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Poliziotto in borghese: ci si può opporre?

8 Giugno 2022
Poliziotto in borghese: ci si può opporre?

Si può essere responsabili di resistenza a pubblico ufficiale se non si obbedisce a un agente in borghese?

Bisogna obbedire a un poliziotto in borghese? La risposta è sì: secondo la giurisprudenza, infatti, gli ufficiali e gli agenti della Polizia di Stato sono considerati in servizio permanente. Ma come può un cittadino comune, poco esperto di queste cose, raggiungere la certezza di avere dinanzi a sé una pubblica autorità a cui prestare rispetto e non invece un impostore o un malintenzionato? Potrebbe non credergli o non essere in grado di distinguere un distintivo vero da uno comprato su Amazon. Ed allora, è tutt’altro che banale chiedersi se ci si può opporre al poliziotto in borghese. 

La questione è stata affrontata dalla giurisprudenza in diverse occasioni e, più di recente, dalla Cassazione [1]. Ecco qual è l’indirizzo sposato dai giudici.

Secondo la legge [2], il personale delle forze armate autorizzato a svolgere il servizio d’istituto in abito civile (in pratica, in borghese), nel momento in cui intima un ordine al cittadino o comunque deve compiere un atto del proprio ufficio deve mostrare, in modo visibile, una placca di riconoscimento ed esibire la tessera ove richiesto. Lo deve fare, lo sottolineiamo ancora una volta, solo quando è in borghese e non quando indossa la divisa.

Una volta stabilito l’obbligo, per il poliziotto in borghese, di identificarsi, il cittadino non può rifiutarsi di obbedire all’ordine impartitogli (a meno che non sia palesemente illegittimo, costituendo un abuso di potere). Diversamente, se per opporsi, pone in essere un comportamento attivo, tale da attentare alla sicurezza degli agenti o dei terzi, risponderà del reato di resistenza a pubblico ufficiale. Non c’è invece resistenza a pubblico ufficiale quando ci si limita ad assumere un comportamento passivo e non collaborativo (si pensi a colui che, per contestazione, si sdraia a terra o si irrigidisce).

Stando a quanto prescritto dall’art. 337 Cod. pen., non sussiste il reato di resistenza a pubblico ufficiale quando gli operanti agiscano in borghese e facciano irruzione senza qualificarsi con modalità concitate e in circostanze tali da non consentire il riconoscimento al soggetto resistente delle proprie qualifiche [3].

Al contrario, c’è resistenza a pubblico ufficiale anche se l’agente veste abiti borghesi e si trova libero dal servizio, ma si qualifica subito.

I Supremi giudici ricordano che gli ufficiali e agenti della polizia di stato sono considerati in servizio permanente nel senso che non cessano dalla loro qualifica di pubblici ufficiali pur se liberi dal servizio, essendo anche in tali circostanze tenuti a esercitare le proprie funzioni. 

In un precedente di qualche anno fa [4], la Cassazione aveva deciso il caso di un poliziotto in tenuta da spiaggia che, pur essendosi tempestivamente qualificato, era stato strattonato e preso a calci dal cittadino a cui si era rivolto. Quest’ultimo è stato così condannato penalmente.  

Anche il tribunale di Napoli ha sposato la medesima interpretazione e, in un precedente del 2018 [5], ha detto che «Non è configurabile il delitto di resistenza a pubblico ufficiale laddove, pur a fronte di una reazione violenta e sprezzante alla richiesta di esibizione di documenti, risulti che l’autore della condotta non si era reso conto di star interagendo con degli appartenenti alle forze dell’ordine, i quali abbiano interloquito in borghese e senza essersi previamente identificati al momento di pretendere l’esibizione dei documenti dal privato cittadino».

Citiamo in ultimo un chiarimento, sempre a firma della Cassazione, secondo cui, per la contestazione del reato di resistenza a pubblico ufficiale non basta una frase offensiva rivolta a un carabiniere se il reo ne ignora la qualifica qualora il militare si presenta in borghese [6].


note

[1] Cass. sent. n. 21778/2022.

[2] Art. 20, D.P.R n. 782/85.

[3] C. App. Perugia, sent. n. 925/2018.

[4] Cass. sent. n. 52005/14.

[5] Trib. Napoli, sent. n. 5389/2018.

[6] Cass. sent. n. 40901/2011.

Autore immagine: depositphotos.com


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