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Cosa succede se vieni licenziato per assenza ingiustificata?

8 Giugno 2022
Cosa succede se vieni licenziato per assenza ingiustificata?

Se non ti presenti al lavoro ti spetta la disoccupazione Naspi? Devi risarcire il danno al datore di lavoro?

Cosa succede se vieni licenziato per assenza ingiustificata? Innanzitutto perdi il posto di lavoro, che non è poco per chi ci tiene. E poi puoi ottenere l’assegno di disoccupazione dall’Inps. Ma non è tutto e non è neanche scontato. Perché, secondo alcuni giudici (tra cui, in passato, anche la stessa Cassazione), l’assenza ingiustificata può essere inquadrata come atto di dimissioni tacito. Il che escluderebbe il diritto a riscuotere qualsiasi ammortizzatore sociale. 

Se ciò che abbiamo detto, concentrato in queste poche righe, può esserti sembrato ostico e poco chiaro, ecco allora alcuni importanti e pratici chiarimenti. Partiremo da quali sono le conseguenze dell’assenza ingiustificata e scopriremo se essa possa dar diritto alla Naspi, ossia il famoso assegno di disoccupazione erogato dall’Istituto di Previdenza. Vedremo infine – cosa non da poco – se per tale comportamento il datore di lavoro possa esigere un risarcimento nei confronti del dipendente che non si è più presentato più in azienda senza dare giustificazioni e comunicazioni. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa succede se vieni licenziato per assenza ingiustificata.

Cos’è l’assenza ingiustificata?

Poiché il codice civile impone al dipendente di comportarsi secondo buona fede e correttezza, ogni sua assenza deve essere prima comunicata al datore di lavoro e motivata. Quando manchino tali due presupposti siamo in presenza di una assenza ingiustificata. 

Di questo argomento abbiamo più volte parlato nelle pagine di questo stesso giornale. Leggi ad esempio Quando è assenza ingiustificata. 

Il punto principale però su cui si è soffermata la giurisprudenza è stabilire se l’assenza ingiustificata possa essere considerato un atto di dimissioni tacite oppure un illecito disciplinare. 

Nel primo caso essa determinerebbe l’automatica risoluzione del rapporto di lavoro; inoltre il dipendente perderebbe il diritto alla Naspi, a meno che non dimostri che l’assenza sia stata determinata da una giusta causa ossia da un grave torto subito dal proprio datore di lavoro (ad esempio: azioni di mobbing, violenze e minacce, mancato pagamento dello stipendio) o da un grave rischio alla propria salute conseguente all’attività lavorativa (ad esempio: l’omessa adozione delle misure di prevenzione e sicurezza sul lavoro).

Nel caso invece in cui l’assenza ingiustificata venga classificata come un normale illecito disciplinare, essa darebbe luogo all’avvio di un procedimento nei confronti del dipendente che, nei casi più gravi (da valutare in base all’intenzionalità della condotta, alla durata della stessa e alla delicatezza delle mansioni del dipendente) può portare anche al licenziamento. 

La differenza tra le due alternative non è di poco conto visto che, in presenza di un licenziamento anche se per giusta causa, il lavoratore prende l’assegno di disoccupazione dall’Inps, mentre – come abbiamo appena visto – non vi ha diritto per le dimissioni. 

Assenza ingiustificata: conseguenze

Ebbene, in giurisprudenza si è spesso posto il dubbio se l’assenza ingiustificata vale come dimissioni.

Secondo la più recente Cassazione, l’assenza ingiustificata non può essere equiparata a un atto di dimissioni, ma piuttosto a un illecito disciplinare. 

Si è anche discusso se il datore di lavoro, piuttosto che licenziare il dipendente, potrebbe semplicemente sospenderlo dal lavoro in attesa che questi rientri. La risposta fornita dalla giurisprudenza è stata, anche in questo caso, positiva. Come dire: «Finché non torni in azienda, non vieni pagato». E qui sarebbe uno “scacco alla regina” visto che il lavoratore non potrebbe perseguire l’intento a cui spesso è rivolta l’assenza ingiustificata: farsi licenziare per prendere la disoccupazione. 

Non è tutto. Se ti stai chiedendo cosa succede se vieni licenziato per assenza ingiustificata, sappi che, secondo la stessa Cassazione [1], puoi anche essere condannato a pagare all’azienda una somma, a titolo di risarcimento dei danni, pari alla tassa di licenziamento versata dal datore all’Inps (il cosiddetto Ticket Naspi): importo che ti sarà decurtato dall’ultima busta paga o dal Tfr. Di tanto abbiamo già parlato nella guida Assenza ingiustificata: cosa rischia il dipendente.

Insomma, se il tuo datore di lavoro non vuol rischiare e, prudentemente, piuttosto che considerare l’assenza ingiustificata come una forma di tacito atto di dimissioni, ti manda una lettera di contestazione e di avvio di procedimento disciplinare, e all’esito di questo ti licenzia, sappi che puoi prendere l’assegno di disoccupazione ma ti potrebbe essere richiesto (non è tuttavia scontato) un risarcimento per la condotta contraria alla buona fede.

C’è poi da dire che, in caso di licenziamento per assenza ingiustificata, non ci si macchierà il curriculum: nessun successivo datore di lavoro lo verrà mai a sapere. Ragion per cui non dovrai neanche preoccuparti di tenere nascosto questo “precedente”.

Assenza ingiustificata equiparata alle dimissioni

In giurisprudenza nulla è certo. Così, quando si è sicuri di un principio perché affermato più volte la stessa Cassazione, ecco che c’è sempre un giudice pronto a smentirlo. Così succede anche in tema di assenza ingiustificata. Di recente infatti il tribunale di Udine ha aderito alla tesi secondo cui l’assenza ingiustificata è equiparabile alle dimissioni. Per cui assentarsi dal lavoro senza fornire alcuna giustificazione, per indurre il proprio datore di lavoro ad adottare un licenziamento per assenza ingiustificata, è da censurare. Si tratta di un’importante pronuncia che intercetta una sorta di prassi che, come già detto, si va sempre più diffondendo, ossia di assentarsi dal lavoro senza comunicazioni e motivazioni per costringere l’azienda a intimare un licenziamento per giusta causa. 

Al fine di evitare tali abusi, che comportano una ricaduta economica sia per il datore (costretto a pagare il Ticket Naspi e, dall’altro lato, a rinunciare al dipendente), sia per le finanze pubbliche (atteso che l’assegno di disoccupazione del lavoratore scansafatiche ricadrà sulla collettività), il comportamento del dipendente che abbandona il posto di lavoro andrebbe quindi inquadrato come atto di dimissioni volontarie e tacite. E ciò a prescindere dal rispetto della procedura di dimissioni telematiche, oggi obbligatoria per legge.   

Si tratta – come cita la pronuncia – di atteggiamenti i quali lasciano presumere che l’intento perseguito sia quello di conseguire illegittimamente l’indennità Naspi, riconosciuta nella sola ipotesi di disoccupazione involontaria e che, pertanto, non viene corrisposta laddove la disoccupazione non sia tale. 

Si ricorda che la normativa sulla formalizzazione delle dimissioni prevede che le dimissioni stesse, nonché la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, debbano essere effettuate, a pena di inefficacia, con modalità esclusivamente telematiche [3]. Tale disposizione, pur ponendo rimedio al fenomeno delle cosiddette “dimissioni in bianco”, presenta tuttavia delle problematicità. La legge infatti disciplina la sola ipotesi di una manifestazione istantanea della volontà risolutiva del lavoratore, rimanendo escluso dal suo campo applicativo il differente caso delle dimissioni implicite per comportamento concludente.

Ma ciò non toglie che, al di là del metodo di comunicazione delle dimissioni, il recesso del lavoratore dal contratto di lavoro possa essere espresso non solo con un atto formale ma anche con un comportamento di fatto da cui emerga l’effettivo volere del soggetto in questione. 

Paradossalmente, una diversa interpretazione imporrebbe al datore di farsi carico dei rischi di un licenziamento che potrebbe comportare un eventuale giudizio in caso di impugnazione da parte del lavoratore, nonché dei costi riferiti al ticket licenziamento. In tale circostanza, invero, ciò che rileva è la carenza di volontà del lavoratore di proseguire nel rapporto di lavoro.


note

[1] Cass. ord. n. 3283/20 dell’11.02.2020. Trib. Udine, sent. n. 106/2020.

[2] Trib. Udine, sent. del 27.05.2022.

[3] Art. 26, Dlgs 151/2015

Autore immagine: depositphotos.com


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