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Vendita online senza invio dei beni: quando è truffa?

20 Giugno 2022 | Autore:
Vendita online senza invio dei beni: quando è truffa?

Conta molto il comportamento del venditore, specialmente quando sparisce dopo aver incamerato il prezzo e non dà giustificazioni sulla mancata consegna.

Il commercio online è pieno di insidie, molto più di quello tradizionale: l’acquirente non vede il venditore, che opera a distanza e può facilmente celare la sua vera identità; non è neppure possibile toccare ed esaminare i prodotti, se non in foto e attraverso la descrizione fornita. Spesso, poi, accadono dei disguidi nella spedizione e nella consegna, e chi ha ordinato la merce – e ha già pagato il prezzo in anticipo – attende con ansia l’arrivo del pacco.

Ma nel caso di vendita online senza invio dei beni, quando si può parlare di truffa anziché di un semplice inadempimento contrattuale, che di per sé non costituisce reato? Esistono degli indici rivelatori per capire se l’acquirente è stato vittima di una condotta truffaldina e il venditore lo ha raggirato: primo fra tutti il suo comportamento dopo la conclusione del contratto di compravendita online. Se il venditore sparisce e non risponde più ai messaggi del compratore, oppure non fornisce valide giustificazioni per il ritardo o per la mancata spedizione del prodotto, e si rifiuta di restituire il denaro che l’acquirente ha già pagato, è molto probabile che vi sia una truffa.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione [1] ha precisato quando la vendita online senza invio di beni integra il reato di truffa: i giudici hanno deciso il caso di un uomo che aveva acquistato su un sito di e-commerce di un condizionatore al prezzo, estremamente vantaggioso, di 249 euro, ma il prodotto non gli era stato mai consegnato e il venditore – che nel frattempo aveva incamerato il denaro – era scomparso senza dare spiegazioni.

Il reato di truffa negli acquisti online

Il reato di truffa, previsto e punito dall’art. 640 del Codice penale, sussiste quando si compiono «artifizi o raggiri», cioè inganni, che inducono l’acquirente in errore sulla qualità, quantità o altre caratteristiche del prodotto acquistato, in modo da convincerlo a concludere il contratto di compravendita. In questo modo il venditore si procura un «ingiusto profitto», pari al prezzo pagato dal compratore, con correlativo danno di quest’ultimo, che ha versato il denaro per un prodotto che non riceverà mai (o gli arriverà guasto, difettoso o diverso da quello promesso).

Nel caso degli acquisti online, la truffa si compie, secondo la giurisprudenza, quando il venditore viola l’affidamento del compratore sulla serietà dell’offerta pubblicata su un portale Internet: in questi casi il raggiro dell’acquirente può desumersi, a posteriori, dal fatto di aver messo in vendita un oggetto, con un’inserzione su un sito di e-commerce (o su un qualsiasi altro marketplace, come quello di Facebook) senza poi averlo spedito e consegnato.

Quando c’è il dolo di truffa nelle vendite online

La nuova sentenza della Cassazione [1] afferma che il dolo di truffa, cioè l’intenzione di ingannare l’acquirente carpendo la sua buona fede con l’annuncio non veritiero, è ravvisabile «non solo quando il contraente pone in essere, originariamente, l’attività fraudolenta, ma anche quando il comportamento, diretto a ingenerare errore, si manifesti successivamente, nel corso cioè dell’esecuzione contrattuale, in rapporto di causalità con il verificarsi del danno e dell’ingiusto profitto».

A tal fine, bisogna verificare che la mancata consegna non sia dovuta a specifici fattori indipendenti dalla volontà del venditore, come un disguido postale, il furto delle merci durante il trasporto o la perdita del pacco da parte del corriere incaricato; in ogni caso il venditore è tenuto a dare le dovute spiegazioni e le eventuali giustificazioni all’acquirente per il mancato arrivo del prodotto.

Il rifiuto immotivato del venditore di restituire la somma incamerata dall’acquirente in pagamento del prezzo costituisce un ulteriore indice della truffa perpetrata. Per usare le eloquenti parole del Collegio (puoi leggere la sentenza per esteso sotto questo articolo): «tale condotta, infatti, stigmatizza la presenza del dolo iniziale di truffa poiché manifesta chiaramente l’assenza di reale volontà di procedere alla vendita da parte del soggetto che, incamerato il prezzo, ometta la consegna, rifiuti la restituzione della somma ed, altresì, ometta di indicare qualsiasi circostanza giustificativa di tale (doloso) comportamento».

Anche mettere in vendita lo stesso articolo su distinti siti web, portali o piattaforme di e-commerce, e farsi pagare dai vari acquirenti, senza poi consegnare la merce a nessuno, rivela l’intento truffaldino, come ha affermato un’altra recente pronuncia della Cassazione [2].

Come riconoscere ed evitare le truffe online

Gli stessi elementi che abbiamo descritto risultano molto utili per riconoscere in anticipo, e quindi evitare, le truffe online. Innanzitutto, bisogna badare al prezzo, e diffidare se è troppo basso per l’articolo offerto in vendita. Poi è bene controllare il feedback del venditore, cioè le opinioni che i precedenti acquirenti hanno espresso sul suo conto: parecchi giudizi negativi (merce non consegnata, articoli non conformi, ecc.) sono un campanello di allarme. Infine, bisogna fare attenzione ai metodi di pagamento proposti, rifiutando quelli non tracciabili o anomali, come le ricariche su carte prepagate.

Approfondimenti

Per maggiori dettagli e per sapere come comportarti in caso di truffa online, leggi questi articoli:


note

[1] Cass. sent. n. 23323 del 15.06.2022.

[2] Cass. sent. n. 21038 del 30.05.2022.

Cass. pen., sez. II, ud. 30 marzo 2022 (dep. 15 giugno 2022), n. 23323
Presidente Imperiali – Relatore Di Pisa

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza in data 11/02/2019 il G.U.P. del Tribunale di Trento riteneva responsabile G.M. del reato di insolvenza fraudolenta – così riqualificato il fatto originariamente contestato ai sensi dell’art. 640 c.p. – e lo condannava alla pena di mesi due di reclusione.
La Corte di Appello di Trento, con sentenza in data 14/10/2020, pronunziando sull’appello proposto dall’imputato, riqualificato il fatto quale ipotesi di truffa contrattuale, confermava la sentenza di primo grado.
1.1. La corte territoriale riteneva integrata, nei termini anzi cennati, la responsabilità dell’imputato il quale, dopo avere pubblicizzato sul sito (omissis) un condizionatore per il prezzo di Euro 249,00 aveva incamerato il corrispettivo senza consegnare il bene, rendendosi successivamente di fatto irreperibile.
2. Contro detta sentenza propone ricorso per cassazione l’imputato a mezzo difensore deducendo due motivi:
a. nullità della sentenza per inosservanza di norme sostanziali e processuali stabilite a pena di nullità ex art. 606 c.p.p., lett. c) e d) in relazione agli artt. 521 comma 2 in ragione dell’intervenuta condanna per un fatto diverso pur in difetto di impugnazione del P.M.
Assume che, nel caso in esame, era stato pregiudicato il suo diritto di difesa ed il diritto al contraddittorio in quanto nel corso del giudizio di appello l’imputato si era difeso in relazione ad un diverso reato ed aveva potuto conoscere la diversa qualificazione dei fatti solo all’esito del giudizio di appello;
b. vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli artt. 640 e 641 c.p. non avendo la corte territoriale considerato che difettavano gli estremi di una condotta penalmente rilevante.
Assume che, nella specie, non era configurabile il reato di cui all’art. 640 c.p. in quanto erano mancati elementi volti a raggirare la vittima ed era configurabile un mero inadempimento civilistico posto che, peraltro, non era stato indicato ab origine in modo fraudolento un prezzo assai conveniente nè un falso luogo di residenza e il venditore era rimasto rintracciabile.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.
2. Osserva la Corte che il primo motivo è manifestamente privo di fondamento.
2.1. Occorre premettere che le norme che disciplinano le nuove contestazioni, la modifica dell’imputazione e la correlazione tra l’imputazione contestata e la sentenza hanno lo scopo di assicurare il contraddittorio sul contenuto dell’accusa e, quindi, il pieno esercizio del diritto di difesa dell’imputato, e vanno interpretate con riferimento alle finalità alle quali sono dirette, cosicché non possono ritenersi violate da qualsiasi modificazione rispetto all’accusa originaria, ma soltanto nel caso in cui la modificazione dell’imputazione pregiudichi la possibilità di difesa dell’imputato (si vedano ex multis S.U. n. 36551/2010, rv. 248051; Sez. 2, n. 18868 del 10/2/2012, rv. 252822; Sez. 2 n. 34969 del 10/5/2013, rv. 257782).
In altri termini la nozione strutturale di “fatto” contenuta nelle disposizioni in questione va coniugata con quella funzionale, fondata sull’esigenza di reprimere solo le effettive lesioni del diritto di difesa, in quanto il principio di necessaria correlazione tra accusa contestata (oggetto di un potere del P.M.) e decisione giurisdizionale (oggetto del potere del giudice) risponde all’esigenza di evitare che l’imputato sia condannato per un fatto, inteso come episodio della vita umana, rispetto al quale non abbia potuto difendersi; sussiste perciò violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza se il fatto contestato sia mutato nei suoi elementi essenziali, così da provocare una situazione di incertezza e di cambiamento sostanziale della fisionomia dell’ipotesi accusatoria capace di impedire o menomare il diritto di difesa dell’imputato (Sez. 6, n. 6346 del 9/11/2012, rv. 254888).
Infatti deve ritenersi che si verifica la violazione dell’art. 521 c.p.p. solo se il fatto contestato sia mutato nei suoi elementi essenziali in modo tanto determinante da comportare un effettivo pregiudizio ai diritti della difesa (Cass. sez. 6, 5 marzo 2009 n. 12156, Renda), mentre nel caso di specie la condotta è rimasto immutata nei suoi aspetti fattuali quali risultavano dal capo di imputazione ed è mutata solo la qualificazione giuridica, peraltro in linea con quella che era la contestazione originaria.
Il nucleo dell’accusa è, invero, rimasto immutato e non può configurarsi un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione tale da far ritenere che sia stata menomato il diritto di difesa dell’imputato.
3. Le doglianze difensive formulate con il secondo motivo sono generiche, aspecifiche e, comunque, manifestamente infondate.
3.1. Va premesso che la vendita on line, come è dato di comune esperienza, è fondata sull’affidamento del compratore nella serietà dell’offerta del venditore che viene pubblicizzata esclusivamente attraverso un portale internet.
Ne deriva che l’acquirente non può vedere la merce che acquista e si affida integralmente per l’indicazione delle caratteristiche, delle qualità del prodotto e del prezzo di vendita alle indicazioni che vengono pubblicizzate dal venditore sulla cui affidabilità finisce, necessariamente, per contare appieno.
Proprio tale particolare caratteristica delle vendite on line determina la natura di artificio e raggiro della messa in vendita di un oggetto ad un prezzo, comunque, appetibile per il mercato e senza che la successiva mancata consegna sia dovuta a specifici fattori intervenuti ed adeguatamente esposti dal venditore ove lo stesso ometta anche la dovuta restituzione del prezzo: tale condotta, infatti, stigmatizza la presenza del dolo iniziale di truffa poiché manifesta chiaramente l’assenza di reale volontà di procedere alla vendita da parte del soggetto che, incamerato il prezzo, ometta la consegna, rifiuti la restituzione della somma ed, altresì, ometta di indicare qualsiasi circostanza giustificativa di tale (doloso) comportamento.
E sotto il profilo oggettivo, gli artifici e raggiri vanno individuati nella registrazione presso un portale di vendite on line, nella pubblicazione dell’annuncio unito alla descrizione del bene, nella indicazione di un prezzo conveniente ovvero comunque appetibile,che sono tutti fattori tesi a carpire la buona fede dell’acquirente ed a trarre in inganno il medesimo.
L’applicazione dei sopra esposti principi comporta l’infondatezza manifesta dei motivi di censura poiché i giudici di merito hanno proprio evidenziato l’avvenuta cessione di un bene ad un prezzo sicuramente conveniente per l’acquirente che non veniva seguita nè dalla restituzione del prezzo nè da alcuna giustificazione sulla mancata consegna.
In tema di truffa contrattuale, l’induzione in errore, mediante raggiro o artifizio, sussiste non solo quando il contraente pone in essere, originariamente, l’attività fraudolenta, ma anche quando il comportamento, diretto a ingenerare errore, si manifesti successivamente, nel corso cioè dell’esecuzione contrattuale, in rapporto di causalità con il verificarsi del danno e dell’ingiusto profitto. (Conf. Sez. 2 n. 4849 del 1974, Rv. 127456). (Sez. 2 -, Sentenza n. 5046 del 17/11/2020 Ud. (dep. 09/02/2021) Rv. 280563 – 02.
Questa Corte (Sez. 2, n. 41073 del 5/10/2004, Rv. 230689) ha avuto modo di affermare che, in materia di truffa contrattuale, il mancato rispetto da parte di uno dei contraenti delle modalità di esecuzione del contratto, rispetto a quelle inizialmente concordate con l’altra parte, con condotte artificiose idonee a generare un danno con correlativo ingiusto profitto, integra l’elemento degli artifici e raggiri richiesti per la sussistenza del reato di cui all’art. 640 c.p. Si è precisato che l’elemento, che imprime al fatto dell’inadempienza il carattere di reato, è costituito dal dolo iniziale, che, influendo sulla volontà negoziale di uno dei due contraenti – determinandolo alla stipulazione del contratto in virtù di artifici e raggiri e, quindi, falsandone il processo volitivo – rivela nel contratto la sua intima natura di finalità ingannatoria (Sez. 2, n. 5801 dell’8/11/2013, Rv. 258203).
3.2. Pertanto, anche in considerazione delle genericità delle contestazioni di parte ricorrente che prevalentemente si muovono nell’ottica di accreditare una lettura alternativa degli accadimenti, non essendo evidenziabile alcuno dei vizi motivazionali deducibili in questa sede di legittimità quanto alla affermazione della penale responsabilità dell’imputata in ordine ai reati ascritti le censure, essendo incentrate tutte su una nuova rivalutazione di elementi fattuali e, quindi, di mero merito, appaiono del tutto infondate.
4. Per le considerazioni esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Alla declaratoria d’inammissibilità consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché al pagamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in tremila Euro.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.


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