Addio mantenimento per i matrimoni brevi

7 Giugno 2022
Addio mantenimento per i matrimoni brevi

L’ammontare dell’assegno di mantenimento deve dipendere da quanto la vita coniugale ha inciso sulla capacità del richiedente di essere autosufficiente. 

Può un matrimonio finire 9 mesi dopo le nozze? Sì, se le cose non funzionano. In casi simili, verrebbe da dire che si è trattato di un connubio «breve ma intenso». O forse neanche così intenso, se finisce dopo appena 9 mesi. Ciò che è certo, però, è che se l’unione tra i due coniugi è così breve, la sposa (o lo sposo) non ha neppure il diritto al mantenimento dall’ex partner, avendo probabilmente costruito insieme ben poco in così poco tempo.

A mettere questo principio nero su bianco ci pensa il tribunale di Parma, a cui si rivolge un marito in seguito alla richiesta della moglie, in sede di separazione consensuale, a ottenere un assegno divorzile in virtù dei pochi mesi di vita condivisi assieme.

Le parti avevano previsto negli accordi separativi l’obbligo in capo al marito di corrispondere un assegno mensile all’ex moglie pari a € 100,00 che, però, come esplicitato nel ricorso, questi non avrebbe mai versato.

In base alla vigente norma sul tema [1] il tribunale competente, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, ha il compito di disporre l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente all’altro un assegno, nel caso in cui questi non abbia «i mezzi adeguati». Nel farlo, il giudice deve tenere contro «delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio». Un elemento, quello della durata dell’unione, che in caso di matrimoni lampo ha un peso specifico non indifferente.

Secondo l’orientamento della Cassazione, per individuare l’ammontare dell’assegno da corrispondere al coniuge nel caso in cui manchi di «mezzi adeguati», il giudice deve andare a considerare se l’ex coniuge abbia o meno i mezzi sufficienti a garantirgli l’indipendenza o l’autosufficienza economica. Dal 2017 [2], infatti, per stabilire il quantitativo dell’assegno è stato superato il parametro della conservazione del tenore di vita precedente alla separazione.

Le Sezioni Unite hanno più recentemente stabilito [3], invece, che l’assegno divorzile debba essere riconosciuto in «applicazione del principio di solidarietà postconiugale» dando maggior peso a un criterio che valorizzi l’intera storia coniugale nel suo evolversi, realizzando anche una prognosi futura che consideri le condizioni dell’avente diritto. Seguendo quest’ottica, il giudice, nello stabilire la quota dell’assegno divorzile richiesto, dovrà verificare se l’inadeguatezza dei mezzi economici del richiedente sia legata al contributo che questi ha fornito nella gestione familiare negli anni, sacrificando le proprie aspettative professionali e reddituali a beneficio dell’unione della famiglia.

In sostanza, ad esempio, in caso di separazione di una coppia sposata da anni e con figli, il giudice dovrà andare a verificare se la moglie che richiede l’assegno di mantenimento, poiché senza lavoro, abbia effettivamente negli anni deciso di mettere da parte la propria carriera, privilegiando l’educazione dei figli o la gestione della casa (come in passato spesso accadeva).

Nel caso specifico, il tribunale, seguendo il criterio indicato dalle Sezioni Unite, e valutando la situazione attuale della parte debole anche in relazione al matrimonio durato solo nove mesi, reputa non vi siano le condizioni per disporre l’obbligo del marito a somministrare mensilmente un assegno in favore dell’ex moglie.

Per questo motivo il giudice pronuncia lo scioglimento del matrimonio, dichiarando che la moglie perde il cognome del marito e respinge la richiesta di assegno divorzile da questa avanzata.

 

 


note

[1] L. n. 898/1970, art. 5, comma 6

[2] Cort. Cass. sent. n. 11504/2017

[3] Sez. Un. Sent. n. 18287/2018

Tribunale di Parma Sezione feriale, sent. 26 aprile 2022 n. 507 

Data udienza del 16 settembre 2021

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI PARMA

in composizione collegiale composta dai sottonotati Magistrati:
dott. Nicola Sinisi – Presidente rel.
dott.ssa Angela Chiari – Giudice
dott.ssa Silvia Orafi – Giudice
ha pronunziato la seguente sentenza nella causa civile promossa da:

X , rappresentata e difesa dall’avv. …del foro di Modena ed elettivamente domiciliata presso il suo
studio in …(MO), via …, in forza di procura in calce al ricorso

– ricorrente –

contro

Y, rappresentato e difeso, giusta procura allegata telematicamente alla memoria di costituzione,
dall’avv…., ed elettivamente domiciliato presso lo studio del predetto legale, in Parma, Strada…

– resistente –

PUBBLICO MINISTERO presso il Tribunale di Parma
Oggetto: Scioglimento del matrimonio
Causa Civile iscritta al n. …/19 del Ruolo Generale rimessa alla decisione del Collegio sulle seguenti conclusioni rassegnate all’udienza del 16 settembre 2021. Per la ricorrente:
“Voglia il Tribunale, disattesa ogni contraria istanza ed eccezione nel merito:
1) dichiarare lo scioglimento del matrimonio contratto dai sigg.ri X e Y iscritto nei registri degli atti
di matrimonio del Comune di …anno 2017 parte n. …ordinando al competente Ufficiale dello Stato
Civile la trascrizione della predetta sentenza;
2) ordinare al sig. Y di corrispondere alla sig.ra X , a titolo di contributo per il suo mantenimento,
la somma di € 100,00 o quella maggiore o minore che risulterà in corso di causa, da rivalutarsi
annualmente secondo gli indici ISTAT e da corrispondersi ogni mese con decorrenza dal momento
della domanda.
Con ogni ulteriore provvedimento di legge.
Con condanna al pagamento del compenso, oltre a spese oneri ed accessori”.
Per il resistente:
“All’Ill.mo Tribunale di Parma adito, contrariis reiectis, accogliere le seguenti CONCLUSIONI:
Nel merito; in via principale; una volta esperito il tentativo di conciliazione, accertata l’impossibilità di riconciliazione dei coniugi,
– dichiarare lo scioglimento del matrimonio civile tra il sig. Y e la sig.ra X ;
– dichiarare che nulla sia dovuto a titolo di assegno divorzile dal sig. alla sig.ra X.
Nel merito; in via subordinata; una volta esperito il tentativo di conciliazione, accertata l’impossibilità di riconciliazione dei coniugi,
– dichiarare lo scioglimento del matrimonio civile tra il sig. Y e la sig.ra X ;
– dichiarare che il sig. debba corrispondere a titolo di assegno divorzile la somma di € 50,00 mensili.
Con vittoria di spese, diritti e onorari di causa”.
Pubblico Ministero: Conclude per l’accoglimento del ricorso con i conseguenti provvedimenti di legge.

Fatto e motivi della decisione

X, con ricorso depositato il 28 novembre 2019, ha esposto di aver contratto matrimonio il 5.08.2017 presso il Comune di *** (MO) con Y e che dall’unione non sono nati figli; in data 3.04.2018 i coniugi erano comparsi innanzi al Presidente del Tribunale di Modena in sede di separazione, in tale data gli stessi si erano accordati per la separazione consensuale, omologata da quell’Ufficio con decreto n. 18/4/2018; non essendo ripresa la convivenza ha chiesto pronunciarsi lo scioglimento del matrimonio, con riconoscimento in suo favore di assegno divorzile.
Costituitosi il marito, opponendosi solo a tale ultima istanza, non è però comparso avanti al
Presidente che, con ordinanza resa all’udienza del 10.09.2020, non ha modificato quanto concordato dai coniugi circa il versamento di assegno in favore della moglie, nominando il G.I. avanti al quale, senza espletamento di attività istruttoria le parti hanno precisato le conclusioni, per cui la causa è stata rimessa alla decisione del Collegio.
La domanda sul vincolo è fondata e va, pertanto, accolta.
Risulta infatti dagli atti e documenti di causa che il giorno 3.04.2018 i coniugi comparivano dinanzi al Presidente del Tribunale di Modena per addivenire alla separazione.
Le parti hanno concordemente esposto che la separazione non ha mai subito interruzione ed il
Tribunale, in assenza di prova contraria non ha motivo alcuno per disattendere quanto precisato.
Con l’art. 1 L. 6.5.2015 n. 55 è stato disposto al secondo capoverso della lettera b), del numero 2),
dell’art. 3 della legge 1 dicembre 1970 n. 898 e successive modificazioni, le parole: “tre anni a far
tempo dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura
di separazione personale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale”
sono sostituite dalle seguenti: “dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al
presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di
separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale”.
Nella fattispecie sussiste, pertanto, alla luce della intervenuta modifica legislativa, uno dei requisiti
cui la normativa subordina l’accoglimento della domanda, vale a dire l’intervenuta separazione,
protrattasi ininterrottamente da almeno dodici mesi a far tempo dalla avvenuta comparizione dei
coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale, non è
controversa.
Riguardo alla richiesta di assegno divorzile, come visto, negli accordi separativi era stato previsto
obbligo, in capo all’attuale resistente, della corresponsione di un assegno mensile ex art. 156 c.c. per la moglie pari ad € 100,00 (che, si legge in ricorso, sostanzialmente l’onerato non avrebbe mai
versato).
Ai sensi dell’art. 5, comma 6 L. n. 898 del 1970 “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la
cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi,
delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla
conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.
Ciò posto, l’attribuzione di un assegno di mantenimento in favore della moglie – nella fattispecie di
€ 100 mensili – nel procedimento di separazione consensuale, pur costituendo un indice della
sperequazione dei redditi allora sussistente fra i coniugi, si fonda su presupposti diversi da quelli
sanciti dall’art. 5 cit. atteso che il primo tende(va) ad assicurare il più possibile gli effetti propri del
matrimonio compatibili con la cessazione della convivenza e, dunque, anche il tipo di vita
antecedentemente adottato da ciascuno dei coniugi, indipendentemente dalle capacità e risorse
personali.
La disposizione in esame è stata oggetto di successive interpretazioni della Cassazione, la quale in
un primo momento (SS.UU. n. 11490/1990) in verità ebbe ad affermare il principio di diritto secondo il quale l’assegno divorzile ha carattere esclusivamente assistenziale (dovendo essere negato se richiesto solo sulla base di premesse diverse, quale il contributo personale ed economico dato da un coniuge al patrimonio dell’altro) e il presupposto per la sua concessione sta(va)
nell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi a
conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio “senza cioè che sia
necessario uno stato di bisogno, e rilevando invece l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche, le quali devono essere tendenzialmente ripristinate, per ristabilire un certo equilibrio”.
Con un successivo intervento sul punto, la S. Corte specificava che, in relazione al concetto di
“adeguatezza dei mezzi”, una volta scioltosi il matrimonio, per accertare il diritto all’assegno in
questione, bisognava avere riguardo al fatto che l’ex coniuge non avesse mezzi sufficienti a
garantirgli l’indipendenza o autosufficienza economica e non al parametro della conservazione del
tenore di vita precedente (cfr. Cass. Sez. 1, n. 11504/2017).
In seguito le Sezioni Unite (sent. n. 18287/2018), abbandonati sia ogni automatismo basato sul
pregresso tenore di vita o sull’autosufficienza, quanto la concezione bifasica del procedimento di
determinazione dell’assegno divorzile fondata sulla distinzione fra criteri attributivi e criteri
determinativi, hanno ritenuto che l’assegno divorzile, di natura composita (assistenziale e
perequativa/compensativa) e non meramente assistenziale, vada riconosciuto in applicazione del
principio di solidarietà postconiugale, ispirato ai parametri costituzionali di cui agli artt. 2 e 29
Cost., tenendo conto dei criteri equiordinati previsti dalla prima parte del sesto comma art. 5 cit.,
preferendo a un criterio assoluto e astratto che valorizzi l’adeguatezza o l’inadeguatezza dei mezzi
una visione che propenda per la causa concreta e la contestualizzi nella specifica vicenda familiare, tramite la valorizzazione dell’intera storia coniugale nel suo completo evolversi e la realizzazione una prognosi futura che consideri le condizioni (di età, salute, etc.) dell’avente diritto.
“… In questa prospettiva il giudice, nello stabilire se e in quale misura debba essere riconosciuto
l’assegno divorzile richiesto, è tenuto, una volta comparate le condizioni economico patrimoniali
delle parti e ove riscontri l’inadeguatezza dei mezzi del richiedente e l’impossibilità di procurarseli
per ragioni obbiettive, ad accertare rigorosamente le cause di una simile situazione alla luce dei
parametri indicati dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, prima parte, verificando in particolare
se la sperequazione sia la conseguenza del contributo fornito dal richiedente alla conduzione
familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, con
sacrificio delle proprie aspettative professionali e reddituali, in relazione all’età dello stesso e alla
durata del matrimonio …” (cfr. Cass. Sez. 1, 28/06/2019 n. 17601).
Applicando tale insegnamento alla fattispecie, rileva il Tribunale che se i (limitati) dati reddituali
allegati dalle rispettive difese possono offrire riscontro ad una sperequazione nella situazione
economica di ciascuna parte, identificando nella ricorrente quella debole e se l’età raggiunta depone per una sua non possibilità, attuale, di procurarsi la disponibilità di mezzi adeguati; la necessaria previa valutazione dei parametri (elementi) enunciati nella prima parte del sesto comma – sulla cui sussistenza in verità alcuna prova è stata fornita né la richiedente ha chiesto di fornire – da valutare (anche) in rapporto ad un matrimonio, a ben guardare, durato solo nove mesi, non consente di disporre l’obbligo per l’odierno resistente di somministrare periodicamente un assegno a favore della X.
Riguardo alla disciplina delle spese, le condizioni di vita che hanno indotto quest’ultima ad insistere per il riconoscimento di un assegno pressoché simbolico (€ 100) induce a compensarle
integralmente.

P.Q.M.

Definitivamente, ogni diversa od ulteriore istanza, eccezione o deduzione disattesa, così provvede:
pronuncia lo scioglimento del matrimonio contratto dai coniugi Y MOHAMOUDI e X con rito civile in *** (MO) il 5.08.2017 e trascritto nel Registro Atti di matrimonio di quel Comune al n.***, P.I., dell’anno 2017;
ordina all’Ufficiale di Stato Civile competente di procedere alla annotazione della sentenza e agli
ulteriori incombenti;
dichiara che la moglie perde il cognome del marito che aveva aggiunto al proprio;
respinge la richiesta di assegno divorzile spiegata dalla ricorrente;
dichiara interamente compensate le spese del procedimento


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