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Lavoratore in malattia: il datore può farlo rientrare?

8 Giugno 2022 | Autore:
Lavoratore in malattia: il datore può farlo rientrare?

Durante il periodo di assenza per malattia l’azienda non può fare pressioni sul dipendente per indurlo ad abbreviare i tempi di rientro.

In molte aziende, la notizia della malattia di un lavoratore è un dramma, perché colpisce l’attività produttiva. Ma la salute del dipendente deve – o dovrebbe – venire prima di tutto. Però alcuni datori di lavoro, innervositi e preoccupati dalle assenze, tempestano il dipendente ammalato di telefonate e messaggi, per invitarlo a tornare al più presto in sede e riprendere il suo posto. Ma è legittimo questo comportamento? Se un lavoratore è in malattia, il datore può farlo rientrare? Vediamo.

Le pressioni sul dipendente in malattia sono illecite

Il datore di lavoro non può mai indurre – o peggio ancora, costringere – un proprio dipendente a rientrare dalla malattia o a fare in modo di accorciare il periodo di degenza stabilito nel certificato medico. Il problema è acuito dal fatto che, mentre si è in convalescenza, essere bersagliati da richieste pressanti provenienti dal datore di lavoro, o comunque da un superiore gerarchico con poteri di direzione, può compromettere il recupero psico-fisico del lavoratore ammalato e comportare ulteriori conseguenze lesive.

È quanto accaduto in un caso deciso dalla sezione Lavoro della Corte d’Appello di Roma [1]: una dipendente era ammalata di tumore maligno e si era sottoposta ad una delicata operazione chirurgica. Incurante di ciò, il suo capo ha iniziato a chiedergli, in modo pressante, quali sarebbero stati i tempi di recupero e di ripresa del servizio. La dipendente si è ribellata a questa condotta illecita, ha promosso un’azione giudiziaria ed ha inchiodato il datore di lavoro producendo come prova le numerose e-mail di sollecito. Risultato: l’azienda è stata condannata al risarcimento del danno biologico, patito dalla lavoratrice che aveva riportato gravi disturbi psichiatrici in conseguenza delle vessazioni compiute nei suoi confronti dai responsabili della società.

In sentenza, si legge che il datore di lavoro «pure in mancanza di un intento vessatorio, ha sicuramente esorbitato dal legittimo esercizio del suo potere di controllo sulle assenze della dipendente, facendola bersaglio di una serie continua e pressante di solleciti alla ripresa dell’attività, di insistenti notizie sui possibili tempi di recupero, finanche di puntuali suggerimenti medici sulle modalità dallo stesso ritenute più consone alla gestione delle terapie riabilitative, operando pure sgradevoli quanto inopinati confronti con le condotte tenute da colleghi colpiti da patologie simili, così da fiaccare la tenuta di una lavoratrice già provata dall’insorgere di una grave patologia».

I diritti del lavoratore in malattia

Il lavoratore in malattia – al pari di quello infortunato e delle lavoratrici in stato di gravidanza o di puerperio – ha, innanzitutto, il diritto a percepire la retribuzione, nella misura sancita dalle leggi e dai contratti collettivi di lavoro vigenti nel comparto di appartenenza [2]. Di regola, l’indennità sostitutiva della retribuzione – la cosiddetta “indennità di malattia” –  viene erogata dall’Inps, salve particolari ipotesi di integrazione da parte del datore di lavoro. Inoltre, il periodo di assenza dal lavoro per malattia va computato nell’anzianità di servizio del lavoratore, senza decurtazioni.

Infine, il dipendente assente per malattia ha diritto alla conservazione del posto a meno che non raggiunga il termine del periodo di comporto stabilito dalla normativa: ciò significa che non può essere licenziato se non supera il numero massimo di giorni di assenze prefissate nel periodo (ad esempio, più di 180 giorni nell’anno).

Assenza per malattia: i doveri del lavoratore

Il lavoratore assente per malattia deve farsi rilasciare il certificato dal proprio medico curante, che lo invia telematicamente all’Inps entro il giorno successivo. In caso di ricovero, vale il certificato della struttura ospedaliera o del Pronto soccorso.

Durante il periodo di malattia il lavoratore ha l’obbligo di reperibilità, presso il proprio domicilio, nelle fasce orarie previste, in modo da poter essere sottoposto all’eventuale visita fiscale disposta d’ufficio dall’Inps o richiesta dal datore di lavoro. Le fasce orarie di reperibilità quotidiana (che comprendono anche i giorni festivi) sono dalle ore 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 per i dipendenti privati e dalle ore 9 alle 13 e dalle 15 alle 18 per i dipendenti pubblici. L’assenza ingiustificata alla visita medica di controllo può comportare una decurtazione dell’indennità di malattia.

Rientro anticipato dalla malattia: quando è possibile?

Il rientro anticipato al lavoro è possibile nei casi di guarigione completa e sopravvenuta prima del periodo inizialmente previsto. La procedura per il rientro anticipato viene instaurata, su iniziativa del dipendente, quando il medico ha constatato il decorso favorevole della malattia rispetto alla originaria prognosi.

Il meccanismo di ripresa anticipata dell’attività lavorativa del dipendente ammalato è disciplinato da una circolare dell’Inps [3], per evitare elusioni della normativa inderogabile sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. In particolare, occorre sempre una rettifica del certificato medico che era stato già inviato all’Inps; perciò, il lavoratore in malattia non può, di sua iniziativa e perché “si sente meglio”, decidere di tornare al lavoro senza munirsi di una nuova certificazione medica che attesta la sua avvenuta guarigione anticipata. Neanche il datore di lavoro potrebbe riammetterlo in servizio senza certificato, perché violerebbe la normativa che gli impone di tutelare sempre l’integrità fisica dei lavoratori [4]. Per maggiori dettagli leggi l’articolo “Malattia: posso rientrare prima al lavoro?“.


note

[1] C. App. Roma, sent. n. 3548 del 21.10.2021.

[2] Art. 2110 Cod. civ.

[3] Circ. Inps n. 79 del 02.05.2017.

[4] Art. 2087 Cod. civ.


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