempo determinato) avente ad oggetto lo svolgimento di mansioni analoghe a quelle individuate nel patto di prova.

La giurisprudenza considera illegittima la previsione, nel secondo contratto, di un patto di prova, in quanto il patto stesso è legittimo solo nella misura in cui sia funzionale all’esigenza delle parti di sperimentare la reciproca convenienza al contratto; qualora il lavoratore sia già stato utilizzato per lo svolgimento delle stesse mansioni previste nel patto di prova, e la sperimentazione è avvenuta con esito positivo, viene meno la causa del patto [5]. Analogo ragionamento è sviluppato con riferimento a prestazioni rese dal lavoratore in favore del datore di lavoro non in forza di un contratto di lavoro ma ad un diverso titolo.   


note

[1] Cass. 7.3.2013, n. 5677

[2] Cass. 19.6.2000, n. 8295. Così anche Cass. sent. n. 9789/2020 secondo cui: «La clausola del contratto individuale con cui è fissata una durata del patto di prova maggiore di quella stabilita dalla contrattazione collettiva di settore deve ritenersi più sfavorevole per il lavoratore e, come tale, è sostituita di diritto ex art. 2077, comma 2, c.c. salvo che il prolungamento si risolva in concreto in una posizione di favore per il lavoratore (ad esempio per la particolare complessità delle mansioni), con onere probatorio gravante sul datore di lavoro, poiché è colui che si avvantaggia del tempo più lungo della prova godendo di più ampia facoltà di licenziamento per mancato superamento della stessa».

[3] Trib. Torino, sent. del 18.11.2002.

[4] Cass. 13 marzo 1992 n. 3093.

[5] Cass. 11 marzo 2004, n. 5016 e Cass. 9 marzo 2016, n. 4635

Autore immagine: depositphotos.com


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