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Diseredazione figlia: è legittima?

18 Giugno 2022
Diseredazione figlia: è legittima?

Ho cattivi rapporti con una delle mie due figlie e vorrei destinare la mia eredità all’altra. So che posso solo disporre di un terzo nel testamento. Mi è stato allora consigliato di donare la mia casa e il mio negozio alla figlia, tenendomi l’usufrutto, e fare un investimento monetario di cui Lei solo sarà beneficiaria. È fattibile?

Partiamo dal principio, già a Sua conoscenza: non è possibile escludere un figlio dalla propria eredità, tranne nei casi di diseredazione, istituto oggi molto discusso in giurisprudenza.

Ad esempio, «la Suprema Corte di cassazione, con una netta inversione rispetto al pregresso orientamento, ha affermato la validità della clausola di diseredazione meramente negativa inserita in un testamento, in forza della quale il testatore manifesta la propria volontà di escludere dalla propria successione uno o più eredi legittimi non legittimari, senza che la stessa sia accompagnata da disposizioni attributive a favore di altri soggetti» (Cassazione civile, sez. II, 25/05/2012, n. 8352).

Tuttavia, orientamento che, ancora oggi, resta granitico considera l’istituto della diseredazione come applicabile in tutti i casi in cui non coinvolga i legittimari, com’è nel caso dei figli.

Per tali ragioni, inserire una tale clausola all’interno del testamento, sia olografo che pubblico, potrebbe essere rischioso, in quanto porterebbe il figlio pretermesso ad adire il tribunale alla Sua morte per lesione della quota legittima.

Detto ciò, nella consapevolezza che escludere totalmente un figlio è legalmente improbabile, i consigli che Le hanno riferito sono parzialmente validi, in quanto la successiva rinuncia all’eredità non comprime il diritto dell’erede pretermesso di ottenere una sentenza di lesione della legittima, tramite l’istituto della riunione fittizia di tutti i beni donati in vita dal de cuius.

Nella consapevolezza che qualsiasi soluzione possa ridurre, ma non eliminare, la possibilità della figlia esclusa di rivendicare l’eredità, mi permetto di indicarLe delle correzioni a quella soluzione.

Prima di tutto, eviterei di procedere con donazioni, ma effettuerei delle compravendite simulate, dove, in sostanza, si fa trapelare una movimentazione di denaro che, pian piano, torna al mittente sotto forma di regalie e/o trasferimenti in denaro contante.

In questo modo, sarà ancora più difficile per la figlia pretermessa rivendicare qualcosa, in quanto dovrà provare la simulazione dell’atto.

Con riguardo all’investimento monetario, occorre stare attenti in quanto alcune formule di investimento, seppur con beneficiario terzo, non permettono comunque alle somme coinvolte di essere tirate fuori dall’eredità.

Una formula che certamente è praticabile è quella dell’assicurazione sulla vita.

In questi contratti, il beneficiario designato acquista, ex art. 1920 c.c., comma 3, un “diritto proprio” (ai vantaggi dell’assicurazione) di natura contrattuale che non entra a far parte del patrimonio ereditario del soggetto stipulante.

Ciò significa che la designazione di terzi beneficiari, mediante il riferimento agli eredi legittimi o testamentari, non equivale ad assoggettare il rapporto contrattuale alla disciplina codicistica in materia di successioni, trattandosi di una mera indicazione del criterio per l’individuazione dei beneficiari medesimi, in funzione dalla loro astratta appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto (Corte appello L’Aquila, sez. I, 17/06/2020, n. 837).

In conclusione, potrebbe essere utile:

  • con riguardo ai beni immobili, effettuare delle compravendite simulate e far rientrare il denaro contante per altra via, non tracciabile;
  • con riguardo al denaro, oggi in Suo possesso, spogliarsi pian piano delle somme, con dei ripetuti prelievi;
  • stipulare un contratto di assicurazione sulla vita in favore della figlia individuata come unica erede.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla



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