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Il datore può obbligare il dipendente part-time a passare a tempo pieno

15 Ottobre 2014
Il datore può obbligare il dipendente part-time a passare a tempo pieno

In Italia è legittima la norma, in base all’accordo quadro Ue, che consente all’amministrazione di rivedere i vecchi provvedimenti con i quali ha concesso l’orario parziale.

In Italia, ogni datore di lavoro può obbligare il proprio dipendente part-time a tornare a tempo pieno: la conversione del contratto può essere effettuata anche senza l’accordo del lavoratore. Ciò non viola l’accordo quadro Ue.

È questo il frutto di una importante sentenza della Corte di Giustizia Europea pubblicata poche ore fa [1]. Dunque, è compatibile con le norme dell’U.E. [2] il nostro collegato lavoro [3] che consente al datore di imporre ai dipendenti part-time a passare full-time.

Da oggi in poi, quindi, potrà essere applicata, senza problemi di sorta, la nostra legge [3] che consente a tutte le amministrazioni pubbliche di sottoporre a nuova valutazione i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale già adottati. Il tutto entro centottanta giorni dall’entrata in vigore del collegato lavoro e nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede.

Il dipendente, dunque, non potrà rifiutarsi, senza un giustificato motivo, a meno che non voglia perdere il proprio lavoro.

Non vale però il contrario. Nel caso in cui un lavoratore veda il proprio contratto di lavoro a tempo pieno trasformato in un contratto a tempo parziale contro la sua volontà è una situazione del tutto diversa, che non discrimina le due categorie di lavoratori (part-time e full-time), posto che la riduzione del tempo di lavoro non comporta le stesse conseguenze del suo aumento, in particolare a livello di remunerazione.

La vicenda

Una funzionaria del ministero della Giustizia, titolare di un contratto di lavoro a tempo parziale verticale, si è vista trasformare il regime d’orario a tempo pieno – e senza il proprio consenso – dopo l’approvazione della legge 183/2010 (il cosiddetto collegato lavoro), che all’articolo 16 ha ammesso la possibilità per le pubbliche amministrazioni di cambiare unilateralmente il regime di orario dei dipendenti in part time. La dipendente si è opposta, sostenendo che la normativa italiana andrebbe in contrasto con la direttiva comunitaria 97/81, la quale sancirebbe un principio secondo cui il lavoratore non può vedere trasformato il suo contratto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno contro la propria volontà.


È legittima la norma italiana che consente alle pubbliche amministrazioni di trasformare il contratto da part time a tempio pieno anche senza il consenso del dipendente.

Non esiste alcun obbligo per gli Stati membri di adottare una normativa che subordini al consenso del lavoratore la trasformazione del suo contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno. La regola è volta unicamente ad escludere che l’opposizione di un lavoratore a una simile trasformazione del proprio contratto di lavoro possa costituire l’unico motivo del suo licenziamento, in assenza di altre ragioni obiettive. Sulla base di questa normativa, quindi, uno Stato membro può legittimamente consentire al datore di lavoro di disporre, per ragioni obiettive, la trasformazione del contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno senza il consenso del lavoratore.

note

[1] C. Giust. UE, causa C-221/13 del 15.10.2014.

[2] Direttiva 97/81/CE.

[3] L. 183/2010.

Autore immagine: 123rf com


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