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Chi si dimette in stato di incapacità va reintegrato e risarcito. Ma…

19 Ottobre 2014
Chi si dimette in stato di incapacità va reintegrato e risarcito. Ma…

Recesso: il datore paga le retribuzioni solo dalla sentenza alla reintegra.

Spesso capita che, illegittimamente, il datore di lavoro faccia firmare al dipendente, già all’atto dell’assunzione, una lettera con le dimissioni in bianco, cioè senza la data, in modo da tirarle “fuori dal cassetto” non appena voglia licenziarlo, postdatando quindi la dichiarazione del lavoratore ed evitando così eventuali impugnazioni.

Ma può anche capitare che il dipendente si dimetta spontaneamente, tuttavia perché la sua volontà è viziata, trovandosi in stato di incapacità di intendere e volere. In tal caso, se il datore si dovesse rifiutare di riammettere in azienda il lavoratore, una volta che questi abbia riacquistato il pieno possesso delle proprie capacità, allora si può sempre intentare una causa per chiedere al giudice la reintegrazione nel posto di lavoro.

Senonché una recente sentenza della Cassazione [1] ha chiarito che, in ipotesi come questa, il risarcimento del danno è limitato: il datore, infatti, può essere condannato a pagare solo le retribuzioni maturate dal lavoratore dalla data del deposito della sentenza fino al ripristino del rapporto (se non avviene immediatamente dopo). Non è possibile, invece, far partire il risarcimento dall’inizio della causa (ossia dalla cosiddetta “domanda giudiziale”) o dalle dimissioni. E ciò perché in tale periodo, non sono state espletate prestazioni lavorative. Infatti, la legge prevede il pagamento delle retribuzioni senza attività di lavoro solo in caso di licenziamento illegittimo e tale norma – sottolinea la Corte – non può essere estesa (perché non previsto espressamente) anche al caso di dimissioni per incapacità.

È vero: tutti i giudici concordano ormai sul fatto che il risarcimento previsto dalla sentenza di annullamento delle dimissioni vanno fatti retroagire alla data della domanda giudiziale: ciò perché la durata del processo non può mai andare a sfavore della parte vincitrice.

Però, nel caso di dimissioni volontarie del dipendente, sebbene incapace, c’è da considerare la sospensione del contratto di lavoro avvenuta durante il periodo anteriore alla causa: sospensione non certo determinata per colpa del datore. Il dipendente, difatti, non ha eseguito alcuna prestazione lavorativa, né le ha espressamente offerte al datore e questi si è rifiutato. In soldoni, si è avuta una vera e propria “sospensione” del contratto, per la quale, quindi, nessun risarcimento può essere chiesto.

Invece, con l’inizio della causa, il dipendente ha formalizzato la propria volontà di essere reintegrato e il datore l’ha rifiutata, costringendolo al giudizio: questo comportamento colpevole fa partire il periodo per il calcolo del risarcimento del danno [3].


note

[1] Cass. sent. n. 22063/14 del 17.10.2014.

[2] Cass. sent. n. 8886/10.

[3] Il contratto ha pur sempre natura sinallagmatica (Cass. sent. n.18844/10). Insomma, l’annullamento retroattivo del negozio giuridico, pure retroattivo, non comporta anche il diritto del lavoratore alle retribuzioni maturate dalla data delle dimissioni fino alla riammissione in servizio: la retribuzione, invero, presuppone la prestazione dell’attività lavorativa e il pagamento della prima senza l’erogazione della seconda costituisce un’eccezione che può essere disposta soltanto dalla legge, come accade pure in caso di malattia, oltre che nelle ipotesi di licenziamento non sorretto da giusta causa o giustificato motivo. Ecco perché, allora, il risarcimento decorre solo dalla sentenza.

Autore immagine: 123rf com


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