Diritto e Fisco | Articoli

Corteo di protesta: quando è illegale?

14 Giugno 2022 | Autore:
Corteo di protesta: quando è illegale?

La mancata comunicazione della manifestazione alla Questura può comportare delle sanzioni. Così come bloccare il trasporto pubblico.

L’articolo 17 della Costituzione garantisce a tutti i cittadini il diritto di manifestare il proprio pensiero, pacificamente e senza armi, in un luogo pubblico o aperto al pubblico. Ciò non vuol dire, però, che ognuno possa appellarsi a questo diritto per esprimere le proprie opinioni come gli pare. Non può chiamare un gruppo di amici e mettersi in mezzo a una strada trafficata per protestare contro la politica del Comune o del Governo senza aver dato l’opportuno preavviso. Non può organizzare una manifestazione occupando i binari della stazione ferroviaria e calpestando i diritti degli altri cittadini (i quali, magari sono anche d’accordo con i motivi della protesta ma vogliono andare al lavoro o tornare a casa). Ci sono delle procedure e delle regole ben precise da seguire e da rispettare. Quindi, un corteo di protesta quando è illegale?

Per alcuni, i motivi per scendere in piazza non mancano: c’è chi alza la voce contro il sistema scolastico, chi contro le politiche occupazionali, chi contro il caro vita, chi perché il Governo, qualsiasi Governo, deve andare a casa a prescindere. Finché tutto si svolge pacificamente, è un loro diritto. Il problema sorge quando gli animi si scaldano, quando le regole saltano, quando non c’è stato nemmeno un preavviso. Vediamo, allora, quando è illegale un corteo di protesta.

Cosa bisogna fare per organizzare un corteo?

Per sapere quando un corteo di protesta è illegale, non guasta leggere quel che stabilisce il citato articolo 17 della Costituzione, che distingue tra il luogo pubblico e il luogo aperto al pubblico, con regole diverse per entrambi i casi.

Viene considerato un luogo pubblico la piazza, la strada, i giardini comunali. Il luogo aperto al pubblico, invece, è un teatro, un cinema, un bar, un ristorante, un circolo culturale. In quest’ultimo caso, per organizzare una manifestazione di protesta non occorre fare alcuna comunicazione (se non quella ai cittadini per chiedere la loro partecipazione). Lo stesso vale, com’è facile intuire, per i luoghi privati, come il giardino di una villa.

Diverso il caso del corteo in un luogo pubblico. Affinché non sia illegale, bisogna inviare almeno tre giorni prima dell’evento una comunicazione alla Questura competente del luogo in cui si svolgerà la protesta precisando il luogo, la data, l’orario e il motivo della manifestazione. Inoltre, vanno riportate le generalità degli organizzatori e delle persone che prenderanno la parola. Significa che non si sta chiedendo il permesso al Questore, poiché la Costituzione garantisce questo diritto: lo si sta informando di quel che avverrà un certo giorno in un certo luogo.

Non deve essere, invece, inviata la comunicazione alla Questura per:

  • un flashmob in piazza;
  • una manifestazione spontanea che gli studenti fanno davanti alla scuola (non presuppone un’organizzazione previa);
  • un comizio o una riunione elettorale.

Quando può essere vietato un corteo?

La comunicazione preventiva alla Questura serve – come precisa la Costituzione – a garantire la sicurezza dei cittadini e degli stessi organizzatori. Quindi, se l’incolumità pubblica può essere compromessa dalle caratteristiche del corteo, l’Autorità può decidere di vietarlo o di chiedere che venga spostato in altro luogo meno a rischio.

Può capitare, ad esempio, che ci siano due cortei organizzati lo stesso giorno, alla stessa ora ed in luoghi vicini da altrettante tifoserie o di sostenitori di due partiti agli antipodi. Come spesso accade, il rischio di scontri tra le varie fazioni o con le forze dell’ordine è concreto.

Lo stesso può succedere se l’oggetto della manifestazione è contrario alle leggi o ai princìpi della Repubblica, come nel caso di una riunione in cui si vogliono difendere i valori del fascismo.

Infine, il corteo può essere vietato se non viene rispettato il vincolo costituzionale di partecipare in maniera pacifica e senza armi. A tal proposito, il Questore può decidere di sciogliere una riunione o una manifestazione solo perché qualcuno ha un coltello o una pistola in tasca, ancor prima che ci siano i disordini. Anche se la giurisprudenza dice che per fermare una manifestazione occorre che siano molti i manifestanti armati oppure se non si riesce a intervenire sui singoli soggetti.

Contro un’eventuale decisione immotivata dell’autorità di sospendere una manifestazione, è possibile presentare ricorso al Tribunale amministrativo regionale, cioè al Tar.

Corteo di protesta: quando c’è reato?

Partecipare a un corteo di protesta, in qualche occasione, può integrare qualche ipotesi di reato. E non solo perché si esce a manifestare armati o si procurano gravi lesioni ai passanti o ad altri partecipanti.

Accade, ad esempio, quando il corteo costringe l’autista di un mezzo di trasporto pubblico a fermarsi perché la strada o i binari sono occupati da chi ha organizzato la protesta e i passeggeri sono costretti a scendere e a completare il tragitto a piedi.

Su un caso come questo si è espressa recentemente la Cassazione [1] ritenendo che un atto di questo tipo equivale all’interruzione di pubblico servizio. Nella sentenza (riportata integralmente in fondo a questo articolo), la Suprema Corte spiega che la normativa penale «sanziona non solo la condotta che ha comportato l’interruzione del servizio pubblico, bensì anche il comportamento che ha inciso semplicemente sul regolare svolgimento del servizio pubblico».

Per la Cassazione, però, non basta la rilevante «alterazione anche temporanea del servizio» ma «essa deve rivestire un’oggettiva significatività». In altre parole: non va sanzionato il comportamento che si risolve «nell’interruzione o nell’alterazione della regolarità di un singolo atto» senza incidere «in modo apprezzabile sulla funzionalità complessiva dell’ufficio». Ciò che va considerato, ad avviso dei giudici di legittimità, è l’effettiva offensività della condotta e «la sua ricaduta sullo specifico servizio colpito, ma non anche sulla totalità in assoluto del servizio», soprattutto quando si fa riferimento a «servizi di ampio respiro, come il trasporto pubblico».

Il caso specifico esaminato dalla Corte Suprema serve a fare ancora maggior chiarezza. Riguardava due episodi organizzati dalla stessa persona in cui «le strade percorse dai cortei erano bloccate, tanto da impedire la circolazione dei mezzi pubblici e da costringere i passeggeri di un autobus di linea a scendere dal veicolo per proseguire a piedi». Proprio il fatto che alcuni passeggeri abbiano dovuto abbandonare il bus e proseguire a piedi, esclude l’irrilevanza dell’interruzione del servizio di linea, che, al contrario, è stato evidentemente compromesso.

Le sanzioni per manifestazione non autorizzata

Le sanzioni per chi organizza e porta in piazza una manifestazione non autorizzata sono previste dal Tulps, cioè dal Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. Se non è stato comunicato il preavviso all’autorità competente, cioè al Questore, i promotori dell’iniziativa rischiano l’arresto fino a sei mesi e l’ammenda da 103 a 413 euro.

Rischia la stessa pena chi interviene alla manifestazione come oratore, cioè chi prende la parola, nel caso sia a conoscenza del fatto che la manifestazione non è stata opportunamente comunicata.

Se la Questura, per uno dei motivi sopra elencati, decide di vietare il corteo di protesta e organizzatori e partecipanti non danno ascolto a questo divieto, partirebbero le sanzioni penali. Secondo quanto stabilito dal Tulps, infatti, «i contravventori al divieto o alle prescrizioni dell’autorità sono puniti con l’arresto fino a un anno e con l’ammenda da 206 a 413 euro». Lo stesso vale anche in questo caso per chi prende la parola in pubblico durante la manifestazione.

Non viene punito, però, chi partecipa ad una riunione non comunicata alla Questura per mancanza di preavviso o per qualsiasi altro motivo, e coglie l’invito della Polizia ad andarsene via.


note

[1] Cass. sent. n. 22783/2022 depositata il 10.03.2022.

Cass. pen., sez. VI, ud. 23 marzo 2022 (dep. 10 giugno 2022), n. 22783

Presidente Petruzzellis – Relatore Vigna

Ritenuto in fatto

  1. Con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza del 24 gennaio 2019 del Tribunale di Ferrara che condannava M.F. alla pena di mesi otto di reclusione per i reati di cui agli artt. 340 c.p. e 18 TULPS (capo a) commessi il 15.02.2014 e per il reato di cui all’art. 340 (capo c) commesso il 30.03.2014.

Si contesta, in particolare, all’imputato di avere, in concorso con altri, in occasione di un raduno “NO TAV” non autorizzato nè preannunciato, composto di circa 80 persone e capeggiato dallo stesso M. (referente del movimento anarchico (omissis)), bloccato il traffico in (omissis)  in orario di punta (capo a), nonché, in qualità di portavoce e referente del movimento anarchico (omissis) e di referente del corteo (seppure autorizzato non debitamente preannunciato), al quale partecipavano 100 persone, di avere bloccato il traffico per 30 minuti in (omissis) , nei pressi del carcere (capo c).

Il compendio probatorio è costituito dalle dichiarazioni dei testi operanti.

  1. Avverso la sentenza ricorre per cassazione M., a mezzo del difensore di fiducia, deducendo i seguenti motivi:

2.1. Con il primo motivo il ricorrente si duole dell’avvenuta decorrenza del termine prescrizionale relativamente al reato di cui all’art. 18 TULPS. Segnatamente, il ricorrente evidenzia che i fatti risalgono al 15/02/2014 e che, alla data della celebrazione dell’udienza d’appello (19/01/2021), il termine prescrizionale era ormai decorso.

2.2. Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la carenza degli elementi costitutivi del delitto di cui all’art. 340 c.p..

Con riferimento ai fatti occorsi in (omissis) nella giornata del 30/03/2014 il ricorrente evidenzia, da un lato, che la condotta del condannato ha avuto come unico risultato quello di ostacolare il traffico privato e, dall’altro, che non sarebbe stata data la prova del passaggio di un autobus della linea pubblica al momento del transito del corteo, con la conseguenza che nessun turbamento del servizio pubblico sarebbe intervenuto.

Con riferimento ai fatti del 15/02/2014 occorsi in (omissis), invece, si sostiene che, sebbene in questo caso effettivamente un’interruzione a un pubblico servizio (precisamente al servizio degli autobus della linea pubblica) via sia stata, questa sarebbe stata penalmente irrilevante perché protrattasi solo per il tempo ridotto di quindici minuti.

2.3. Con il terzo motivo di ricorso, il ricorrente censura l’eccessiva severità del trattamento sanzionatorio in relazione alla ridotta gravità del fatto di reato.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è inammissibile per le ragioni di seguito indicate.
  1. Il primo motivo relativo al decorso del termine prescrizionale non può essere devoluto per la prima volta in questa Sede, perché non risulta, nè il ricorso si duole della mancata corretta sintesi dei motivi di appello, che tale questione sia stata specificamente sviluppata nell’impugnazione di merito.

3.11 secondo motivo è generico.

3.1. Occorre osservare che, dall’esame del dato testuale della norma incriminatrice, che, in linea con l’interesse tutelato, sanziona non solo la condotta che abbia comportato l’interruzione del servizio pubblico di cui si tratti, bensì anche il comportamento che abbia inciso semplicemente sul regolare svolgimento dell’ufficio o servizio pubblico (cfr., in particolare, Sez. 6, n. 46461 del 30.10.2013, Giannotti, Rv. 257452), la giurisprudenza di legittimità ha sempre puntualizzato che, ferma la rilevanza di un’alterazione anche temporanea del servizio, essa deve tuttavia rivestire un’oggettiva significatività, risultando così esclusi dalla sfera di operatività della fattispecie incriminatrice in questione i casi in cui la condotta contestata – giusta la terminologia usualmente adottata – si sia risolta nell’interruzione o nell’alterazione della regolarità di “un singolo atto…, senza che tale comportamento abbia inciso in modo apprezzabile sulla funzionalità complessiva dell’ufficio” (così Sez. 6, n. 36404 del 28.05.2014, Pippia, Rv. 259901).

Il giudice, quindi, nella doverosa valutazione dell’effettiva offensività del facere del soggetto agente, deve considerare la sua ricaduta sullo specifico servizio colpito dalla condotta contestata in esame, ma non anche sulla totalità in assoluto del servizio: ciò che, ove si tratti di servizi di ampio respiro – come nel caso del trasporto pubblico qui in esame – ben difficilmente potrebbe altrimenti condurre all’affermazione della rilevanza penale della condotta medesima (Sez. 6, n. 1334 del 12/12/2018 -dep. 11/01/2019-, Carannante, Rv. 274836 – 01).

3.2. Ciò posto, la Corte d’appello, nel motivare la propria decisione,

richiamando puntualmente le dichiarazioni dei testimoni, evidenzia, con riferimento a quanto accaduto sia in (omissis) che in (omissis), che “le strade percorse dai cortei erano bloccate”, tanto da “impedire la circolazione di mezzi pubblici e da costringere i passeggeri di un autobus di linea a scendere dal veicolo per proseguire a piedi”.

Rileva il Collegio che, alla luce del principio sopra enunciato, la circostanza che i passeggeri abbiano dovuto abbandonare il veicolo e proseguire a piedi, esclude l’irrilevanza dell’interruzione del servizio di linea, il quale, al contrario, è stato evidentemente compromesso.

  1. Il terzo motivo non è consentito in questa Sede, posto che la graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 c.p.; ne discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013, dep. 2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che – nel caso di specie – non ricorre in presenza di pena determinata in misura prossima al minimo edittale e dell’apprezzamento del giudice di merito che ha richiamato la gravità del fatto/reato e la capacità a delinquere dell’imputato.
  1. Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali.

In ragione delle statuizioni della sentenza della Corte costituzionale del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che si ravvisano ragioni di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, deve, altresì, disporsi che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila a favore della Cassa delle ammende.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube