| Editoriale

Meglio un brodo stasera che del caviale domani mattina

31 gennaio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 gennaio 2012



Nel campionario delle novelle che raccontano il nostro Paese, ce n’è una che dipinge alla perfezione il carattere dell’italiano e, in particolare, del meridionale.

Tre contadini caricano una barca a remi di cipolle di Tropea e, così ricolmi, si apprestano ad attraversare lo stretto di Messina per venderle sull’isola.

A metà tragitto, una delle cipolle scivola in mare. Quello dei tre uomini più attento si tuffa immediatamente per recuperarla. Si immerge tra le correnti, ma non risale più a galla.

Uno dei due amici, nel vedere la scena, pensa tra sé: “Ma guarda quello, che furbo! Se n’è scappato con la cipolla per venderla e non dividere il guadagno con noi. Ma io sono più furbo di lui, ho capito il suo gioco e ora lo raggiungo; in questo modo dovrà darmi almeno la metà!”. Così si cala tra i flutti insidiosi dello stretto. E anch’egli non torna a galla.

Il terzo contadino, rimasto solo sulla barca e con tutto il carico di cipolle per sé, livido di rabbia, elucubra: “Infami quei due! Erano d’accordo già dall’inizio: di buttarsi in mare per dividere il prezzo di quella cipolla e lasciarmi fuori dai loro sporchi guadagni. Ma ora mi tuffo anch’io e così dovranno dividere la grana anche con me!”.

Così, pure l’ultimo uomo si getta a mare. E anche lui non riemerge. Riemerge però, beffarda, la cipolla che era scivolata; e, insieme ad essa, tutta la barca, abbandonata, va alla deriva.

Quando, negli anni ’60, aprirono i primi supermercati, i piccoli bottegai gridarono all’attentato nei confronti dell’economia e del mercato. Dissero che i consumatori ne sarebbero stati svantaggiati, perché avrebbero perso le garanzie di genuinità sui prodotti e non avrebbero più avuto il piccolo negozio sotto casa, costretto appunto a chiudere.

La stessa cosa successe quando, sul finire degli anni ’80, nacquero gli ipermercati e, dopo, i centri commerciali. Gli stessi supermercati, che anni prima avevano cavalcato l’onda dell’innovazione, emersero con rabbia, invocando, a loro volta, a tutela della propria categoria, un fantomatico interesse dei consumatori. Anche essi, però, furono destinati a una lenta estinzione.

Il tempo ci ha insegnato che queste proteste erano tutte strumentali: gridate in favore di una singola fascia di interessi. In realtà, nessuno si batte in difesa di altre categorie economiche e, quando ciò succede, è sempre per un secondo e più immediato fine.

Oggi sta succedendo la stessa cosa con la liberalizzazione del numero delle farmacie e degli studi notarili, con le licenze dei tassisti e l’abolizione degli ordini professionali. Ognuno è pronto a scendere in piazza e scatenare qualsiasi tipo di disagio pur di difendere la propria categoria.

Quello però che nessuno capisce è che le insurrezioni sono spesso illogiche e contrarie agli interessi di tutti, anche a quelli degli insorti.

Chi oggi protesta dovrebbe ricordare che, prima ancora di essere avvocato, notaio, farmacista, tassista, è egli stesso un consumatore. L’avvocato beneficia dei servizi del tassista, del notaio, del farmacista. Allo stesso modo il farmacista necessita di un avvocato, di un tassista e talvolta di un notaio. Il notaio, prima o poi, ha bisogno di un farmacista e anche di un tassista. Tutti, poi, il sabato mattina, fanno la spesa in un ipermercato. E poiché le liberalizzazioni o si fanno tutte o non si fanno per niente, allora non si deve cadere nell’ipocrisia di pensare che vadano liberalizzate tutte le categorie ad eccezione della propria.

Nessuno può pensare di star bene se, ancor prima, non sta bene la collettività. In un’ottica lungimirante, il benessere del singolo, in una società dove tutti gli altri vivono male, è effimero.

Chi si batte per gli interessi della propria categoria, sottovalutando che egli stesso è innanzitutto un consumatore – come tanti – di altri beni e servizi, dimentica il beneficio che, da un mercato non falsato, riceve. Fa la fine del contadino che si butta in mare per inseguire la singola cipolla, facendo naufragare la barca.

 

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3 Commenti

  1. Tutto quello che è nuovo,diverso dalla consuetudine ci fa paura ci “allarma”.Stiamo vivendo un periodo di recessione e come si suol dire: (più scuro della mezza notte non può esserci) quindi mi dico accettiamo questi cambiamenti diamo spazio a tutti nella società e cerchiamo in qualche modo di riemergere come la “cipolla” ma che ci sia qualcuno per poterla vendere! Italiasvegliati!!

  2. Condivido. Tuttavia è opportuno non idealizzare “il libero mercato”. Anche in concorrenza perfetta, laddove esistesse, vi sono problemi di esternalità che impediscono un’esatta coincidenza tra prezzo di equilibrio del mercato e prezzo effettivo di un bene. Ad esempio, sarebbe devastante un’abolizione dell’ordine degli avvocati in queste condizioni (dato che nella sola Roma vi sono più avvocati che nell’intera Francia) come anche delle tariffe minime. E non pensiamo che gli ipermercati o i centri commerciali non possano essere affetti dagli stessi mali che affliggono i piccoli supermercati: se la vicenda della barca carica di cipolle di Tropea si fosse verificata a bordo di una nave mercantile, le conseguenze sarebbero state di gran lunga più gravi di quelle della morte di tre imbecilli parassiti. Va bene anche liberalizzare ma, come dicevano i greci, tutto nella giusta misura.

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