Farsi licenziare per assenza ingiustificata non conviene più

9 Giugno 2022
Farsi licenziare per assenza ingiustificata non conviene più

La prolungata assenza senza spiegazioni del dipendente dal posto di lavoro non può essere ritenuta causa di licenziamento, ma motivo di dimissioni volontarie.

Le nuove generazioni parlano di «ghostare» una persona quando, magari dopo essere usciti un paio di volte ed essersi scambiati qualche messaggio in chat, l’altra persona smette di rispondere e sparisce completamente di punto in bianco, senza alcuna spiegazione.

Incredibile ma vero, questo comportamento può accadere anche nel mondo lavorativo: succede quando un dipendente da un giorno all’altro non si presenta più sul posto di lavoro, senza avvisare, senza motivare o chiarire il perché. Semplicemente scompare con assenza ingiustificata.

Il nostro ordinamento, in questi casi, garantisce al datore di lavoro la possibilità di licenziare il dipendente svanito nel nulla, inquadrando questa ipotesi come, appunto, licenziamento per giusta causa per assenza ingiustificata. E come ogni licenziamento, almeno in linea teorica, il lavoratore lasciato a casa (anche se a casa ci stava già di sua volontà) dovrebbe avere diritto all’assegno di disoccupazione garantito con la Naspi ma, sul punto, la giurisprudenza è divisa. Accade infatti che il fatto di non presentarsi più sul posto di lavoro possa essere una tattica realizzata proprio al solo scopo di farsi licenziare per godere della Naspi (che, in caso di dimissioni volontarie, non spetta).

Il tema è stato recentemente affrontato dal Tribunale del lavoro di Udine, che è andato a intercettare e individuare proprio quella prassi di assenza sistematica dal lavoro volta esclusivamente ad ottenere il licenziamento senza voler dare le dimissioni.

Una tattica, questa, che porta con sé negative conseguenze sia per il datore di lavoro che per l’intera collettività, costretta a pagare al lavoratore un sostegno economico spettante a chi, al contrario, si trova disoccupato per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

Come rilevato nella sentenza, il dipendente non presentandosi più al lavoro senza giustificato motivo rende implicitamente manifesta la sua volontà di non dare più seguito al contratto di lavoro in essere (volendo però godere della Naspi).

Il giudice friulano si è trovato a esaminare il ricorso, presentato da una lavoratrice contro l’azienda che aveva deciso di procedere al suo licenziamento per assenza ingiustificata.

Il problema principale – secondo la ricorrente –  stava nel fatto che il datore aveva comunicato al Centro per l’impiego la risoluzione del rapporto di lavoro indicandolo come «dimissione» e non «licenziamento», non garantendole così l’assegno di disoccupazione. Questo perché, in base alle vigente normativa [1], le dimissioni possono essere presentate esclusivamente online – pena la loro inefficacia – ma non prevedono l’ipotesi di dimissioni implicite per comportamento concludente.

Secondo il Tribunale di Udine la previsione normativa delle dimissioni telematiche genera una quantomeno parziale abrogazione dei principi degli artt. 2118 e 2119 del codice civile, che disciplinano il recesso dal contratto a tempo indeterminato e il recesso per giusta causa. Secondo la lettera del codice, infatti, per recedere dal contratto è sufficiente l’estrinsecazione della volontà di concludere il rapporto lavorativo che emerge dalle effettive azioni del dipendente (ad esempio, non vengo più al lavoro senza spiegazioni perché non voglio più lavorare in questa azienda).

Il giudice, proprio con l’intento di tutelare il datore di lavoro e garantire che dimissioni volontarie non vengano camuffate da un obbligato licenziamento (per giusta causa), cita la legge delega 183/2014 relativa al Jobs Act, che prevedeva la «necessità di assicurare la certezza della cessazione del rapporto nel caso di comportamento concludente in tal senso della lavoratrice o del lavoratore». Un’ipotesi che, però, non è contemplata nella normativa che disciplina le dimissioni telematiche, ma che secondo il Tribunale merita invece di essere garantita.

In base a tutte queste considerazioni viene così affermata la sussistenza delle dimissioni di fatto nel caso di assenza ingiustificata prolungata.


note

[1] D. Lgs. N. 151/2015, art. 26


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