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Coppia di conviventi: come fare la separazione

20 Giugno 2022
Coppia di conviventi: come fare la separazione

Dal ricorso in tribunale alla negoziazione assistita: come si separa una coppia di fatto.

Quando si parla di separazione si pensa sempre alla coppia sposata, ossia unita in matrimonio. Tuttavia, anche le coppie di conviventi possono separarsi. E la separazione, anche in questo caso, ha implicazioni legali quando la coppia ha figli, quando ci sono beni da dividere perché in comproprietà o quando uno dei due partner ha erogato all’altro delle sostanziose somme di denaro che esulano dalle normali liberalità che si è soliti fare quando si fa parte di una famiglia (ad esempio, per la ristrutturazione della casa o per l’avvio dell’attività commerciale). Ma come fare la separazione per una coppia di conviventi? Quali sono le regole e le procedure da seguire? Ecco alcuni importanti chiarimenti.

L’accordo tra i partner conviventi

La coppia di fatto – quella cioè di conviventi – non necessita di ricorrere al giudice per separarsi. Ciò vale anche quando la convivenza è stata formalizzata in Comune con l’iscrizione all’anagrafe come unico nucleo familiare. Bisognerà semplicemente provvedere a modificare la propria residenza. 

Nell’ipotesi in cui la coppia abbia avuto figli e questi siano ancora minorenni o, se maggiorenni, non ancora autosufficienti sotto un profilo economico, i genitori potranno trovare un accordo tra loro per regolare:

  • l’affidamento del figlio che deve essere “condiviso”, ossia spettante tanto al padre quanto alla madre (l’affidamento consiste nel potere-dovere dei genitori di prendere le decisioni più importanti relative all’educazione, crescita, istruzione e salute dei figli);
  • la collocazione del figlio presso uno dei due genitori in via prevalente;
  • il calendario delle visite a cui l’altro genitore dovrà adempiere obbligatoriamente (essendo suo dovere mantenere un legame affettivo solido e costante con il figlio);
  • l’importo dell’assegno di mantenimento in favore del figlio;
  • l’eventuale assegnazione della casa familiare al genitore presso cui il figlio va a vivere (il diritto di abitazione permane finché il giovane non diventa autonomo o non va a vivere altrove).

Il ricorso in tribunale

Se la coppia non si mette d’accordo sugli aspetti relativi ai figli, ciascuno dei due genitori può proporre ricorso al tribunale del luogo ove risiede il minore affinché decida tutti gli aspetti appena elencati: affidamento, collocazione, diritto di visita, mantenimento, diritto di abitazione nella casa familiare.

I provvedimenti del giudice possono essere sempre oggetto di modifica qualora dovessero sopraggiungere eventi imprevedibili a modificare sostanzialmente le condizioni tra le parti precedentemente valutate dal giudice. 

La divisione dei beni

Salvo diversa previsione contenuta nel contratto di convivenza, alle coppie di fatto non si applica alcun regime di comunione dei beni, sicché ciascuno dei partner resta proprietario di ciò che ha acquistato. Tuttavia, ben potrebbe avvenire che i due decidano di cointestarsi un conto corrente, un immobile, un’auto, ecc. 

In tali casi, la comproprietà non cessa automaticamente con la separazione ma permane finché la coppia non decida di procedere alla separazione. La separazione può avvenire di comune accordo, ad esempio con la vendita del bene e la divisione del ricavato; oppure con la vendita della quota dell’uno all’altro che voglia acquistarla.

Se i partner non si mettono d’accordo, è necessario ricorrere al giudice che procede alla divisione giudiziale. Il ricorso può essere promosso su istanza di uno dei due. Il giudice verifica innanzitutto se il bene può essere diviso in natura (si pensi a una villetta che può essere separata in due unità immobiliari distinte o a un conto corrente). Diversamente, procede alla vendita forzata del bene, con conseguente spartizione del ricavato tra gli ex comproprietari. 

La negoziazione assistita

In alternativa al ricorso in tribunale, i conviventi possono trovare un accordo sia in merito ai figli che alla divisione dei beni cointestati tramite la firma di un contratto redatto dai rispettivi avvocati. La procedura va sotto il nome di negoziazione assistita, originariamente prevista solo per le coppie sposate e di recente estesa anche alle coppie di fatto. 

In questo modo, l’accordo – che viene curato dai legali delle due parti e da questi depositato successivamente in tribunale per la “ratifica” – ha lo stesso valore di una sentenza e quindi vincola le parti al pari di un provvedimento giudiziale. 

Il rimborso delle spese

Le normali spese fatte per l’interesse della famiglia non sono oggetto di rimborso. Anche per le coppie di conviventi esiste infatti l’obbligo della solidarietà familiare ossia la necessità di prendersi cura l’uno dell’altro e di partecipare, in proporzione alle proprie capacità, ai bisogni del partner. 

Fuoriescono però da questo ambito le spese di valore considerevole come, ad esempio, quelle per la ristrutturazione della casa di proprietà dell’ex o il prestito per l’avvio di un’attività commerciale o professionale. Sul punto leggi la nostra guida su Restituzione somme tra conviventi.

Sul tema, la Cassazione ha detto che in tema di convivenza more uxorio, un’attribuzione patrimoniale fatta a favore del partner convivente può configurarsi come adempimento di un’obbligazione naturale – e quindi non rimborsabile – allorché la prestazione risulti adeguata alle circostanze e proporzionata all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali di chi ha eseguito il pagamento. 

Detto con parole più semplici, laddove la spesa sostenuta risulti in linea con le capacità economiche del soggetto che l’ha sostenuta, la stessa non va restituita. Difatti, anche un rapporto di convivenza – purché stabile e, quindi, equiparabile a una famiglia fondata sul matrimonio – comporta dei doveri di collaborazione, cooperazione e reciproca assistenza nell’interesse della famiglia stessa. Viceversa, laddove vi sia una netta sproporzione tra le opere realizzate e l’adempimento dei doveri morali e sociali assunti dal partner nell’ambito della convivenza di fatto, allora è possibile parlare di un «ingiusto arricchimento» a carico dell’altro. Quest’ultimo quindi sarà tenuto a restituire le somme spese, essendosi avvantaggiato di un incremento patrimoniale – l’aumento di valore dell’immobile – in modo ingiustificato. 

Leggi sul punto Rimborso spese ristrutturazione pagate dal convivente

Gli accordi tra coniugi

Sono validi i patti (senza la necessaria omologazione del tribunale) riguardanti condizioni attinenti ai rapporti tra genitori e figli.

Nel caso di specie, nell’accordo di separazione era stabilito che gli importi dovuti dal marito alla moglie in forza degli obblighi contributivi al mantenimento dei figli, in nessun caso potevano essere compensati con eventuali crediti del marito nei confronti della moglie.

Gli accordi omologati tra i coniugi non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra le parti ed i coniugi possono legittimamente sottoscrivere accordi anteriori, contemporanei o anche successivi alla separazione o al divorzio, attraverso la forma della scrittura privata o dell’atto pubblico.

Tali accordi, laddove contestati da uno dei coniugi, cedono necessariamente il passo di fronte al titolo esecutivo azionato (e non modificato), ma laddove, come nel caso di specie, la loro esistenza sia riconosciuta da entrambi i coniugi, essi costituiscono fatto modificativo sopravvenuto certamente valutabile sia dal giudice dell’esecuzione sia da quello dell’opposizione.



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