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Ora è vietato dire fallito a una persona

17 Giugno 2022 | Autore:
Ora è vietato dire fallito a una persona

Con il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza non è più previsto il fallimento dell’azienda, si parlerà di liquidazione giudiziale.

Udite udite, nell’era del politically correct un nuovo termine viene messo al bando: «fallimento». Questa volta, però, non perché la parte più progressista della società ha deciso essere un vocabolo troppo offensivo o discriminatorio, ma perché a stabilirlo è stato proprio il legislatore che, in recepimento a una direttiva europea, ha introdotto una sostanziale modifica del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (Ccii). E dunque, via la parola «fallimento», arriva la «liquidazione giudiziale».

A partire dal 16 luglio, entreranno in vigore le novità del nuovo codice che non prevede più il fallimento dell’impresa, che diventerà, invece, una sorvegliata speciale proprio al fine di evitare che la crisi che percorre diventi definitiva (come nel caso del fallimento).

Il nuovo codice, che giunge su impulso europeo, all’art. 3 fisserà la definizione di adeguato assetto organizzativo con le relative conseguenze sulla gestione dell’impresa, andando anche a determinarne le responsabilità. La direttiva Ue [1] dovrà essere recepita entro il 17 luglio, termine prorogato già ampiamente dal Governo italiano.

Il Parlamento europeo aveva chiesto all’Italia di prevedere nell’ordinamento misure o procedure utili al risanamento dell’impresa attraverso la modifica della sua composizione (o delle sue condizioni o della struttura e delle attività/passività del suo capitale), prima che venisse dichiarata fallita e non ci fosse più nulla da fare. In sostanza, era stato chiesto all’Italia di introdurre nuovi strumenti per prevenire il fallimento dell’impresa prima che avvenisse, allo scopo di concedere ai debitori un risanamento precoce dei debiti prevenendo così l’insolvenza e la liquidazione.

Per le imprese non risanabili, invece, l’Ue aveva chiesto di garantire l’esigenza di liquidarle senza ritardo, così che la ristrutturazione fosse efficace e lo scorrere del tempo non andasse ad aggravare una situazione già difficile per il debitore.

Cosa cambierà dunque dal 16 luglio? Secondo l’art.3 del codice denominato “adeguatezza delle misure e degli assetti in funzione della rilevazione tempestiva della crisi d’impresa”, l’imprenditore a partire dal 16 luglio dovrà adottare misure idonee a rilevare tempestivamente l’eventuale stato di crisi e, una volta scoperto, avrà l’obbligo di assumere le iniziative necessarie a rimediare. L’articolo 3, infatti, mira a responsabilizzare l’imprenditore debitore, attribuendogli l’adozione di ogni misura diretta alla precoce rilevazione del proprio stato di crisi, per porvi tempestivamente rimedio. Per quanto riguarda l’imprenditore collettivo, invece, è disposta l’adozione di specifici assetti organizzativi adeguati ai sensi dell’articolo 2086 c.c., anch’esso riformato.

Il terzo comma dell’art. 3 del Ccii stabilisce nello specifico quali sono i parametri che il debitore dovrà seguire per ritenere necessaria l’attuazione di misure per l’emersione della crisi. Egli dovrà:

  1. rilevare eventuali squilibri di carattere patrimoniale o economico-finanziario;
  2. verificare la sostenibilità dei debiti e le prospettive di continuità aziendale almeno per i dodici mesi successivi e rilevare i segnali di cui al comma 4;
  3. ricavare le informazioni necessarie a utilizzare la lista di controllo particolareggiata e effettuare il test pratico per la verifica della ragionevole perseguibilità del risanamento di cui all’articolo 13, comma 2.

Al comma 4 sono individuati specifici segnati utili alla previsione del fallimento. Questi sono stati così elencati:

  • l’esistenza di debiti per retribuzioni scaduti da almeno trenta giorni pari a oltre la metà dell’ammontare complessivo mensile delle retribuzioni;
  • l’esistenza di debiti verso fornitori scaduti da almeno novanta giorni di ammontare superiore a quello dei debiti non scaduti;
  • l’esistenza di esposizioni nei confronti delle banche e degli altri intermediari finanziari che siano scadute da più di sessanta giorni o che abbiano superato da almeno sessanta giorni il limite degli affidamenti ottenuti in qualunque forma purché rappresentino complessivamente almeno il cinque per cento del totale delle esposizioni; d) l’esistenza di una o più delle esposizioni debitorie previste dall’articolo 25-novies, comma 1 del Ccii.

Dal 16 luglio in poi, dunque, dovremo dimenticarci del fallimento delle aziende così come lo abbiamo sempre inteso: nessuno sarà più «un fallito».


note

[1] Dir. Eur. n.2019/1023


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