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Quando c’è concorso di colpa?

26 Giugno 2022
Quando c’è concorso di colpa?

Incidenti stradali, la regola della pari responsabilità: cosa comporta il concorso di colpa e quando non si può applicare.

Il concorso di colpa si verifica tutte le volte in cui, in un incidente stradale, gli automobilisti coinvolti hanno concorso alla realizzazione dell’evento, avendo ciascuno di essi una parte (non necessariamente paritaria) di responsabilità (si pensi a un conducente che non rispetta il rosso che vada a sbattere contro un altro che procede a velocità eccessiva). Inoltre, il concorso di colpa si applica anche quando non vi sono prove sufficienti circa la responsabilità dell’uno o dell’altro automobilista. 

Anche se la legge non parla quasi mai esplicitamente di concorso di colpa, a ben vedere è questa la regola in materia di incidenti stradali. Difatti, come vedremo qui di seguito nello spiegare quando c’è concorso di colpa, è lo stesso Codice civile a stabilire che, per ottenere l’integrale risarcimento dei danni, non basta dimostrare di aver rispettato le regole sulla circolazione, ma bisogna anche fornire la prova di aver fatto di tutto per evitare l’impatto contro l’altro automobilista. In assenza di ciò, si applica appunto il concorso di colpa. 

Cosa comporta il concorso di colpa e quando scatta l’aumento della classe di merito? In quali casi non è mai possibile applicare il concorso di colpa? A questa e alle ulteriori domande in merito risponderemo qui di seguito. 

Cos’è il concorso di colpa?

Con il concorso di colpa, la responsabilità dell’incidente stradale viene riconosciuta in parte a tutti gli automobilisti coinvolti. Si possono avere due diversi tipi di concorso di colpa:

  • paritario: quando a ciascun conducente viene riconosciuto il 50% della colpa (si pensi a due auto che non rispettano i limiti di velocità o che si scontrano per non essere entrambe all’interno della propria carreggiata di marcia);
  • non paritario: quando le percentuali della colpa sono ripartite in modo diverso in ragione della differente gravità della condotta tenuta da ciascun conducente (si pensi a un conducente che invada l’altrui carreggiata e all’altro che subisca dei gravi traumi anche per non aver indossato le cinture di sicurezza). A tal fine il concorso di colpa potrebbe essere ripartito in vario modo: ad esempio al 30 e al 70%, al 10 e al 90%, al 20 e all’80% e così via. 

Chi decide il concorso di colpa?

A determinare se vi sia o meno un concorso di colpa possono concorrere diversi elementi. Innanzitutto, l’eventuale verbale della polizia accorsa al momento del sinistro: qualora vengano multati entrambi i conducenti per diverse o per la medesima violazione del Codice della strada, è verosimile che l’assicurazione riconoscerà il concorso di colpa.

In caso contrario, a decidere il concorso di colpa potrebbero essere le verifiche effettuate dai periti delle assicurazioni degli automobilisti coinvolti che, nel ricostruire la dinamica dell’incidente attraverso indagini tecniche, potrebbero rilevare una responsabilità concorrente di tutti i conducenti.

Qualora le parti non dovessero trovare un accordo e si dovesse finire in causa, sarà il giudice a definire la possibilità di un concorso di colpa, secondo le indagini effettuate dal cosiddetto Ctu, ossia il consulente tecnico d’ufficio, nominato dal giudice stesso per accertare le eventuali responsabilità nel sinistro stradale.

Quando c’è concorso di colpa: l’assenza di prove

Come anticipato in apertura, una delle due ipotesi in cui può profilarsi un concorso di colpa è quella in cui manchino prove certe circa la responsabilità esclusiva di un solo conducente, prove che devono essere prodotte da chi chiede il risarcimento. 

È proprio l’articolo 2054 del Codice civile a prevederlo. Per legge infatti si parte sempre da un concorso di colpa, salvo che uno dei due conducenti riesca a fornire una doppia prova:

  • di non aver responsabilità per l’incidente (ossia aver rispettato il Codice della strada);
  • di aver fatto di tutto per impedire l’incidente, anche dinanzi all’altrui violazione. Ciascun automobilista infatti deve tenere un comportamento diligente tale da mettersi nella condizioni di prevedere e anticipare i pericoli connessi alla circolazione. 

Per esempio, dinanzi a uno scontro a un incrocio, non basterebbe dimostrare di avere la precedenza per essere risarciti in pieno: bisogna anche fornire la prova di non aver visto l’altra auto proveniente dalla direzione opposta (magari per via della velocità con cui questa procedeva). 

In assenza di tali prove, l’assicurazione prima e, in caso di contrasto il giudice, applicheranno il concorso di colpa paritario.

Quando c’è concorso di colpa: la pari responsabilità 

Il concorso di colpa viene stabilito anche quando si accerti la responsabilità degli automobilisti coinvolti per aver questi violato la stessa norma del Codice della strada (ad esempio, il limite di velocità) o anche norme tra loro diverse (ad esempio, l’obbligo di dare la precedenza e il limite di velocità).

A questo punto, per determinare la percentuale del concorso di colpa, bisognerà verificare quanta incidenza abbia avuto, nella realizzazione dello scontro, la singola violazione della legge. Se questa ha avuto un grosso peso, essendo la principale ragione del sinistro, il relativo conducente otterrà un concorso di colpa verosimilmente superiore al 50%.

Cosa succede in caso di concorso di colpa?

In caso di concorso di colpa, con la ripartizione delle responsabilità tra i conducenti coinvolti, si avrà anche una diminuzione del risarcimento (sia per i danni fisici che per quelli non patrimoniali) proporzionata alle percentuali di colpa. 

Ad esempio, l’automobilista con un concorso di colpa al 50% riceverà solo metà del risarcimento dei danni materiali e morali. Invece se il concorso di corso di colpa è al 20%, colui che abbia subito un danno morale di 2.000 euro e uno al veicolo di 1.000 euro riceverà l’80% di 2.000 euro (ossia 1.600 euro) e l’80% di 1.000 (ossia 800 euro). 

Quando non ci può essere il concorso di colpa?

Secondo la Cassazione [1] la regola sul concorso di colpa non si può applicare quando l’incidente avviene senza urto delle auto. Si pensi, ad esempio, a due auto che, per evitarsi a vicenda, sbandino e vadano a sbattere contro altri ostacoli presenti ai lati della strada.

L’assenza dello scontro esclude la possibilità di applicare la norma dell’articolo 2054 del Codice civile sul concorso di colpa che abbiamo evidenziato sopra. La giurisprudenza ha infatti stabilito che la «presunzione di pari responsabilità nella causazione di un sinistro stradale è applicabile, di regola, soltanto quando tra i veicoli coinvolti vi sia stato un urto». 

Tuttavia, anche quando manchi una collisione diretta tra veicoli, è consentito applicare estensivamente la suddetta norma al fine di graduare il concorso di colpa tra i vari corresponsabili, sempre che sia stato accertato in concreto il nesso di causalità tra la guida del veicolo non coinvolto e lo scontro.

Concorso di colpa e aumento della classe di merito

Ci si chiederà se, in presenza di un concorso di colpa, l’assicurazione possa elevare la classe di merito di entrambi gli automobilisti coinvolti. A riguardo, la legge stabilisce che l’aumento del cosiddetto bonus/malus scatta solo in presenza di un concorso di colpa di almeno il 51%. Quindi, in caso di concorso di colpa “paritario”, nessuno degli automobilisti coinvolti si vedrà aumentare il premio dell’assicurazione. 


note

[1] Cass. sent. n. 19282/22 del 15.06.2022. 

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. civ., sez. VI -3, ord., 15 giugno 2022, n. 19282

Presidente Amendola – Relatore Cirillo

Fatti di causa

1. D.F.G. convenne in giudizio, davanti al Giudice di pace di Teramo, M.F. e M.M. e la HDI Assicurazioni s.p.a., rispettivamente in qualità di proprietario, conducente e assicuratore, chiedendo che fossero condannati al risarcimento dei danni da lui subiti in occasione di un sinistro stradale verificatosi in una strada cittadina di (…).

Espose, a sostegno della domanda, che, mentre era alla guida del suo motociclo, l’autovettura condotta dalla M. , immettendosi in modo imprudente sulla carreggiata da lui percorsa, l’aveva costretto ad una manovra improvvisa per evitare l’impatto, a causa della quale egli aveva perso il controllo della moto finendo a terra.

Si costituirono in giudizio tutti i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda.

Il Giudice di pace, istruita la causa con prove per interrogatorio e per testi, rigettò la domanda e compensò le spese di lite.

2. La pronuncia è stata impugnata dall’attore soccombente in via principale e dagli originari convenuti in via incidentale (in ordine alle spese), e il Tribunale di Teramo, con sentenza del 13 settembre 2019, ha respinto l’appello principale, ha accolto quello incidentale e, in riforma della decisione del Giudice di pace, ha condannato l’appellante principale al pagamento delle spese del giudizio di primo grado, confermando quanto al resto la decisione; la sentenza ha poi condannato l’appellante principale al pagamento anche delle spese del giudizio di appello.

3. Contro la sentenza del Tribunale di Teramo ricorre D.F.G. con atto affidato a due motivi.

Resiste la HDI Assicurazioni s.p.a. con controricorso.

M.F. e M.M. non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in Camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375,376 e 380-bis c.p.c., e il ricorrente ha depositato memoria.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione degli artt. 24 e 111 Cost., degli artt. 115 e 116 c.p.c., e degli artt. 2727, 2729 c.c., e dell’art. 2054 c.c., comma 2.

Osserva il ricorrente, dopo aver riportato il contenuto delle censure proposte con l’atto di appello, che la sentenza impugnata avrebbe letto in modo arbitrario le risultanze di causa. In particolare, il Tribunale non avrebbe fatto corretta applicazione delle regole sulla prova presuntiva, dovendo il materiale probatorio a disposizione essere letto nel senso che il conducente del motociclo aveva perso il controllo a causa della manovra imprudente dell’autovettura. Doveva, quindi, essere riconosciuto l’apporto causale della M. nella determinazione dell’incidente. Il Tribunale, poi, avrebbe dovuto fare applicazione della presunzione di cui al citato art. 2054, comma 2, pur in assenza di scontro tra i due mezzi.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), violazione e falsa applicazione dell’art. 2054 c.c., comma 2, oltre ad omesso esame di un fatto decisivo.

Osserva il ricorrente che la sentenza impugnata avrebbe del tutto trascurato, nella ricostruzione del fatto, la dichiarazione resa dal c.t. di parte dei convenuti il quale avrebbe ammesso, in sede di c.t.u., che il conducente della vettura si era mosso senza accorgersi che da tergo stava sopraggiungendo la moto dell’attore.

3. I due motivi di ricorso, da trattare congiuntamente per la stretta connessione tra loro esistente, sono, quando non inammissibili, comunque privi di fondamento.

3.1. La giurisprudenza di questa Corte ha in più occasioni ribadito che in materia di responsabilità da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, la ricostruzione delle modalità del fatto generatore del danno, la valutazione della condotta dei singoli soggetti che vi sono coinvolti, l’accertamento e la graduazione della colpa, l’esistenza o l’esclusione del rapporto di causalità tra i comportamenti dei singoli soggetti e l’evento dannoso, integrano altrettanti giudizi di merito, come tali sottratti al sindacato di legittimità se il ragionamento posto a base delle conclusioni sia caratterizzato da completezza, correttezza e coerenza dal punto di vista logico-giuridico (v., tra le altre, le sentenze 23 febbraio 2006, n. 4009, 25 gennaio 2012, n. 1028, e l’ordinanza 5 giugno 2018, n. 14358).

3.2. Nella specie, il Tribunale ha premesso che, pacifico essendo che tra i due mezzi non vi era stato alcuno scontro, non poteva essere applicata la presunzione di pari responsabilità del citato art. 2054, comma 2; ha quindi aggiunto che dalle deposizioni dei testimoni emergeva come la M. fosse intenta a effettuare una manovra da destra a sinistra e che il D.F. era caduto a terra non appena aveva toccato i freni della moto. Mancando ogni elemento in ordine alla velocità dei mezzi coinvolti ed essendo stata immediata la caduta della moto, la stessa poteva essere stata causata anche da un semplice sbandamento. Nè vi era prova della sussistenza di una qualche colpa a carico della M. , poiché nessuna violazione delle norme sulla sicurezza stradale era stata dimostrata.

A fronte di tale ricostruzione il ricorrente, mentre ribadisce una serie di considerazioni in punto di fatto già ritenute non credibili dai due giudici di merito, insiste nel sostenere che la presunzione di pari responsabilità avrebbe dovuto essere ugualmente applicata; il che non è esatto, perché l’assenza dello scontro esclude tale possibilità e il precedente di questa Corte richiamato è impropriamente invocato.

La giurisprudenza ha infatti stabilito che la presunzione di pari responsabilità nella causazione di un sinistro stradale, prevista dall’art. 2054 c.c., comma 2, è applicabile, di regola, soltanto quando tra i veicoli coinvolti vi sia stato un urto. Tuttavia, anche quando manchi una collisione diretta tra veicoli, è consentito applicare estensivamente la suddetta norma al fine di graduare il concorso di colpa tra i vari corresponsabili, sempre che sia stato accertato in concreto il nesso di causalità tra la guida del veicolo non coinvolto e lo scontro (così la sentenza 9 marzo 2012, n. 3704, e le ordinanze 19 luglio 2018, n. 19197, e 12 febbraio 2021, n. 3764); ed è evidente che l’estensione ora richiamata non è applicabile nel caso di specie.

Oltre a ciò, la Corte osserva che la dichiarazione resa dal c.t. di parte al c.t.u., peraltro considerata dal Tribunale, non ha alcuna valenza confessoria, per cui nessuna violazione di legge o vizio omissivo sussiste in relazione al secondo motivo.

Quanto al resto, l’asserita violazione delle regole sulla prova presuntiva e le ulteriori considerazioni valutative tendono a riproporre il vizio di motivazione secondo una formulazione ormai non più vigente e, dietro l’apparenza della violazione di legge, sollecitano in effetti questa Corte ad un diverso e non consentito esame del merito.

4. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono, inoltre, le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 2.700, di cui Euro 200 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.


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