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Il fisco controlla carte e conti correnti dei parenti?

9 Giugno 2022
Il fisco controlla carte e conti correnti dei parenti?

Interposizione fittizia dei conti correnti a familiari e parenti: quando l’Agenzia delle Entrate può estendere l’accertamento fiscale anche ad altre persone. 

Quando il fisco deve fare una verifica a carico di un contribuente controlla innanzitutto il suo conto corrente con tutte le movimentazioni in entrata e in uscita; passa poi al setaccio le spese da questi effettuate nel corso dell’anno per appurare se sono proporzionate al reddito dichiarato; non in ultimo, esamina l’intestazione di beni di lusso come case ed auto. Ecco perché, molto spesso, chi vuol sfuggire agli accertamenti dell’ufficio delle imposte si avvale della “collaborazione” dei familiari a cui intesta beni e rapporti finanziari. Che possibilità c’è però che le verifiche si allarghino anche a tali soggetti? In altri termini, il fisco controlla carte e conti correnti dei parenti?

La questione ha interessato più di una volta Commissioni Tributarie di primo e secondo grado, nonché la Cassazione. La ragione è di facile comprensione: spesso, il “nero” realizzato attraverso la propria attività viene fatto transitare su conti e depositi intestati a familiari, di cui però l’effettivo utilizzatore è solo il contribuente soggetto a verifica. Né, per eludere i controlli, è sufficiente effettuare una cointestazione poiché comunque anche una titolarità al 50% del denaro non preclude all’ufficio delle imposte di estendere le indagini a tali rapporti.  

Ai giudici è stato così più volte chiesto: sono leciti i controlli fiscali sui familiari del contribuente? Ecco le indicazioni fornite dalla giurisprudenza in proposito.

Cos’è l’interposizione fittizia del conto corrente?

Proprio per evitare i controlli sul conto alcune persone ricorrono alla cosiddetta interposizione fittizia: in altre parole, l’intestazione del conto a un’altra persona che funge però solo da «prestanome». Ma se la simulazione dell’intestazione del conto non risulta da nessuna parte, essa si considera frutto di donazione. Quindi, sarà bene mettere per iscritto che, nonostante il titolare formale del conto sia il coniuge o il parente, la proprietà resta sempre in testa al cedente. Un accordo del genere è sicuramente valido da un punto di vista civilistico, ma non costituisce un ostacolo per il fisco che, comunque, potrebbe superare la situazione di apparenza e considerare il denaro di titolarità del contribuente accertato. Difatti, l’Agenzia delle Entrate può sempre, in sede di rettifica o di accertamento, imputare ad un soggetto i redditi di cui altri appaiono titolari se viene dimostrato, anche con presunzioni gravi, precise e concordanti, che egli ne è l’effettivo possessore per interposta persona.

Quando è legittimo estendere i controlli fiscali ai parenti?

Secondo l’indirizzo costante della Cassazione, l’utilizzazione delle risultanze dei conti correnti bancari intestati esclusivamente a soggetti diversi, anche se legati al contribuente da vincoli familiari è legittimo se l’Ufficio dimostra il carattere fittizio dell’intestazione del conto o, comunque, la sostanziale riferibilità al contribuente delle posizioni creditorie e debitorie annotate sul conto medesimo [1].

Come può essere fornita questa prova? Anche con presunzioni (ossia indizi), purché gravi, precise e concordanti. Ad esempio, se il conto corrente su cui transitano grosse cifre di denaro appartiene a un familiare che percepisce una pensione esigua o un reddito incompatibile con tali disponibilità, l’estensione dell’accertamento è legittima. Sicché, l’ufficio delle imposte può imputare tali redditi al soggetto sottoposto ad indagine e sanzionare quest’ultimo, indipendentemente dall’intestazione del conto corrente.  

Si possono estendere le verifiche fiscali a carico dei parenti?

Come ha più volte argomentato la Corte di Cassazione [2], le verifiche fiscali rivolte a dimostrare l’evasione fiscale possono essere condotte anche sui conti bancari intestati al coniuge o ai parenti del contribuente se si dimostra la riferibilità a quest’ultimo di tali rapporti. Tale riferibilità può essere dedotta da elementi sintomatici, quali: 

  • il rapporto di stretta familiarità tra le parti; 
  • l’ingiustificata capacità reddituale dei parenti nel periodo di imposta considerato rispetto ai redditi da questi dichiarati e percepiti;
  • l’esercizio di attività da parte del contribuente sottoposto ad accertamento compatibile con la produzione della maggiore redditività riferita a dette persone.

Viola la privacy il controllo bancario sui conti dei familiari?

Non c’è segreto bancario o privacy che tenga: la Suprema Corte ricorda infatti che il fisco può ben effettuare accertamenti su conti correnti bancari o libretti di deposito intestati a familiari del contribuente, ma solo in presenza di gravi, precisi e concordanti indizi circa la fittizia intestazione di tali conti, utilizzati al medesimo scopo di evasione fiscale [3].

L’accertamento fiscale è legittimo anche se è effettuato su versamenti sospetti che sono relativi ad un conto corrente intestato con un parente; spetta al contribuente dimostrare la natura di ogni movimentazione sospetta contestata dall’Agenzia delle Entrate [4].

Lo stretto rapporto familiare – secondo la Suprema Corte [5] – è sufficiente a giustificare la riferibilità delle operazioni riscontrate sui conti correnti bancari dei parenti all’attività economica del contribuente sottoposto ad accertamento. Se infatti manca la prova di attività economiche svolte dagli intestatari dei conti, tali da giustificare i versamenti e i prelievi su tali stessi conti, si può presumere che il denaro in essi depositato sia di pertinenza dal contribuente in questione. 

Approfondimenti 

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note

[1] Cass. sent. n. 1464 del 27.01.2016.

[2] Cass. sent. 15/01/2020, n. 549.

[3] Cass. sent. n. 10573/2011. 

[4] Cass. sent. n. 18125/2015.

[5] Cass. sent. n. 428/2015.


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