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Conto cointestato: non è una donazione e non va diviso a metà

15 Ottobre 2014
Conto cointestato: non è una donazione e non va diviso a metà

La contitolarità dà luogo all’inversione dell’onere della prova, che può essere fornita anche con presunzioni.

Non è detto che, se il conto corrente è cointestato, anche le somme ivi inserite si devono ritenere di proprietà al 50% tra i due cointestatari. La questione, che ha aperto un acceso dibattito in passato tra i giuristi, è stata finalmente chiarita da una sentenza della Cassazione [1].

Ecco la sintesi della sentenza. Se un conto corrente bancario è cointestato le giacenze che vi sono depositate si presumono appartenere ai cointestatari in quote uguali; ma si tratta però di una presunzione contro la quale può essere fornita una prova contraria, per dimostrare che in realtà le cose stanno in modo diverso e che le giacenze, in realtà, sono di proprietà di uno solo dei correntisti. La corte precisa, peraltro, che non c’è neanche bisogno di una vera e propria prova, ma la dimostrazione dell’esclusività della titolarità dei soldi depositati può essere data con presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti.

Una prova evidente della non contitolarità delle giacenze esistenti sul conto cointestato è, ad esempio, quella che può essere offerta nel caso in cui uno solo dei cointestatari abbia provveduto ad alimentare il conto corrente con proprio versamenti, come quelli provenienti dall’Inps per la pensione o dal datore di lavoro per il reddito mensile. Ancora, una presunzione grave, precisa e concordante di non titolarità si può avere nel caso nel quale uno dei cointestatari sia privo di redditi e non abbia mai avuto un proprio patrimonio.

La vicenda

Due coniugi erano cointestatari di un conto sul quale, però, erano confluiti solo i redditi provenienti dall’attività lavorativa dell’uomo. La moglie aveva rivendicato la proprietà al 50% delle somme depositate, ma i giudici le hanno dato torto.

La sentenza

Secondo la Corte, il semplice fatto che il conto corrente sia cointestato non costituisce circostanza idonea a far nascere, di per sé, una donazione,tra i cointestatari, del 50% di tutte le somme depositate. Del resto, il contratto di donazione – salvo se di modico valore – va stipulato davanti al notaio con atto pubblico e, inoltre, presuppone la consapevolezza di conferire ad altri un vantaggio patrimoniale senza che il donante vi sia costretto.

Nel caso di specie, invece, era risultato pacifico che la volontà del marito non era quella di beneficiare la moglie in misura del 50% degli importi che solo lui versava sul conto di entrambi. Infatti, la cointestazione del conto era stata effettuata al solo scopo di permettere alla moglie di avere una delega a operare sul conto per far fronte ai bisogni della famiglia.

Per la Cassazione, dunque, in casi simili la cointestazione del conto corrente non configura una donazione. La cointestazione di un conto, attribuendo agli intestatari la qualità di creditori o di debitori solidali dei saldi del conto sia nei confronti dei terzi, nei rapporti interni, fa ben presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto, ma tale presunzione dà luogo solo a un’inversione dell’onere della prova, che può peraltro essere data attraverso presunzioni semplici purché gravi, precise e concordanti.


Se il cointestatario del conto corrente rivendichi la proprietà del 50% delle somme depositate in banca, l’altro cointestatario può fornire la prova del contrario di ciò, anche con semplici presunzioni, come per esempio gli estratti conto in cui figurano versamenti effettuati solo da questi, per redditi propri, come la pensione o il salario da lavoro dipendente.

note

[1] Cass. sent. n. 809/2014.


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