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Concordato preventivo: presupposti

28 ottobre 2015 | Autore:


> Business Pubblicato il 28 ottobre 2015



Ammissione alla procedura di concordato preventivo.

L’art. 160 L. fall. dispone che l’imprenditore che si trova in stato di crisi o in stato di insolvenza può proporre ai creditori un concordato preventivo sulla base di un piano che può prevedere:

– la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione dei beni, accollo, o altre operazioni straordinarie, ivi compresa l’attribuzione ai creditori, nonché a società da questi partecipate, di azioni, quote, ovvero obbligazioni, anche convertibili in azioni, o altri strumenti finanziari e titoli di debito;

– l’attribuzione delle attività delle imprese interessate dalla proposta di concordato a un assuntore; possono costituirsi come assuntori anche i creditori o società da questi partecipate o da costituire nel corso della procedura, le azioni delle quali siano destinate ad essere attribuite ai creditori per effetto del concordato;

– la suddivisione dei creditori in classi secondo posizione giuridica e interessi economici omogenei;

 

trattamenti differenziati tra creditori appartenenti a classi diverse.

La proposta può prevedere che i creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca, non vengano soddisfatti integralmente, purché il piano ne preveda la soddisfazione in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale, sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione indicato nella relazione giurata di un professionista. Il trattamento stabilito per ciascuna classe non può alterare l’ordine delle cause legittime di prelazione.

In ogni caso, per i procedimenti di concordato introdotti dopo il 21-8-2015 la proposta di concordato deve assicurare il pagamento di almeno il 20% dei crediti chirografari, a meno che si tratti di concordato con continuità aziendale (art. 186 bis L. fall.) (novità introdotta dal D.L. 83/2015, conv. in L. 132/2015). Il debitore, quindi, per accedere al concordato deve obbligarsi a pagare ai creditori più deboli (“chirografari”) almeno il 20% dei loro crediti. In questo modo si eviteranno concordati che costano molto di più di un fallimento (6-8 volte in più, perché nel concordato intervengono 4 o 5 professionisti, mentre nel fallimento opera solo il curatore fallimentare) e rendono molto di meno, perché nel concordato non possono essere svolte azioni dirette al recupero di beni ceduti in frode. Per agevolare la salvaguardia delle imprese attive e dei posti di lavoro, la percentuale obbligatoria del 20% non è prevista per le imprese che nella domanda di concordato prevedono la loro continuazione.

L’ultimo comma dell’art. 160 parla non di “soddisfazione dei crediti”, come il comma 1, ma di “pagamento”.

Ora, l’espressione pagamento è adoperata dal codice civile anzitutto – com’è noto – a proposito delle obbligazioni pecuniarie (Sezione I del Capo VII del Titolo I) e, segnatamente, nelle disposizioni dedicate al “debito di somma di denaro”, vale a dire gli artt. 1277, 2° c., 1278, 1279 (nella rubrica) e 1280.

Stando quindi alla formulazione letterale del nuovo precetto, il concordato liquidatorio non potrebbe contemplare modalità satisfattive diverse dal pagamento di somme di denaro; mentre era stato proprio il passaggio dal termine “pagamento” usato dalla legge del 1942 alla parola “soddisfazione” introdotta dalla novella del 2005 a indurre a predicare, del tutto correttamente, “il venir meno dell’obbligo previsto dall’art. 1277 c.c.”.

Allargando lo sguardo ad altre previsioni (che non distinguono in base alla tipologia di concordato), ci si avvede tuttavia che la legge continua a parlare di soddisfazione dei crediti “attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione dei beni, accollo o altre operazioni straordinarie” (art. 160, 1° c., lett. a); e che anche la previsione di cui alla citata lettera e) del secondo comma dell’art. 161 – ciò che più conta, trattandosi appunto di norma nuova – ricorre all’espressione, volutamente generica, di “utilità”.

Delle due dunque l’una: o ci si arresta al dato testuale dell’ultimo comma dell’art. 160, e allora non vi è alcun residuo spazio, nel concordato liquidatorio, per modalità satisfattive diverse dal pagamento (dationes in solutum e quant’altro), con evidente disparità di trattamento (ma non per questo censurabile sul piano costituzionale, attenendo all’esercizio della discrezionalità legislativa) rispetto al concordato in continuità; oppure si valorizza il quadro generale (riferito al concordato tout court), sminuendo in tal modo la portata innovativa della norma anzidetta. Sebbene occorra riconoscere che il canone dell’interpretazione letterale rende la seconda soluzione non agevolmente predicabile (AMBROSINI, La disciplina della domanda di Concordato preventivo nella “miniriforma” del 2015, in Il Caso.it – www.ilcaso.it).

Il-nuovo-volto-del-Processo-Civile-del-Concordato-Preventivo-e-del-Fallimento

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