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Bisogna mantenere un figlio laureato?

9 Giugno 2022 | Autore:
Bisogna mantenere un figlio laureato?

Il dovere di mantenimento da parte dei genitori cessa se il giovane adulto munito di un valido titolo di studio non si impegna attivamente per cercare lavoro.

I genitori fanno grossi sforzi per sostenere la crescita dei loro figli, dall’infanzia all’adolescenza e spesso anche oltre. Quando i ragazzi sono già maggiorenni e intendono proseguire gli studi, oppure non trovano un lavoro (e talvolta non si danno neanche da fare per cercarlo), mamma e papà, di solito, continuano a sacrificarsi per mantenerli. Intanto, però, le spese aumentano, perché le esigenze di un giovane adulto sono maggiori di quelle di un bambino. E i costi sono notevoli, soprattutto quando si tratta di studenti universitari fuori sede. Ma quando l’obiettivo è raggiunto, e il neo-dottore ha finalmente conquistato il “pezzo di carta” che dovrebbe dargli un proficuo accesso al mondo del lavoro, bisogna mantenere un figlio laureato? Vediamo.

Obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni

L’obbligo di mantenimento dei figli da parte dei genitori è imposto dall’art. 30 della Costituzione, che sancisce: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli anche se nati fuori dal matrimonio». Il Codice civile specifica che: «Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni». Il contributo economico da fornire ai figli compete ad entrambi in genitori, «in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo».

Questo obbligo di mantenimento dei figli vale, senza eccezioni, dalla nascita fino al raggiungimento della maggiore età. Per i figli divenuti maggiorenni, una norma dettata in tema di separazioni dei coniugi [1] dispone che: «Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico» (che dovrà essere versato direttamente a loro, anziché all’ex coniuge, come avviene nel caso dei figli ancora minorenni).

La contribuzione dei genitori, quindi, diventa eventuale e dipende dal raggiungimento o meno dell’indipendenza economica dei giovani: solo ai figli maggiorenni portatori di handicap grave il mantenimento spetta sempre, come ai minorenni. Tutto ciò significa che l’obbligo dei genitori di mantenere i figli maggiorenni non è automatico, ma deve essere stabilito di volta in volta in base alle situazioni concrete, tranne che nel caso dei disabili.

Mantenimento figli maggiorenni: fino a quando?

Su queste colonne ci siamo già occupati del caso del mantenimento del figlio che non lavora e non studia, e a tal proposito ha fatto scalpore una recente sentenza della Cassazione [2] che ha eliminato l’assegno di mantenimento mensile versato ad una ragazza, ormai trentenne, che aveva interrotto gli studi ed aveva rifiutato numerose offerte di lavoro (che, oltretutto, le aveva procurato il padre).

Ma stavolta le cose sono diverse: qui abbiamo la situazione di un figlio ormai già diventato adulto, che ha completato i propri studi universitari, magari da tempo, e nonostante ciò chiede di essere ancora mantenuto dai genitori. È un “bamboccione”, oppure non è colpa sua se non ha ancora trovato un lavoro stabile, e dunque ha ancora diritto ad essere sostenuto economicamente? Ebbene, non esiste un’età predeterminata oltre la quale l’obbligo di mantenimento dei figli da parte dei genitori cessa. Solo per i figli affetti da handicap grave e riconosciuto nelle forme di legge [3] il mantenimento da parte dei genitori perdura quando la menomazione di cui sono portatori ha ridotto la loro autonomia personale e rende necessario «un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale» [4].

Mantenimento figli adulti: può essere revocato?

La prosecuzione del mantenimento di un figlio che ha raggiunto la maggiore età non è per sempre. Il mantenimento dei figli adulti viene meno non solo quando essi hanno raggiunto l’autosufficienza economica, ma anche quando non l’hanno conseguita per cattiva volontà e scarso impegno nella ricerca di un’occupazione lavorativa adeguata e stabile. È un’applicazione del principio che la giurisprudenza definisce «autoresponsabilità»: questo criterio – come afferma la Corte di Cassazione – «impone al figlio di non abusare del diritto ad essere mantenuto dal genitore oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura» [5].

Tenuto conto delle attuali difficoltà occupazionali e di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, la giurisprudenza più recente colloca tra i 30 ed i 35 anni l’età massima oltre la quale un figlio non deve più essere mantenuto e perciò l’assegno che gli veniva precedentemente riconosciuto può essere revocato. D’altronde, è proprio questa l’età necessaria per il completamento dei cicli di studi anche post-universitari complessi, come le specializzazioni in medicina o nelle professioni legali.

Mantenimento di un figlio laureato: quando cessa?

In applicazione dei criteri che abbiamo esposto, una nuova ordinanza della Corte di Cassazione [6] ha revocato l’assegno di mantenimento di un figlio laureato che non aveva dimostrato «di essersi adoperato effettivamente per rendersi autonomo economicamente, impegnandosi attivamente per trovare un’occupazione in base alle opportunità reali offerte dal mercato del lavoro, se del caso ridimensionando le proprie aspirazioni, senza indugiare nell’attesa di una opportunità lavorativa consona alle proprie ambizioni».

Nel caso deciso dai giudici di piazza Cavour, era emerso che il giovane laureato non si era preoccupato di inviare il suo curriculum alle aziende e non aveva partecipato a concorsi, selezioni o colloqui utili per cercare lavoro: insomma, non aveva fatto nulla per rendersi economicamente indipendente e, pertanto, aveva violato il principio di autoresponsabilità. Questa decisione della Suprema Corte non è isolata: puoi leggere altre pronunce simili nella rassegna “Mantenimento figli maggiorenni: ultime sentenze“.


note

[1] Art. 337 septies Cod. civ.

[2] Cass. ord. n. 16771 del 24.05.2022.

[3] Art. 3 L. n.104/1992.

[4] Cass. sent. n. 21819/2021.

[5] Cass. ord. n. 32406 del 08.11.2021.

[6] Cass. ord. n. 18451 del 08.05.2022.


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