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Cittadinanza ai minori stranieri, l’appello dei pediatri

16 Giugno 2022 | Autore:
Cittadinanza ai minori stranieri, l’appello dei pediatri

Il 24 giugno la Camera dovrà discutere dello «ius scholae» e la Società italiana di pediatria chiede ai parlamentari di non sprecare questa occasione.

Passata l’urgenza della pandemia, passata l’immediatezza della guerra e passata anche la riforma Cartabia, ora il Governo ha la possibilità di riprendere in mano un discorso tanto importante quanto trascurato: quello dello «ius scholae». Con questo termine si intende la possibilità, per i minori stranieri nati in Italia o arrivati nel nostro Paese entro i 12 anni di età, di acquisire la cittadinanza italiana su richiesta dei genitori, a patto che abbiano risieduto legalmente e senza interruzioni in Italia e abbiano frequentato regolarmente, per almeno 5 anni, uno o più cicli scolastici. La Società italiana di pediatria (Sip), apertamente schierata a favore di questa misura, ha posto l’accento sul fatto che l’approvazione dello «ius scholae» può garantire un futuro a un milione di ragazzi.

«Sono più di un milione i ragazzi stranieri sotto i 18 anni residenti nel nostro Paese senza cittadinanza italiana, rappresentano quasi l’11% del totale della popolazione in questa classe di età e circa tre quarti (circa 778 mila) sono nati in Italia. Sono una risorsa per l’intera società dal punto di vista demografico, culturale ed educativo. Favorire la loro integrazione è essenziale per ridurre conflitti sociali e cultura» affermano i pediatri.

Alla vigilia della ripresa dell’iter parlamentare sulla nuova legge sulla cittadinanza ai minori stranieri, lo «ius scholae», calendarizzato alla Camera dei Deputati il 24 giugno, dai pediatri italiani, arriva un appello alle forze politiche affinché la nostra società venga resa più inclusiva. Un richiamo che arriva dal convegno «Minori stranieri in Italia: aspetti medici e cittadinanza», organizzato dalla Società italiana di pediatria (Sip) in collaborazione con UnitelmaSapienza.

«Tra gli obiettivi prioritari della Società italiana di pediatria vi è da sempre l’impegno per tutelare il benessere psicofisico ed i diritti di tutti i soggetti in età evolutiva, di ogni cultura ed etnia, anche attraverso la diffusione di messaggi culturali di uguaglianza ed integrazione», ha affermato la presidente della Sip, Annamaria Staiano.

«I problemi che riguardano i minori stranieri in Italia sono molti, a cominciare dal fatto che quasi un terzo delle famiglie straniere con figli si trova in condizioni di povertà assoluta, ma non dobbiamo dimenticare che questi bambini e ragazzi rappresentano una risorsa per il nostro Paese dal punto di vista demografico, culturale ed educativo», ha aggiunto sottolineando che questa occasione non deve essere persa.

«Una più precoce acquisizione della cittadinanza favorirebbe la loro integrazione», ha spiegato Mario de Curtis, presidente del Comitato per la Bioetica della Società italiana di Pediatria. «In tal modo verrebbero superati gli automatismi dello ius soli e dello ius sanguinis e si darebbe un aiuto non solo ai bambini e alle famiglie straniere ma all’intera società. Una società più inclusiva determina infatti minori conflitti sociali e culturali ed un miglioramento del clima di convivenza», ha aggiunto De Curtis.

Particolare attenzione va data, secondo la Sip, oltre che alla più precoce acquisizione della cittadinanza anche ai problemi sanitari e sociali che possono compromettere lo sviluppo di bambini e ragazzi figli di genitori stranieri.

Questi bambini hanno un rischio di mortalità neonatale del 50% più elevato rispetto ai figli di genitori italiani (2,8 contro 1,9% nati vivi, Istat 2021) e sono spesso più esposti al rischio di malattia. Le cause risiedono principalmente nelle condizioni di svantaggio sociale, economico e culturale che riguardano le donne straniere in gravidanza e nelle condizioni di povertà assoluta, aggravate con la pandemia, in cui spesso si trovano queste famiglie. Secondo dati Istat riferiti al 2021 circa 1 famiglia straniera su 3 (30,6%) vive in condizioni di povertà assoluta, contro il 5,7% osservato nelle famiglie italiane.

«Nascere in condizioni di povertà e di marginalità sociale costituisce un grave fattore di rischio per lo sviluppo infantile, provocando una ridotta qualità della vita (malnutrizione, carenza di cure igieniche e sanitarie, disturbata relazione di attaccamento genitore-figlio, scarsità di stimoli ecc) e una maggiore incidenza di disturbi e difficoltà nella sfera fisica, affettiva, emotiva, cognitiva, linguistica e relazionale», ha spiegato De Curtis. «Nel bambino migrante e nel figlio di genitori stranieri, la prevenzione è una strategia fondamentale per tutelare e promuovere la loro salute e i loro diritti», ha aggiunto Giovanni Corsello, docente di Pediatria all’università di Palermo.

Non minore importanza va data all’educazione. In Italia, dal punto di vista dei risultati, il percorso scolastico degli alunni stranieri, in particolare di quelli non nati nel nostro Paese, è accidentato. Solo il 49% degli alunni stranieri nati all’estero viene inserito nella classe corrispondente alla propria età; quasi il 40% viene iscritto nella classe precedente e il 12,2% addirittura in classi in cui l’età teorica di ingresso è di almeno due anni inferiore a quella del ragazzo. Gli alunni stranieri, al termine dell’anno scolastico, vengono respinti con maggiore frequenza di quelli italiani. Fondamentale è un maggiore aiuto soprattutto per i minori non nati in Italia che hanno problemi linguistici dal momento che una cattiva integrazione nella scuola può compromettere il futuro scolastico e poi quello professionale e sociale, conclude la Sip.



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