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Revoca della donazione al figlio che si disinteressa dei genitori

13 Giugno 2022
Revoca della donazione al figlio che si disinteressa dei genitori

Nessuna revoca della donazione per ingratitudine se non vi è prova che il figlio non si è occupato del padre.

Un genitore che intesti al figlio una casa o gli regali dei soldi, ricevendo in cambio solo indifferenza e ingratitudine, potrebbe chiedere, in un momento successivo, la restituzione dei propri beni? 

La revoca della donazione al figlio che si disinteressa dei genitori, che non si prende cura del padre, che non assiste la madre disabile, che insomma è del tutto indifferente alle esigenze tipiche della terza età, è un’ipotesi assai ricorrente nelle controversie giudiziali tra familiari. 

A spiegare cosa potrebbe succedere in tali casi è una recente sentenza della Corte d’Appello di L’Aquila [1]. I giudici di secondo grado hanno chiarito i presupposti della revoca della donazione per ingratitudine del beneficiario (il cosiddetto donatario). 

Ecco quali sono gli aspetti pratici da sapere prima di agire per ottenere la restituzione di quanto regalato al figlio che non si preoccupa dei genitori.  

Si può revocare la donazione?

La donazione è un atto di per sé irrevocabile. Chi regala un immobile o una somma di denaro oppure rinuncia a un proprio credito non può più tornare sui propri passi.

Tuttavia, la revoca della donazione è consentita solo in presenza di tre ipotesi:

  • il mutuo dissenso;
  • l’ingratitudine del donatario;
  • la sopravvenienza di figli del donante.

Il “mutuo dissenso” ricorre quando c’è la volontà sia del donante che del donatario di revocare la donazione. Donante e donatario, in pratica, decidono di risolvere retroattivamente il contratto in modo che il bene donato ritorni nella piena titolarità del donante. È preferibile che tale risoluzione avvenga tramite un contratto redatto nelle medesime forme previste per la donazione.

La sopravvenienza dei figli ricorre quando il donante, dopo aver effettuato la donazione, ha un nuovo figlio oppure viene a sapere dell’esistenza di un figlio di cui ancora non conoscenza la nascita.

Il concetto di ingratitudine, infine, non coincide con il significato che, comunemente, gli si attribuisce. Per la legge, la revoca della donazione per ingratitudine ricorre quando il donatario:

  • ha compiuto atti o tenuto comportamenti che coincidono con i casi di indegnità a succedere (si tratta del compimento di reati particolarmente gravi. Per l’elenco leggi L’indegnità a succedere: quando?);
  • si è reso colpevole di ingiuria grave nei confronti del donante;
  • ha dolosamente provocato un grave danno al patrimonio del donante;
  • ha rifiutato indebitamente di corrispondergli gli alimenti in caso di grave stato di bisogno economico del donante, dovuto a un’infermità tale da comprometterne totalmente o parzialmente la capacità di lavoro. 

Cosa si intende per ingiuria grave?

L’ingiuria grave del donatario verso il donante è la principale ipotesi di ingratitudine.

Essa consiste innanzitutto in un’offesa all’onore e al decoro della persona. Ma ciò non basta. Deve essere manifestato un sentimento di: 

  • disistima delle qualità morali del donante;
  • avversione durevole, profonda e radicata  nei confronti del donante;
  • mancanza di rispetto della dignità del donante. 

Tale comportamento deve quindi contrastare con il senso di riconoscenza che, secondo la coscienza comune, dovrebbe invece improntare l’atteggiamento del donatario.

Il comportamento deve essere esteriorizzato: deve cioè essere reso palese ai terzi.

Esempio di ingiuria grave è la richiesta di interdizione del donante quando il donatario è consapevole della piena capacità di intendere e di volere del donante stesso e l’unico scopo sia quello di danneggiarlo.

Centrale, al fine di giustificare la revocabilità della donazione per ingiuria, risulta essere l’indagine, affidata al giudice, circa l’entità dell’offesa arrecata all’onore ed al decoro del donante: soltanto quando si manifesta con particolare gravità, infatti, giustifica la potenziale revoca della donazione.

La Cassazione ha più volte sottolineato come la gravità dell’ingiuria non vada stimata soltanto dal punto di vista dell’entità del fatto, ma principalmente come manifestazione di un particolare sentimento di avversione del donatario nei confronti di chi lo ha beneficiato che esprima quella ingratitudine che ripugna alla coscienza comune. 

Cosa si intende con pregiudizio grave al patrimonio del donante?

Si parla invece di pregiudizio grave al patrimonio del donante quando la condotta del donatario si traduce in un malvagio – inteso come doloso e quindi intenzionale – proponimento di danneggiare così da comportare un pregiudizio economico a carico del donante.

Figlio si disinteressa del padre: si può revocare la donazione?

Più volte, la Cassazione ha escluso che il disinteresse del figlio verso il genitore possa configurare una forma di ingiuria grave. Secondo una sentenza del 2011 [2], il rifiuto e l’indisponibilità ad assistere il donante e curare le sue esigenze, lasciandolo così in una situazione di abbandono e solitudine, non possono dar luogo a revoca della donazione. E così anche la mancata cura e assistenza in occasione della malattia del donante [3].

In ultima istanza, il fatto che il figlio si disinteressi del genitore potrebbe essere causa di revoca della donazione qualora determini un grave pregiudizio al patrimonio di quest’ultimo. Ma di ciò bisogna fornire una rigorosa prova in processo. Una sentenza del tribunale di Roma [4] ha escluso tale presupposto in caso di indebita sottrazione al padre donante di alcuni oggetti preziosi se manca la consapevolezza e la volontà di danneggiare il patrimonio del donante. 


note

[1] C. App. di L’Aquila sent. n. 645/2022.

[2] Cass. 10 novembre 2011 n. 23545, Trib. Trento 22 settembre 2014.

[3] Trib. Napoli sent. del 21.06.2004.

[4] Trib. Roma 8 marzo 2008

Autore immagine: depositphotos.com

CORTE D’APPELLO DI L’AQUILA

composta dai Signori magistrati:
– Dott.ssa Carla Ciofani – Presidente;
– Dott. Andrea Dell’Orso – Consigliere
– Avv. Giancarlo Penzavalli – Giudice Ausiliario ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado d’appello iscritta al n. …/2019 R.G., trattenuta in decisione all’udienza del 21 dicembre 2021, e vertente

TRA

– L.G. (cf (…)), L.A. (cf (…)), L.A. (cf (…)), L.T. (cf (…)) rappresentati e difesi dall’avv. …del foro di Pescara ed ivi elettivamente domiciliati presso il suo studio giusta procura in atti;

APPELLANTI

E

– L.P. (cf (…)) rappresentato e difeso dall’avv. …del foro di Pescara ed ivi elettivamente domiciliato presso il suo studio giusta procura in atti;

APPELLATO

OGGETTO: appello alla sentenza n. …/19 del Tribunale di Pescara in tema di restituzione somme e revocazione donazione.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1.L.B., per il tramite del proprio amministratore di sostegno, nominato, all’epoca, nella persona della figlia A., ha evocato in giudizio, dinanzi al Tribunale di Pescara l’altro figlio P. per sentire accertare (con conseguente obbligo di restituzione) l’appropriazione, ad opera di questi, della somma di € 29.045,00 nonché per sentire dichiarare la revocazione della donazione del 29 novembre 2004 unitamente al pagamento, a titolo di frutti civili, ritratti dall’immobile oggetto della liberalità, dell’importo di € 400,00 al mese.

A sostegno della domanda, l’attore ha in estrema sintesi dedotto:

– S. all’anno 2008, i propri risparmi, costituiti essenzialmente dalla pensione, sono stati riversati su un conto cointestato con l’altra figlia A.;

– A partire dal 2008, il saldo (in attivo) è stato accreditato su un diverso rapporto, questa volta cointestato con il figlio P.;

– Questi ha effettuato prelievi, sino al 2011 (quando il padre è stato ricoverato in una struttura per anziani) pari all’ammontare dell’intera pensione trattenendo, per finalità personali l’eccedenza di €

400/500 invece destinata a far fronte ai bisogni essenziali del proprio genitore ed ha utilizzato, nell’anno 2010, il suddetto denaro anche per l’acquisto di una motocicletta di grossa cilindrata;

Il convenuto, nel costituirsi in giudizio, ha eccepito, preliminarmente, la prescrizione dell’azione finalizzata alla revocazione della donazione, mentre con riguardo al denaro ha specificato di averlo destinato per le spese di vitto ed utenze domestiche del genitore perlomeno sino al 2011 quando vi è stato il ricovero nella Casa di Cura (cfr pag 7 della comparsa).

Nelle more, a seguito del decesso dell’attore, vi è stata la costituzione degli altri figli, nella loro qualità di eredi del defunto padre, riproponendo integralmente le medesime argomentazioni svolte nel libello introduttivo del giudizio.

Istruita la causa mediante l’espletamento delle prove orali (interpello del convenuto e escussione dei testimoni), il Tribunale di Pescara ha rigettato le domande attoree con conseguente condanna anche alla rifusione delle spese di lite.

I passaggi salienti dell’apparato motivazionale della pronunzia di primo grado possono di seguito essere così sintetizzati:

– Le deposizioni dei testi escussi non hanno permesso di acquisire la pienezza della prova relativa all’appropriazione da parte di P.L. del denaro costituente la pensione mensile del padre;

– È risultato, difatti, che al di là dell’utilizzo del denaro per il pagamento di spese per utenze e per il vitto, L.B. abbia disposto in assoluta autonomia della restante parte della pensione;

– Quando poi, vi è stato il ricovero presso la casa di riposo, P. ha provveduto a destinare la pensione per il pagamento della retta mensile e poiché, in alcuni casi, tale importo non era neanche sufficiente, lo stesso ha provveduto pure ad integrare con la corresponsione di ulteriore denaro;

– Una tale eventualità, secondo il tribunale, avrebbe compensato la percezione da parte del convenuto in primo grado di quanto dallo stesso trattenuto dalla pensione del genitore in passato;

– Per tali ragioni, deve quindi escludersi la sussistenza dei requisiti per l’accoglimento delle restanti domande, prima fra tutte quella di revocazione della domanda così ritenuta infondata nel merito senza alcun preventivo vaglio sulla questione in punto di prescrizione;

La decisione del tribunale adriatico è stata tempestivamente impugnata dagli eredi del defunto L.B. attraverso l’articolazione di cinque motivi.

La prima doglianza ha riguardato l’illegittima ammissione dei mezzi di prova articolati dalla controparte su fatti e circostanze di contro non tempestivamente ed opportunamente contestate al momento della sua costituzione in giudizio.

Con il secondo motivo, invece, gli appellanti hanno lamentato l’omessa e comunque parziale valutazione del materiale probatorio trascurando, come di contro avrebbe dovuto essere, una serie di ulteriori circostanze fattuali (quali denunzia querela sporta da B. nei confronti del figlio P., le ragioni sottese alla donazione).

Il terzo profilo di censura ha specificamente interessato l’acquisto (non contestato) da parte di L.P., nell’anno 2010, di una moto per un importo di circa € 6.000,00 mediante l’utilizzo del denaro proveniente dalla pensione del padre.

Con il quarto motivo i L. hanno sollevato rilievi sul meccanismo della compensazione conseguente ai pagamenti effettuati dal germano nel periodo del ricovero presso la casa di cura dovendosi essi intendere alla stregua di obbligazione naturale.

L’ultima censura ha riguardato il rigetto della revocazione della donazione.

L.P. ha resistito al gravame reiterando altresì la questione pregiudiziale in punto di prescrizione della revocazione.

Rigettata l’istanza di inibitoria, il giudizio di appello è stato istruito mediante l’acquisizione delle produzioni documentali e del fascicolo d’ufficio del primo grado.

All’esito dell’udienza del 21 dicembre 2021, celebrata secondo le modalità della trattazione scritta, fatte precisare le conclusioni, la causa, giusta ordinanza riservata del 22 dicembre 2021, è stata trattenuta in decisione con concessione del doppio termine di cui all’art. 190 c.p.c..

2.In assenza di questioni preliminari, la controversia ben può essere delibata nel merito. L’appello è infondato e di conseguenza deve essere rigettato per le ragioni di seguito illustrate.

Ai soli fini di un corretto inquadramento sistematico della vicenda, e prima ancora di procedere alla disamina dei singoli motivi di gravame, deve osservarsi quanto segue.

Nell’anno 2004, L.B. ha donato al figlio P. un appartamento con relativo locale ad uso garage sito in P. ed identificato in catasto al fg (…) p.lle (…) e (…) con la specificazione che la liberalità sarebbe gravata sulla legittima e per l’eventuale superamento sulla disponibile con dispensa dalla collazione.

Seppur non presente in atti, nell’anno 2005 è stata sottoscritta tra le medesime parti una scrittura privata con la quale P. ha assunto l’obbligazione, a titolo di remunerazione della donazione, di prendersi cura dell’anziano padre.

Questi, sino all’anno 2008, aveva intestato, unitamente alla figlia A., un conto presso P.I. che, al momento della sua estinzione, presentava un saldo positivo pari a circa € 6.000,00 transitato nel nuovo rapporto cointestato con P.L..

Non è in contestazione che in effetti, nell’arco di tempo compreso dal 2008 al 2011, L.P. ha effettuato prelievi in gran parte corrispondenti all’ammontare della pensione, mentre in concomitanza con il ricovero del padre presso la struttura … di S.V. in A.C. (PE) tale importo è stato destinato a coprire le spese per la retta.

Nell’anno 2010, invece, è certo che L.P. ha acquistato un motociclo del valore (come da certificazione PRA) di € 9.300,00.

3.1. Il primo motivo, come peraltro già anticipato, involge la disamina della questione, rilevante in punto di rito, dell’ammissione dei capitoli di prova articolati nella seconda memoria ex art. 183 comma VI c. da L.P. perché relativi a circostanze in fatto non oggetto di specifica contestazione.

L’assunto non coglie nel segno e di conseguenza deve essere disatteso in quanto:

– Nel libello introduttivo del giudizio, a sostegno della tesi dell’avvenuta appropriazione del denaro ad opera del figlio P., L.B. (e per lui l’amministratore di sostegno) ha dedotto che nel periodo in cui la gestione della pensione (che parrebbe rappresentare l’unico introito economico di cui il defunto

disponeva) era effettuata con la figlia A., il denaro necessario per far fronte ai propri bisogni essenziali era pari ad € 400/500 mensili sicchè la restante parte della pensione restava sul conto per essere utilizzata in casi di ulteriore bisogno;

– P.L., nella comparsa di costituzione, ha ammesso che le somme prelevate dal libretto postale “sono servite unicamente per far fronte alle esigenze quotidiane del sig. L.B., quali spese per vitto e spese per le utenze domestiche e successivamente al 2011 per il pagamento della retta della C.D.C. Pertanto, considerato che parte attrice non ha fornito alcuna dimostrazione del pregiudizio economico arrecato, questa difesa ritiene che la domanda debba essere rigettata” (cfr pagg. 7-8 dell’atto);

– Vi è stata dunque contestazione della ricostruzione operata dall’originario attore ed i capitoli di prova ammessi nell’ordinanza del 2 luglio 2014 (vale a dire il 2,7,8,9,10,11 della seconda memoria ex art. 183 comma VI c.p.c.) hanno riguardato proprio l’utilizzo del denaro (capitolo 2) anche mediante elargizioni in favore di C.D. (capitolo 7) e le modalità di reperimento della provvista necessaria all’acquisto del motociclo (capitolo 8);

– L’assunto sostenuto nell’atto di citazione relativo all’impiego mensile sino al 2008 di una somma minima rispetto al totale della pensione, non ha poi trovato adeguato riscontro. Le movimentazioni, a partire dal mese di marzo 1999 (prodotte dagli odierni appellanti), difatti, hanno evidenziato che a stretto giro dall’accredito della pensione (riportata nella voce “avere”) vi sono stati prelievi di denaro che in taluni casi hanno riguardato somme inferiori, ma che in altri (e numericamente anche più soventi) casi hanno interessato importi del tutto identici se non addirittura superiori;

– Il dato però decisivo deve cogliersi nel fatto che per giurisprudenza costante “L’ordinanza istruttoria relativa all’ammissione di una prova è provvedimento tipicamente ordinatorio, con funzione strumentale e preparatoria rispetto alla futura definizione della controversia, privo come tale di qualunque efficacia decisoria e quindi insuscettibile di impugnazione davanti al giudice superiore, e tanto meno di ricorso per cassazione” (cfr Cass Civ, Sez III, 30.9.2008 n. 24321);

Sulla scorta, quindi, delle considerazioni sin qui esposte, il motivo deve essere rigettato.

3.2. A non diverse conclusioni deve pervenirsi anche con riguardo al secondo profilo di censura.

Le doglianze degli appellanti si sono appuntate sul fatto che la decisione del primo giudice non ha correttamente interpretato le risultanze delle prove omettendo, per converso, di valutare adeguatamente ulteriori circostanze emerse nel corso dell’istruttoria quali il contenuto dell’interrogatorio formale di L.P., la querela sporta dal padre nei suoi confronti, il sostanziale inadempimento all’obbligazione assunta di prendersi cura del genitore ed in ultimo il fatto che la somma massima necessaria per soddisfare i bisogni mensili dell’anziano fosse pari ad € 400/500 (cfr pagg 14-15 dell’atto di appello).

A quanto già esposto nelle pagine che precedono, è sufficiente aggiungere che ai fini del proprio convincimento il giudice di prime cure ha argomentato sul tenore delle deposizioni rese da alcuni dei testi escussi (ed in particolare di quelli- ….- non legati, al fine di superare l’indispensabile vaglio critico in punto di attendibilità, da particolari vincoli con le parti) nonché sul fatto che anche dopo il ricovero presso la casa di cura è stato …ad occuparsi del padre.

Si tratta, pertanto, di porre attenzione alle risultanze del compendio probatorio da cui, in estrema sintesi, è risultato che:

– In sede di interpello (cfr verbale udienza del 24 novembre 2014), l’odierno appellato, senza quindi rendere alcuna dichiarazione dal contenuto confessorio, ha ammesso di aver operato sul conto cointestato (a firma disgiunta) con il padre e sul quale andavano a confluire unicamente la pensione e l’indennità di accompagnamento aggiungendo di aver provveduto al prelievo delle somme come gli veniva richiesto consegnandole direttamente a mani del padre;

– Tra i testi addotti dagli appellanti soltanto D.F. e D.B.R., coniugi di T. e G.L., hanno (rispettivamente alle udienze del 19 giugno 2015 e del 9 marzo 2016) confermato che sino all’anno 2008, i fabbisogni del suocero potevano essere agevolmente soddisfatti mediante una somma oscillante tra gli € 400 e 500 mensili e pertanto di gran lunga inferiore rispetto all’ammontare, a partire perlomeno da tale momento, della pensione (comprensiva anche di quella di invalidità) percepita mensilmente da L.B.;

– Un altro testimone che ha confermato la prospettazione dei fratelli L. è stato lo zio A. (fratello di B.) il quale in effetti all’udienza del 23 ottobre 2015 ha dichiarato (rispondendo al capitolo sub c) della seconda memoria del seguente tenore “Vero che solo nel marzo 2013,…l’attore ha avuto modo di scoprire che il proprio figlio L.P. si era appropriato di ingenti somme di denaro prelevate dal libretto…..?) “Confermo la circostanza perché riferito da mio fratello telefonicamente”;

– La sentenza di primo grado al contrario ha fatto riferimento alle deposizioni di tre testimoni indifferenti alle parti e quindi da considerare maggiormente attendibili e comunque utili per operare il necessario riscontro della versione fornita dai prossimi congiunti (la moglie e soprattutto le figlie) di L.P.;

– Di tali deposizioni, senza dubbio significative risultano quelle rese da C.D. che ha confermato che P.L., delegato a riscuotere la pensione del padre “provvedeva a fare la spese ed a pagare le bollette delle utenze” (cfr pag. 10 della sentenza impugnata) aggiungendo di aver ricevuto per mano direttamente del sig. B., somme (anche se non elevate) di denaro per alcuni servizi resi;

– Parimenti significativa, attesa la sua indiscutibile attendibilità, deve poi ritenersi anche la testimonianza del P.A. il quale ha confermato che la retta mensile per il soggiorno di B.L. presso la struttura di S.V. era corrisposta dal figlio P.;

– Non può, invece, attribuirsi (diversamente da quanto operato dal primo giudice) particolare rilevanza alla deposizione del D.B.C. poiché essa ha fatto riferimento alla consegna del denaro a mani di L.B. nel periodo 2012-2014 quando però risulta altrettanto certo che lo stesso fosse ospite di una casa di cura e che per tale ragione la pensione doveva servire essenzialmente al pagamento della retta mensile;

Dalla disamina del materiale probatorio possono allora trarsi le seguenti considerazioni conclusive.

A seguito delle proprie precarie condizioni di salute ed in particolare della conclamata difficoltà a deambulare, a P.L., mediante la cointestazione di un conto postale (come peraltro accaduto già in precedenza con l’altra figlia A.), è stata riconosciuta la facoltà di ritirare la pensione mensile del padre B..

La verifica delle movimentazioni operate sul suddetto rapporto ha permesso di accertare che anche dal 1999 al giugno 2008 l’importo della pensione è stato in gran parte ritirato.

La circostanza che L.P. abbia provveduto all’acquisto di generi alimentari per il padre oppure al pagamento delle varie utenze domestiche non esclude che il sig. B. abbia comunque avuto la disponibilità delle residue somme di denaro con cui ha in effetti eseguito ulteriori pagamenti (in favore della C. in particolare).

In concomitanza con l’ingresso presso la casa di riposo, nella sua totalità l’ammontare della pensione è stato utilizzato al pagamento della retta ed anzi in alcuni casi, come riferito dal teste…, sono stati i figli a dover intervenire per far fronte ad ulteriori spese.

Le deposizioni testimoniali di D.F. e di D.B. non possono pertanto ritenersi sufficienti ai fini di un diverso inquadramento dei fatti.

Men che meno rilevante si appalesa anche la testimonianza di L.A. il quale in effetti ha riferito in ordine a circostanze de relato actoris.

Non può inficiare la soluzione a cui è pervenuto il primo giudice l’ulteriore fatto che L.B. ha sporto querela nei confronti del figlio P. in quanto, al di là dell’esito del procedimento (archiviato operando la speciale scriminante disciplinata dall’art. 649 cod pen), l’iniziativa in sede penale, così come anche quella in ambito civile sfociata nel presente giudizio, è stata nella sostanza assunta dal nominato amministratore di sostegno.

Anche per quanto concerne l’acquisto del motociclo, giova evidenziare che dalla stessa documentazione prodotta dagli appellanti (trattasi nello specifico della visura PRA) è emerso come il bene è stato acquistato anche dalla moglie di L.P..

3.3. Con il terzo motivo, gli appellanti hanno lamentato l’omessa valutazione, ad opera del tribunale, di alcune circostanze rilevanti ai fini della decisione ed in particolare in merito alla prova dell’avvenuta appropriazione di somme di denaro da parte del congiunto P..

Secondo la loro prospettazione, trattasi, a ben vedere, di prove di chiara connotazione documentale e direttamente desumibili dall’utilizzo dell’importo residuo esistente sul precedente libretto postale cointestato tra il padre e la sola sorella A. nonché da prelievi ulteriori effettuati nel mese di maggio 2010, per un totale di € 5.250,00.

A tale riguardo, occorre rilevare che subito dopo l’apertura del nuovo libretto sono stati effettuati, tra il 1 ed il 9 luglio 2008, due prelievi dell’importo complessivo di € 2.250,00, mentre per quanto concerne le operazioni del maggio 2010, il teste…, moglie di P.L., all’udienza del 31 maggio 2017, ha riferito “mio suocero diceva a mio marito anche alla mia presenza, che aveva bisogno della somma di euro 5.250,00, non ricordo se il prelievo sia stato effettuato in un’unica soluzione. Ricordo che mio suocero adduceva la necessità di prelevare la predetta somma per acquistare un frigorifero, per la realizzazione della protesi dentaria, nonché per ristrutturare il bagno in modo confacente al suo handicap. Preciso che mio suocero ha provveduto a soddisfare tutti i bisogni dinanzi descritti”.

Risulta dagli atti che a seguito di tale deposizione la teste è stata deferita, ad iniziativa degli appellanti, per falsa testimonianza, tuttavia risulta altrettanto certo che il relativo procedimento non è sfociato nell’esercizio dell’azione penale.

Quanto all’acquisto della moto, il teste L.V., all’udienza del 19 giugno 2015, ha dichiarato “Preciso che mio nonno aveva un borsellino attaccato alla cinta…dove metteva i soldi. Io sono andata a fare la spesa diverse volte….prelevava i soldi dal borsellino e qualche volta mi dava anche qualcosina “aggiungendo “Mio padre ha comprato la moto, ma ha fatto un finanziamento a none di mia madre”.

Orbene, se risulta indubbio che spetti alla parte che invoca l’avvenuta appropriazione di somme di denaro fornire la prova di tale condotta, è di sin troppa chiara evidenza che il quadro probatorio, così come sopra tratteggiato, deve ritenersi palesemente non idoneo a ritenere raggiunta la prova della condotta contestata a L.P..

Per tale ragione, quindi, anche il terzo motivo deve essere rigettato.

3.4. Il quarto motivo risulta incentrato sull’errata applicazione dell’istituto della compensazione tra le eventuali somme prelevate da L.P. ed i pagamenti dallo stesso effettuati nel periodo del ricovero presso la casa di riposo V.C. che, a voler tutto concedere, vanno intesi alla stregua di prestazioni in adempimento di un’obbligazione naturale.

Sul punto, il ragionamento del primo giudice può essere così sintetizzato.

Anche laddove parte del denaro del padre sia stato trattenuto dal figlio P. nel periodo compreso dal 2008 al 2011, il versamento di somme ulteriore per soddisfare egualmente le necessità del genitore (per una somma variabile tra gli € 100 e gli € 150) ha comportato l’assolvimento dell’obbligo restitutorio.

Muovendo allora da tale premessa, ben si comprende come si verta in un’ipotesi ben diversa rispetto alla compensazione a cui, in effetti, il Tribunale di Pescara non ha fatto minimamente cenno.

L’assunto dell’obbligazione naturale non coglie nel segno e di conseguenza non può essere condiviso.

Per stessa pacifica ammissione degli appellanti, difatti, successivamente all’atto di donazione, tra L.B. ed il figlio P. è intercorsa una scrittura privata evidentemente preordinata a regolare i rapporti tra le medesime parti nel senso che la donazione dell’immobile rappresentava la remunerazione spettante al figlio per l’assolvimento dell’obbligo assunto di prendersi cura del padre.

Con il pagamento degli importi, quindi, L.P. si è limitato a dare esecuzione all’obbligazione assunta.

3.5. Anche l’ultimo motivo, è infondato e pertanto deve essere rigettato.

Secondo la giurisprudenza, anche di questa Corte Territoriale, “L’ingiuria grave richiesta, ex art. 801 c.c., quale presupposto necessario per la revocabilità di una donazione per ingratitudine, pur mutuando dal diritto penale il suo significato intrinseco e l’individuazione del bene leso, tuttavia si distacca dalle previsioni degli artt. 594 e 595 c.p. e consiste in un comportamento, reso palese a terzi, suscettibile di ledere in modo rilevante il patrimonio morale del donante, espressivo di un reale sentimento di avversione da parte del donatario, tale da ripugnare alla coscienza collettiva; essa non può essere genericamente allegata dal donante ma richiede, viceversa, una puntuale e circostanziata esplicitazione delle circostanze fattuali” (cfr Corte Appello L’Aquila, 19.5.2021 n. 773).

Con riguardo, invece, alle coordinate giuridiche della nozione di pregiudizio grave al patrimonio del donante ricorre il requisito laddove la condotta del donatario si traduce un malvagio, inteso

come doloso e quindi intenzionale, proponimento di danneggiare così da comportare un pregiudizio economico a carico del donante.

Proprio tali requisiti devono ritenersi non operanti nel caso di specie in quanto non è emersa con certezza la prova che L.P. si sia disinteressato del padre e che da una tale condotta sia derivato un grave pregiudizio economico per quest’ultimo.

Invero, se il teste D.B. ha riferito di acquisti di medicinali e di altri generi da parte dei figli, l’altro testimone D.B. ha confermato che P. si prendeva cura del padre.

Peraltro, non è in discussione che con il ricovero presso la C.D.C.V.L.P. ha destinato tutta la pensione per il pagamento della retta ed ha anche fornito somme ulteriori di denaro.

Sulla scorta, quindi, di tali considerazioni, l’appello non può che essere rigettato.

4. In ultimo, le spese del presente grado seguono la soccombenza e vanno liquidate come di seguito indicato.

Considerato che, alla luce delle nuove disposizioni in materia (art. 4 D.M. n. 55 del 10 marzo 2014 e successive modifiche), il compenso del professionista è determinato con riferimento ai seguenti parametri generali:

a) valore e natura della pratica;
b) importanza, difficoltà, complessità della pratica;
c) condizioni di urgenza per l’espletamento dell’incarico;
d) risultati e vantaggi, anche non economici, ottenuti dal cliente; e) pregio dell’opera prestata;

Tenuto conto dell’opera prestata e delle attività svolte dall’avvocato, si reputa congruo liquidare in favore dell’appellato la somma di € 9.544,50 per compensi professionali attenendosi ai valori medi di liquidazione di cui alla Tabella A del D.M. n. 55 del 10 marzo 2014 e successive modifiche (valore della controversia da € 52.000,01 ad € 260.000,00 con applicazione valori medi ridotti per l’assenza di questioni di fatto e di diritto) oltre al 15%, calcolato su detto importo, dovuto per spese forfetarie così come espressamente previsto dal citato decreto.

5. Visto l’esito dell’appello e visto l’art. 13 co. 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, come modificato dall’art. 1 comma 17 L. n. 228 del 2012, che prevede l’obbligo del versamento, per l’appellante, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato in caso di rigetto integrale della domanda (ovvero di definizione negativa, in rito, del gravame), previsto per i procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013 (cfr. Cass. SS.UU. n. 9938/14), dichiara che gli appellanti sono tenuti al pagamento di un ulteriore importo pari a quello già dovuto a titolo di contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte di Appello di L’Aquila, sezione civile, definitivamente pronunciando sull’appello come sopra proposto avverso la sentenza n. 162/19 del Tribunale di Pescara così decide nel contraddittorio delle parti:

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a) rigetta, per le causali di cui in motivazione, l’appello;

b) condanna gli appellanti, in solido fra di loro, alla rifusione, in favore della controparte delle spese del presente grado che liquida in € 9.544,50 per compensi professionali oltre al 15%, calcolato su detto importo, dovuto per spese forfetarie, IVA e CPA dovuti come per legge;

c) manda alla Cancelleria per l’adeguamento del contributo unificato.

Conclusione

Così deciso in L’Aquila nella camera di consiglio da remoto del 18 marzo 2022. Depositata in Cancelleria il 5 maggio 2022.


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