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Se mi dimetto ho diritto alla disoccupazione?

14 Giugno 2022
Se mi dimetto ho diritto alla disoccupazione?

Quando spetta la Naspi: le dimissioni per giusta causa e durante il periodo di maternità. Cosa succede se il datore di lavoro contesta l’esistenza della giusta causa?

Un nostro lettore ci chiede: se mi dimetto ho diritto alla disoccupazione? Chi recede dal contratto di lavoro – sia esso a tempo determinato o indeterminato – può chiedere la Naspi, ossia l’assegno che eroga l’Inps in favore di chi resta senza un lavoro e uno stipendio? La questione non consente di dare una risposta netta: tutto dipende infatti dalle ragioni delle dimissioni. Cerchiamo di fare il punto della situazione anche alla luce di quelli che sono stati i chiarimenti dello stesso ente di previdenza.

Chi ha diritto alla disoccupazione?

L’assegno di disoccupazione, meglio noto con il nome Naspi, spetta a chi abbia maturato: 

  • 13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti all’inizio del periodo di disoccupazione (requisito contributivo); 
  • e almeno 30 giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei dodici mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.

Inoltre la Naspi spetta unicamente a chi ha perso il lavoro per cause indipendenti dalla propria volontà. Il che fa coincidere il diritto alla disoccupazione solo nelle seguenti ipotesi:

  • licenziamento, anche se per giusta causa (ossia in tronco);
  • dimissioni, solo se per giusta causa (ossia per colpa del datore di lavoro).

Chi si dimette ha diritto alla disoccupazione?

Fermi i due requisiti (contributivo e lavorativo) di cui al precedente paragrafo, possiamo quindi dire che solo chi si dimette perché è costretto dalla condotta colpevole del datore di lavoro può ottenere l’assegno di disoccupazione dall’Inps. Si parla a riguardo di dimissioni per giusta causa, ossia dovute a una grave violazione, da parte del datore di lavoro, degli obblighi che incombono su di lui. Un esempio su tutti può essere il reiterato ritardo nel pagamento dello stipendio o l’omesso versamento dei contributi. 

Inoltre la disoccupazione spetta anche nel caso di dimissioni che avvengano durante il periodo tutelato di maternità (da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del figlio).

Quali sono i casi di dimissioni per giusta causa?

Fatta questa doverosa premessa, la circolare Inps 94/2015 fornisce un breve elenco, a titolo esemplificativo, dei casi in cui il lavoratore può licenziarsi dal lavoro per giusta causa senza perdere il diritto alla disoccupazione. Li vedremo qui di seguito:

  • mancato pagamento della retribuzione (secondo la giurisprudenza è necessario il ritardo di almeno due mensilità) e/o dei contributi previdenziali;
  • compimento di molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  • modificazioni peggiorative delle mansioni lavorative (cosiddetto demansionamento);
  • mobbing o lo straining o comunque qualsiasi forma di vessazione e sopruso sul luogo di lavoro perpetrato tanto dai superiori gerarchici quanto dagli stessi colleghi (difatti, per legge, il datore di lavoro è responsabile anche nel caso di mobbing orizzontale, quello cioè determinato dalle condotte dei dipendenti di pari livello);
  • notevoli variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessione ad altre persone (fisiche o giuridiche) dell’azienda;
  • trasferimento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le “comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive” previste dall’art. 2103 codice civile;
  • comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente;
  • mancata adozione delle misure di sicurezza e di tutela del lavoro.

L’elenco non è esaustivo ma solo esemplificativo. 

La disoccupazione non spetta in caso di dimissioni intervenute nel corso del periodo di prova, in quanto si tratta di perdita di lavoro non involontaria.

Come dare le dimissioni per giusta causa?

La procedura di dimissioni è ormai gestita con comunicazione inviata attraverso il sistema telematico; di norma, se ne occupano i consulenti del lavoro, i Caf o i commercialisti. 

Se il datore di lavoro non riconosce la sussistenza della giusta causa di dimissioni, questi può non evidenziare tale circostanza nel modello Unilav. Sarà il dipendente, in tal caso, a dover dimostrare l’esistenza della giusta causa. Se manca la prova dell’avvenuto pagamento del preavviso, la richiesta di un tentativo di conciliazione o l’instaurazione di una vera e propria vertenza, l’Inps non eroga la Naspi, o la recupera in seguito.



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